18 marzo 2016

La staffa

Ho poco meno di 6 anni quando il mio ortopedico mi comunica che dovrò portare un tutore rigido alla gamba destra per diversi mesi. La “staffa”, come la chiama lui, serve a risolvere un problema al collo del femore e tiene l’arto teso, in trazione perenne e sollevato da terra. “Ma se la destra è sollevata, cosa ne sarà della sinistra?” La domanda parte in automatico e trova immediata risposta nell’immagine di uno scarpone nero, con una zeppa alta oltre dieci centimetri, atta a pareggiare l’altezza delle gambe. La menomazione, sebbene a tempo determinato, è evidente e le rinunce che ne sarebbero derivate sono facilmente prevedibili. Temo mesi bui e lenti. Poi però succede “il fatto”.

Nel cortile antistante al refettorio, l’intervallo scorre lento. Gli altri bambini corrono a destra e a manca, io col mio amico del cuore mi alleno per la finale di “mignolino con le figurine” che m’attende di lì a qualche giorno. La solita routine, però, viene spezzata da un sostenuto vociare che arriva dal giardino. Mi alzo lentamente e mi avvicino per capire cosa sta succedendo. Mi ritrovo così nel bel mezzo della faida che i bambini della seconda A hanno organizzato ai danni di quelli della prima B, rei di aver occupato troppo a lungo l’altalena negli ultimi giorni. Il primo spintone sortisce gli effetti sperati e il bambino sull’altalena precipita rovinosamente a terra. Un attimo dopo, però, dalla parte opposta del cortile arriva un coro di urla incredibilmente coordinate. Le suore, scorto l’accaduto, si muovono in paranza in direzione dell’altalena e nel giro di qualche decina di secondi, disperdono la folla e impartiscono severe punizioni a tutti i contendenti. L’utilizzo dell’altalena resta così momentaneamente sospeso e ai rei di tentato litigio viene interdetta la ricreazione per tutta la settimana. 

Sembra essere tornato tutto alla normalità, almeno fino al Lunedì successivo, quando i gruppi antagonisti si ritrovano faccia a faccia a due passi dall’altalena. Nel silenzio si scrutano, ma nessuno è disposto a fare la prima mossa per paura delle suore. Poi, ad un tratto, il più scaltro della prima B ha un’idea destinata a cambiare le sue sorti. E anche le mie: “E se chiamassimo il ragazzo con lo scarpone gigante?” Senza dare troppo nell’occhio, si allontana dal luogo della contesa e si dirige spedito verso di me, che da lontano osservo la scena e intanto assesto un colpo deciso di mignolino alla figurina di Beppe Bruscolotti. 

Dal modo in cui mi guarda capisco subito che ha bisogno di me, così chiedo al mio avversario di sospendere la partita. Lui capisce e acconsente. Io per ringraziarlo gli regalo la figurina di Bruscolotti, poi mi alzo in piedi e sciorino la faccia più cattiva che ho. Senza essere ufficialmente investito di alcuna carica, mi metto a capo della spedizione. Una ciurma di altri bambini si unisce alla spicciolata, intuendo evidentemente che conveniva stare dalla parte nostra. Dalla parte mia. Il branco fa proseliti metro dopo metro. Tutti dietro di me, un po’ gladiatore, un po’ professor Tersilli, mentre, da condottiero navigato, li guido con spavalderia e carisma verso una sicura vittoria. In lontananza le suore, distratte, testano la nuova collanina del Rosario che la madre superiora ha regalato a tutte loro. So, però, che devo muovermi con cautela se non voglio ritrovarmele alla calcagna bastone-munite. Mi limito a stringere gli occhi, per rendere lo sguardo più intenso e a fissare dritto quello che presumo sia il capobanda rivale. Poi con un gesto minimale, ma sicuro, sollevo leggermente lo scarpone e con l’indice indico la zeppa. È un attimo, i nostri nemici si guardano atterriti e decidono di battere velocemente in ritirata. 

Quando torno a casa, in preda all’entusiasmo, riesco a fare per la prima volta le scale di corsa, con una velocità che nemmeno Forrest Gump saprebbe pareggiare. E quando il giorno dopo torno a scuola, si fa a gara per diventare i miei amici del cuore. Compresi quelli della seconda A. Il “fatto” oramai ha cambiato ogni cosa. 

Perché la vita è così, un imprevedibile susseguirsi di alti e di bassi. Senza momenti difficili, non ci sarebbero mai momenti veramente felici. E quando hai la sensazione di essere davvero vicino al fondo, allora devi stringere i denti e prepararti ad aprire il cuore: la riscossa sta per iniziare.

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