13 aprile 2016

Un bacetto ogni tanto glielo potrò dare?

- Centoventi volte! Ma alla fine ce l’ho fatta!
Alle dieci e un quarto Valeria torna dalla camera da letto trafelata, ma soddisfatta. Da qualche tempo sta studiando le teorie di una certa Tracy Hogg che ha sperimentato un metodo infallibile per insegnare ai bambini ad addormentarsi da soli nella culla. Il metodo, per quel poco che ho capito, consiste nel mettere il bambino nella culla al momento giusto (tipo tra il primo e il terzo sbadiglio) e lasciarlo lì, incuranti delle sue lacrime, fino a che non si addormenta. Un po’ come se non fosse figlio tuo, ma di quel vicino antipatico che tutte le mattine uscendo dal parcheggio ti graffia la macchina. Una volta posizionato nella culla, devi restargli vicino, sforzandoti di tenere uno sguardo serio ed inflessibile, senza lasciarti mai impietosire e rimettendolo sdraiato ogni volta che si alza in piedi. Un sistema, collaudato negli anni, che Valeria ha deciso di mettere duramente alla prova, facendolo scontrare con le energie di Viola. E così, dopo un’ora e mezza e centoventi stand up, Viola ha ceduto. E si è addormentata.
Affascinato da questa teoria, l'indomani decido di prendere parte anche io all’esperimento. Secondo il metodo Hogg, Viola si dovrebbe rialzare meno volte della sera precedente e il tempo per addormentarsi dovrebbe quindi diminuire. Alle nove in punto, subito dopo il primo sbadiglio, portiamo Viola in camera da letto. Valeria accetta di farmi partecipare, avvertendomi, però, che dovrò seguire alla lettera tutte le sue indicazioni se non voglio passare un brutto quarto d’ora. Chiudo per un attimo gli occhi, mi concentro, ripenso alle poche puntate di Sos Tata che ho visto e metto Viola nella culla. Si parte.
Dopo mezzo secondo è già in piedi. La rimetto sdraiata, si rialza. Ancora giù, immediatamente in piedi. Quattro, cinque, sei volte. Il ritmo è incalzante, appena la vedo in piedi, passo all’azione, ma lei è scattante come un’atleta nella rincorsa per il salto triplo. Dieci, venti, trenta volte, senza alcun accenno di stanchezza, né di lacrime: ride, gioca e si diverte. Molto più di noi.
Trentuno, trentadue. Viola mi guarda e mi fa ciao con la manina, poi mi manda un bacio e allunga le mani per farsi prendere in braccio. Io, senza pensarci su due volte, faccio per prenderla, ma Valeria mi calpesta il piede fino a farlo quasi sprofondare nel parquet. Capisco che sto facendo qualcosa di sbagliato e desisto. Valeria mi vede provato e decide di darmi il cambio, ma il copione non cambia. Quaranta, cinquanta, sessanta. Tocca di nuovo a me.
A sessantacinque Viola, appena affaticata nello scatto di gambe, casca all’indietro e con la testa sfiora le sbarre della culla, piagnucola un po’, sembra tutto perso, ma poi comincia a battere le mani e si rimette in piede. Ok, si riparte.
Settanta, settantacinque, ottanta. Viola comincia a rialzarsi un po’ più lentamente, ma di dormire proprio non ne vuole sapere. Ripasso il testimone a Valeria.
A ottantadue, quando la mettiamo giù, Viola poggia la guancia sinistra sul materasso e chiude gli occhi. Io e Valeria ci guardiamo speranzosi.
A ottantatré è in piedi che spernacchia come se non ci fosse un domani. Di nuovo giù, subito su. Giù, su. Giù, su.
Ottantasette. Ritocca a me, ma comincia a salirmi un po’ d’ansia. Le centoventi volte di ieri sera s’avvicinano e noi sembriamo ancora lontani dal traguardo.
A novanta, però, Viola, piuttosto stanca, non si rialza in piedi e si limita a mettersi seduta, poco male.
A novantuno è in piedi e prova a tirare la mamma con sé dentro la culla.
Valeria non dà cenni di cedimento, io sì. Cominciano le solite allucinazioni. Vedo Mary Poppins che prova a mettere una supposta di Tachipirina a Tata Lucia, mentre dall’armadio spunta Masha in sella a Peppa Pig urlando che non si addormenterà mai. Poi sento lo scossone di Valeria. Siamo a novantasette e le pause tra un rialzo e l’altro sono sempre più lunghe.
A novantanove Viola comincia a cercare la posizione per dormire e si strofina gli occhi per il sonno. A cento fa per alzarsi, ma ricade giù come Ivan Drago nel round finale di Rocky 4. Valeria accenna un countdown, ma con uno scatto inaspettato Viola si rimette in piedi. Centouno, sembra fatta stavolta.
- Dorme?
- Penso di sì, cominciamo ad apparecchiare…
- Ok, vado io.
Faccio per lasciare la stanza, ma girandomi vedo Viola seduta nella culla. Ha gli occhi mezzi chiusi e ciondola con la testa, come un diciottenne ubriaco dopo la festa del diploma. Basta un tocco di mignolo per farla cascare nuovamente giù. Stavolta è fatta. Viola si addormenta. La copriamo e torniamo nel soggiorno per cenare.
Sono le dieci meno cinque. Centodue volte e cinquantacinque minuti, nuovo record stagionale. Ma è solo un’altra battaglia vinta. La guerra è lunga e lo sappiamo. Nuove sfide ci attendono, mentre una domanda assilla la mia mente: “Ma un bacetto ogni tanto glielo potrò dare?"

6 aprile 2016

Ma te l'ho mai detto quanto sei bella?

Ha gli occhi brillanti, Viola. E lo sguardo sereno di chi ancora non conosce la malizia. È tale e quale a me, dicono. "T'ha tagliato la testa", mi ripete il salumiere ogni volta che ci vede insieme. Ma io mica lo so se è vero. Così, a occhio e croce, mi pare troppo bella per somigliarmi davvero.
Infilo lentamente la camicia a due passi dalla culla. Chissà cosa sognano i bambini mentre dormono. Indosso il maglioncino, allaccio le scarpe. Un raggio di luce trafigge la tapparella e si posa sulle sue mani. Le accarezzo il naso, sorrido. Non m'importa di fare tardi, oggi. Mi siedo a terra, le spalle poggiate all'anta centrale dell'armadio. E nel silenzio della penombra, mi sorprendo a pensare.
Penso a quando ci siamo guardati la prima volta. Io e lei, occhi negli occhi. I suoi, socchiusi e un po' gonfi per la fatica del parto, i miei, colmi di meraviglia e spalancati sulla felicità. Penso a quel senso di appartenenza mai provato prima. Nemmeno la conoscevo, in fondo, eppure l'amavo già. Ma com'era possibile? Quegli occhi, quel naso, quella bocca che non avevo mai visto, forse nemmeno immaginato. Eppure parte di me, in maniera inscindibile e imprescindibile. Amore a prima vista, nella sua accezione più prepotente.
Penso a Valeria, appena uscita dalla sala parto, al nostro silenzioso abbraccio pieno d'amore e di condivisione. Alla lacrime reciproche che non avevamo bisogno di nascondere. Né di spiegare. Poi Valeria mi ha chiesto di prendere Viola dalla culla per allattarla la prima volta. L'ho fatto con mani tremanti e inesperte. Un attimo dopo ho visto loro due diventare tutt'uno. Il mio uno. Uno e trino. Beh, sì, in quel momento mi sentivo un Dio.
Penso alla prima notte a casa. Noi tre. A quel sogno ad occhi aperti che stavamo vivendo tutto d'un fiato, alla stanchezza che non sentivamo e non capivamo il perché. Penso a me che parlavo a Viola con convinzione, certo che in qualche modo già ci capissimo, che già stessimo pianificando il nostro futuro assieme.
Penso a lei che si addormenta sul mio petto, che con la testa si fa spazio sul torace e poi prova ad avvolgermi con le braccia piccine. Penso alla fiducia che con quel gesto ha deciso di riporre in me, senza che io abbia fatto nulla per meritarmela. Penso che senza parlare m'ha detto che è mia, che è nostra, che dobbiamo curarci di lei, che la nostra vita è cambiata per sempre. Per fortuna.
Penso alla prima notte senza lei e Valeria, in trasferta a portar gioia ad una famiglia intera, a irrorarla con le loro gocce di entusiasmo e di dolcezza. Penso a quando ho capito che senza di loro, io, già non ci sapevo più stare.
E penso a mia mamma, alla nonna raggiante che sarebbe stata. Penso a come avrebbe preso in braccio Viola, a cosa le avrebbe sussurrato, con un filo di voce, nella quiete di una stanza illuminata da un piccolo abat jour. Penso a quegli abbracci mancati e a come raccontarli a mia figlia.
Penso a tutte le notti insonni, ai pannolini cambiati, alle pappe preparate, alla stanchezza che poi è arrivata, ma non ci ha spaventato. Penso ai primi passi, alle prime cadute, alle prime paroline e ai primi sorrisi. Penso alle prime paure e alle prime decisioni importanti. Penso alla prima farfallina-bella-e-bianca e battiamo-le-manine-che-adesso-viene-papà. Penso al passato, a quando non immaginavo potessero esserci Valeria e Viola. Penso a quando sono arrivate, prima una poi l'altra. Entrambe all'improvviso. E penso al futuro. Con la consapevolezza che il bello esiste sempre, per ognuno di noi, nascosto da qualche parte. E che quando meno te l'ha aspetti viene fuori con tutta la sua potenza e tutto il suo splendore. E con tutto il suo delirio.
E penso che ho tanta voglia di farti gli auguri, amore mio. Il tuo primo compleanno, un giorno speciale. Ma te l'ho detto quanto sei bella?

1 aprile 2016

Pane nostro

- Una fettina, dammene almeno una fettina, ti prego! 

Con un filo di voce imploro Valeria di passarmi il pane, ormai stantio, che stipiamo nella dispensa. Lei mi guarda, alzando il collo a fatica, viso pallido, forze ridotte al lumicino, una sofferenza che gliela leggi negli occhi, poi mi sussurra orgogliosa: 
- no, dobbiamo resistere!
Mestamente abbandono la cucina, mentre una lacrima mi scende dagli occhi. Mordo con rabbia la galletta di riso che ho tra le mani. Riesco a mangiarne una metà, poi la lancio dalla finestra. Incupito, esco per andare a lavoro.

Quattro giorni prima.
- Nic, ho trovato una nuova dieta depurativa. Che dici la facciamo?
- Depurativa? Ma noi non facciamo mai le diete!
- Sì, è vero, ma con tutto quello che ci siamo mangiati negli ultimi tempi, forse sarebbe il caso, non credi?
- Beh, sì, forse. 
- Allora ti spiego la dieta: non dobbiamo mangiare…
- No, ti prego, non dirmelo. Non sono pronto per saperlo. Fai tu.
- Ti fidi?
- Mi fido sempre di te.
Più che depurativa, la dieta che ha scovato Valeria è distruttiva. Niente dolci, niente caffeina, niente latticini. E niente glutine. Addio pasta, dunque. E addio pane. E pizza.

Già, il pane. Già, la pizza.
Il primo giorno passa indenne, l'impresa sembra tutto sommato possibile. Ma dal secondo giorno mi comincia a prendere l'ansia. A metà giornata iniziano le allucinazioni: il mouse è diventato una rosetta tartarugata, la tastiera è una baguette calda e friabile. Tiro avanti tutta la giornata, ma poi la sera torno a casa e trovo il petto di pollo arrostito. Un po' di insalatina, poco sale, poco olio. Poca voglia di parlare, poca allegria. Apro la dispensa e scorgo i resti della pagnotta di pane che ho comprato l'altro giorno, quando potevamo mangiare tutto, quando eravamo pieni di energia e di felicità. Però resisto. Il terzo giorno è drammatico. Le allucinazioni continuano e sono sempre più realistiche. Per poco non mordo un mio collega, scambiandolo per un enorme filoncino ai cinque cereali. Di sera, a casa, io e Valeria sembriamo due zombie. Ci guardiamo con aria circospetta. Ho paura che mi possa addentare da un momento all'altro. Lei mi sta lontana, forse ha lo stesso timore. Mi sento come l'assessore Turri di Sette chili in sette giorni. Scambio il mio vicino, affacciato al balcone, per Renato Pozzetto in versione Silvano Baracchi. Spaventato rientro in casa e quasi svengo. Mangio una vellutata di zucchine e carote e subito mi metto a letto, ma la fame non mi fa prendere sonno. Comincio a contare le pecorelle. Arrivo a tre, poi le pecorelle si trasformano in ciabattine di grano duro. Ne conto seimila e ad ognuna mi sento peggio, ma alla fine riesco a prendere sonno. E faccio un sogno bellissimo: sono su un lettino in riva ad un mare paradisiaco. Qualche metro più in là, dieci panettieri spalmano la nutella su una fetta di pane lunghissima. Mi volto a guardarli e uno di loro mi fa l'occhiolino: "Tranquillo, è tutta tua", mi dice. Alle sette mi sveglio di soprassalto. Tutto sudato allungo la mano, ma non c'è traccia di pane, nemmeno una fettina di pancarrè scaduto. Mi alzo, mi lavo, mi vesto. Valeria è in cucina. 

- Una fettina, dammene solo una fettina, ti prego. 
- No, dobbiamo resistere!
Incupito, esco per andare a lavoro. Seduto davanti al computer, con lo sguardo nel vuoto, faccio una fatica enorme a concentrarmi. Un senso di incompiutezza mi pervade. 
Due ore dopo, capisco che è arrivato il momento di mettere le cose in chiaro con Valeria:
- Forse siamo andati troppo oltre… 
- Sì, forse.
- Credi che dovremmo smetterla qui?
- Sì, credo di sì.
- Stasera mi prepari la pizza?
- Speravo me lo chiedessi!
- Poi pane e formaggio? 
- Ovvio! Non dimenticarti di comprarlo, il pane
- Già comprato, stamattina.
- Bravo, amore!
- E voglio il caffè, tanto caffè.
- Caffè di sera? Poi non dormiamo…
- Non voglio dormire, voglio restare sveglio. Sveglio tutta la notte. Sveglio e felice.

D'altra parte se il verso più famoso della preghiera più pop del mondo recita testualmente: "dacci oggi il nostro pane quotidiano" un motivo dovrà pur esserci. O no?