15 maggio 2016

Gonzalo e Maurizio

Ha il cuore in gola, Gonzalo. Certe occasioni capitano una volta soltanto nella vita e lui lo sa bene. Tre, non meno di tre gol deve segnare. L'appuntamento con la gloria ha numeri certi, questa volta. Per i primi due è stato un gioco da ragazzi, ma adesso no. Adesso serve qualcosa di spettacolare, qualcosa di unico. Ma è proprio in questi momenti che la paura ti prende, che l'ansia ti divora e ti paralizza le gambe. È proprio quando il traguardo ti si para davanti che temi di non farcela. E allora chiudi gli occhi e dai fondo al coraggio che nemmeno sai di avere. No, in palio non c'è solo un pallone da portare a casa. Non è un misero numero in più sul tabellino di una partita già scritta. È una voglia irrefrenabile di fare la storia. E la storia, si sa, non la puoi scrivere pensando da gregario. 

Sorride orgoglioso, Maurizio. Gli altri ancora non l'hanno capito, ma lui sì, lui sa già cosa sta per fare il suo campione. Gliel'ha ordinato lui di osare, di credere sempre in sé stesso se vuol davvero diventare il numero uno. Se vuoi andare vattene, gli aveva urlato quando si incontrarono per la prima volta. E gli aveva parlato con la stessa dannata spavalderia di quando allenava ragazzini sui campi fangosi della provincia toscana. Ma se resti, aveva immediatamente aggiunto, farò di te il miglior attaccante del mondo. Nemmeno si conoscevano, Gonzalo e Maurizio, ma in un minuto soltanto avevano capito di non poter più fare a meno l'uno dell'altro. E sorride, sorride sempre più forte, Maurizio, mentre Gonzalo stoppa il pallone e comincia a girarsi su sè stesso. Gli altri ancora non l'hanno capito, ma lui sì, lui sa già che quel pallone finirà in rete. E sa che, in fondo, è anche merito suo. 

Urla forte, il San Paolo. Ha trattenuto il fiato troppo a lungo per poterne dosare l'irruenza. Perché Gonzalo, ormai, è figlio di Napoli e il suo destino è quello di un'intera città. E fa niente che il secondo posto è già in cassaforte, poco importa che l'Europa dei campioni è già lì che attende. No, non è soddisfatto il San Paolo, non prima che quel pallone segni la parabola di un'impresa perfetta. Oltre il portiere, oltre l'immaginabile. Oltre ogni record. Gol, gol, gol. Urla forte, il San Paolo. Urlano Marek, Lorenzo, Pepe e tutti gli altri. Urla Napoli intera, che si sente parte di quella leggendaria storia che stanno scrivendo Maurizio e Gonzalo. Perché la storia non la scrivi mai da solo. E non conta solo chi la scrive, ma anche dove. E certe storie, a Napoli, sono destinate a restare per sempre memorabili.

13 aprile 2016

Un bacetto ogni tanto glielo potrò dare?

- Centoventi volte! Ma alla fine ce l’ho fatta!
Alle dieci e un quarto Valeria torna dalla camera da letto trafelata, ma soddisfatta. Da qualche tempo sta studiando le teorie di una certa Tracy Hogg che ha sperimentato un metodo infallibile per insegnare ai bambini ad addormentarsi da soli nella culla. Il metodo, per quel poco che ho capito, consiste nel mettere il bambino nella culla al momento giusto (tipo tra il primo e il terzo sbadiglio) e lasciarlo lì, incuranti delle sue lacrime, fino a che non si addormenta. Un po’ come se non fosse figlio tuo, ma di quel vicino antipatico che tutte le mattine uscendo dal parcheggio ti graffia la macchina. Una volta posizionato nella culla, devi restargli vicino, sforzandoti di tenere uno sguardo serio ed inflessibile, senza lasciarti mai impietosire e rimettendolo sdraiato ogni volta che si alza in piedi. Un sistema, collaudato negli anni, che Valeria ha deciso di mettere duramente alla prova, facendolo scontrare con le energie di Viola. E così, dopo un’ora e mezza e centoventi stand up, Viola ha ceduto. E si è addormentata.
Affascinato da questa teoria, l'indomani decido di prendere parte anche io all’esperimento. Secondo il metodo Hogg, Viola si dovrebbe rialzare meno volte della sera precedente e il tempo per addormentarsi dovrebbe quindi diminuire. Alle nove in punto, subito dopo il primo sbadiglio, portiamo Viola in camera da letto. Valeria accetta di farmi partecipare, avvertendomi, però, che dovrò seguire alla lettera tutte le sue indicazioni se non voglio passare un brutto quarto d’ora. Chiudo per un attimo gli occhi, mi concentro, ripenso alle poche puntate di Sos Tata che ho visto e metto Viola nella culla. Si parte.
Dopo mezzo secondo è già in piedi. La rimetto sdraiata, si rialza. Ancora giù, immediatamente in piedi. Quattro, cinque, sei volte. Il ritmo è incalzante, appena la vedo in piedi, passo all’azione, ma lei è scattante come un’atleta nella rincorsa per il salto triplo. Dieci, venti, trenta volte, senza alcun accenno di stanchezza, né di lacrime: ride, gioca e si diverte. Molto più di noi.
Trentuno, trentadue. Viola mi guarda e mi fa ciao con la manina, poi mi manda un bacio e allunga le mani per farsi prendere in braccio. Io, senza pensarci su due volte, faccio per prenderla, ma Valeria mi calpesta il piede fino a farlo quasi sprofondare nel parquet. Capisco che sto facendo qualcosa di sbagliato e desisto. Valeria mi vede provato e decide di darmi il cambio, ma il copione non cambia. Quaranta, cinquanta, sessanta. Tocca di nuovo a me.
A sessantacinque Viola, appena affaticata nello scatto di gambe, casca all’indietro e con la testa sfiora le sbarre della culla, piagnucola un po’, sembra tutto perso, ma poi comincia a battere le mani e si rimette in piede. Ok, si riparte.
Settanta, settantacinque, ottanta. Viola comincia a rialzarsi un po’ più lentamente, ma di dormire proprio non ne vuole sapere. Ripasso il testimone a Valeria.
A ottantadue, quando la mettiamo giù, Viola poggia la guancia sinistra sul materasso e chiude gli occhi. Io e Valeria ci guardiamo speranzosi.
A ottantatré è in piedi che spernacchia come se non ci fosse un domani. Di nuovo giù, subito su. Giù, su. Giù, su.
Ottantasette. Ritocca a me, ma comincia a salirmi un po’ d’ansia. Le centoventi volte di ieri sera s’avvicinano e noi sembriamo ancora lontani dal traguardo.
A novanta, però, Viola, piuttosto stanca, non si rialza in piedi e si limita a mettersi seduta, poco male.
A novantuno è in piedi e prova a tirare la mamma con sé dentro la culla.
Valeria non dà cenni di cedimento, io sì. Cominciano le solite allucinazioni. Vedo Mary Poppins che prova a mettere una supposta di Tachipirina a Tata Lucia, mentre dall’armadio spunta Masha in sella a Peppa Pig urlando che non si addormenterà mai. Poi sento lo scossone di Valeria. Siamo a novantasette e le pause tra un rialzo e l’altro sono sempre più lunghe.
A novantanove Viola comincia a cercare la posizione per dormire e si strofina gli occhi per il sonno. A cento fa per alzarsi, ma ricade giù come Ivan Drago nel round finale di Rocky 4. Valeria accenna un countdown, ma con uno scatto inaspettato Viola si rimette in piedi. Centouno, sembra fatta stavolta.
- Dorme?
- Penso di sì, cominciamo ad apparecchiare…
- Ok, vado io.
Faccio per lasciare la stanza, ma girandomi vedo Viola seduta nella culla. Ha gli occhi mezzi chiusi e ciondola con la testa, come un diciottenne ubriaco dopo la festa del diploma. Basta un tocco di mignolo per farla cascare nuovamente giù. Stavolta è fatta. Viola si addormenta. La copriamo e torniamo nel soggiorno per cenare.
Sono le dieci meno cinque. Centodue volte e cinquantacinque minuti, nuovo record stagionale. Ma è solo un’altra battaglia vinta. La guerra è lunga e lo sappiamo. Nuove sfide ci attendono, mentre una domanda assilla la mia mente: “Ma un bacetto ogni tanto glielo potrò dare?"

6 aprile 2016

Ma te l'ho mai detto quanto sei bella?

Ha gli occhi brillanti, Viola. E lo sguardo sereno di chi ancora non conosce la malizia. È tale e quale a me, dicono. "T'ha tagliato la testa", mi ripete il salumiere ogni volta che ci vede insieme. Ma io mica lo so se è vero. Così, a occhio e croce, mi pare troppo bella per somigliarmi davvero.
Infilo lentamente la camicia a due passi dalla culla. Chissà cosa sognano i bambini mentre dormono. Indosso il maglioncino, allaccio le scarpe. Un raggio di luce trafigge la tapparella e si posa sulle sue mani. Le accarezzo il naso, sorrido. Non m'importa di fare tardi, oggi. Mi siedo a terra, le spalle poggiate all'anta centrale dell'armadio. E nel silenzio della penombra, mi sorprendo a pensare.
Penso a quando ci siamo guardati la prima volta. Io e lei, occhi negli occhi. I suoi, socchiusi e un po' gonfi per la fatica del parto, i miei, colmi di meraviglia e spalancati sulla felicità. Penso a quel senso di appartenenza mai provato prima. Nemmeno la conoscevo, in fondo, eppure l'amavo già. Ma com'era possibile? Quegli occhi, quel naso, quella bocca che non avevo mai visto, forse nemmeno immaginato. Eppure parte di me, in maniera inscindibile e imprescindibile. Amore a prima vista, nella sua accezione più prepotente.
Penso a Valeria, appena uscita dalla sala parto, al nostro silenzioso abbraccio pieno d'amore e di condivisione. Alla lacrime reciproche che non avevamo bisogno di nascondere. Né di spiegare. Poi Valeria mi ha chiesto di prendere Viola dalla culla per allattarla la prima volta. L'ho fatto con mani tremanti e inesperte. Un attimo dopo ho visto loro due diventare tutt'uno. Il mio uno. Uno e trino. Beh, sì, in quel momento mi sentivo un Dio.
Penso alla prima notte a casa. Noi tre. A quel sogno ad occhi aperti che stavamo vivendo tutto d'un fiato, alla stanchezza che non sentivamo e non capivamo il perché. Penso a me che parlavo a Viola con convinzione, certo che in qualche modo già ci capissimo, che già stessimo pianificando il nostro futuro assieme.
Penso a lei che si addormenta sul mio petto, che con la testa si fa spazio sul torace e poi prova ad avvolgermi con le braccia piccine. Penso alla fiducia che con quel gesto ha deciso di riporre in me, senza che io abbia fatto nulla per meritarmela. Penso che senza parlare m'ha detto che è mia, che è nostra, che dobbiamo curarci di lei, che la nostra vita è cambiata per sempre. Per fortuna.
Penso alla prima notte senza lei e Valeria, in trasferta a portar gioia ad una famiglia intera, a irrorarla con le loro gocce di entusiasmo e di dolcezza. Penso a quando ho capito che senza di loro, io, già non ci sapevo più stare.
E penso a mia mamma, alla nonna raggiante che sarebbe stata. Penso a come avrebbe preso in braccio Viola, a cosa le avrebbe sussurrato, con un filo di voce, nella quiete di una stanza illuminata da un piccolo abat jour. Penso a quegli abbracci mancati e a come raccontarli a mia figlia.
Penso a tutte le notti insonni, ai pannolini cambiati, alle pappe preparate, alla stanchezza che poi è arrivata, ma non ci ha spaventato. Penso ai primi passi, alle prime cadute, alle prime paroline e ai primi sorrisi. Penso alle prime paure e alle prime decisioni importanti. Penso alla prima farfallina-bella-e-bianca e battiamo-le-manine-che-adesso-viene-papà. Penso al passato, a quando non immaginavo potessero esserci Valeria e Viola. Penso a quando sono arrivate, prima una poi l'altra. Entrambe all'improvviso. E penso al futuro. Con la consapevolezza che il bello esiste sempre, per ognuno di noi, nascosto da qualche parte. E che quando meno te l'ha aspetti viene fuori con tutta la sua potenza e tutto il suo splendore. E con tutto il suo delirio.
E penso che ho tanta voglia di farti gli auguri, amore mio. Il tuo primo compleanno, un giorno speciale. Ma te l'ho detto quanto sei bella?

1 aprile 2016

Pane nostro

- Una fettina, dammene almeno una fettina, ti prego! 

Con un filo di voce imploro Valeria di passarmi il pane, ormai stantio, che stipiamo nella dispensa. Lei mi guarda, alzando il collo a fatica, viso pallido, forze ridotte al lumicino, una sofferenza che gliela leggi negli occhi, poi mi sussurra orgogliosa: 
- no, dobbiamo resistere!
Mestamente abbandono la cucina, mentre una lacrima mi scende dagli occhi. Mordo con rabbia la galletta di riso che ho tra le mani. Riesco a mangiarne una metà, poi la lancio dalla finestra. Incupito, esco per andare a lavoro.

Quattro giorni prima.
- Nic, ho trovato una nuova dieta depurativa. Che dici la facciamo?
- Depurativa? Ma noi non facciamo mai le diete!
- Sì, è vero, ma con tutto quello che ci siamo mangiati negli ultimi tempi, forse sarebbe il caso, non credi?
- Beh, sì, forse. 
- Allora ti spiego la dieta: non dobbiamo mangiare…
- No, ti prego, non dirmelo. Non sono pronto per saperlo. Fai tu.
- Ti fidi?
- Mi fido sempre di te.
Più che depurativa, la dieta che ha scovato Valeria è distruttiva. Niente dolci, niente caffeina, niente latticini. E niente glutine. Addio pasta, dunque. E addio pane. E pizza.

Già, il pane. Già, la pizza.
Il primo giorno passa indenne, l'impresa sembra tutto sommato possibile. Ma dal secondo giorno mi comincia a prendere l'ansia. A metà giornata iniziano le allucinazioni: il mouse è diventato una rosetta tartarugata, la tastiera è una baguette calda e friabile. Tiro avanti tutta la giornata, ma poi la sera torno a casa e trovo il petto di pollo arrostito. Un po' di insalatina, poco sale, poco olio. Poca voglia di parlare, poca allegria. Apro la dispensa e scorgo i resti della pagnotta di pane che ho comprato l'altro giorno, quando potevamo mangiare tutto, quando eravamo pieni di energia e di felicità. Però resisto. Il terzo giorno è drammatico. Le allucinazioni continuano e sono sempre più realistiche. Per poco non mordo un mio collega, scambiandolo per un enorme filoncino ai cinque cereali. Di sera, a casa, io e Valeria sembriamo due zombie. Ci guardiamo con aria circospetta. Ho paura che mi possa addentare da un momento all'altro. Lei mi sta lontana, forse ha lo stesso timore. Mi sento come l'assessore Turri di Sette chili in sette giorni. Scambio il mio vicino, affacciato al balcone, per Renato Pozzetto in versione Silvano Baracchi. Spaventato rientro in casa e quasi svengo. Mangio una vellutata di zucchine e carote e subito mi metto a letto, ma la fame non mi fa prendere sonno. Comincio a contare le pecorelle. Arrivo a tre, poi le pecorelle si trasformano in ciabattine di grano duro. Ne conto seimila e ad ognuna mi sento peggio, ma alla fine riesco a prendere sonno. E faccio un sogno bellissimo: sono su un lettino in riva ad un mare paradisiaco. Qualche metro più in là, dieci panettieri spalmano la nutella su una fetta di pane lunghissima. Mi volto a guardarli e uno di loro mi fa l'occhiolino: "Tranquillo, è tutta tua", mi dice. Alle sette mi sveglio di soprassalto. Tutto sudato allungo la mano, ma non c'è traccia di pane, nemmeno una fettina di pancarrè scaduto. Mi alzo, mi lavo, mi vesto. Valeria è in cucina. 

- Una fettina, dammene solo una fettina, ti prego. 
- No, dobbiamo resistere!
Incupito, esco per andare a lavoro. Seduto davanti al computer, con lo sguardo nel vuoto, faccio una fatica enorme a concentrarmi. Un senso di incompiutezza mi pervade. 
Due ore dopo, capisco che è arrivato il momento di mettere le cose in chiaro con Valeria:
- Forse siamo andati troppo oltre… 
- Sì, forse.
- Credi che dovremmo smetterla qui?
- Sì, credo di sì.
- Stasera mi prepari la pizza?
- Speravo me lo chiedessi!
- Poi pane e formaggio? 
- Ovvio! Non dimenticarti di comprarlo, il pane
- Già comprato, stamattina.
- Bravo, amore!
- E voglio il caffè, tanto caffè.
- Caffè di sera? Poi non dormiamo…
- Non voglio dormire, voglio restare sveglio. Sveglio tutta la notte. Sveglio e felice.

D'altra parte se il verso più famoso della preghiera più pop del mondo recita testualmente: "dacci oggi il nostro pane quotidiano" un motivo dovrà pur esserci. O no?

18 marzo 2016

La staffa

Ho poco meno di 6 anni quando il mio ortopedico mi comunica che dovrò portare un tutore rigido alla gamba destra per diversi mesi. La “staffa”, come la chiama lui, serve a risolvere un problema al collo del femore e tiene l’arto teso, in trazione perenne e sollevato da terra. “Ma se la destra è sollevata, cosa ne sarà della sinistra?” La domanda parte in automatico e trova immediata risposta nell’immagine di uno scarpone nero, con una zeppa alta oltre dieci centimetri, atta a pareggiare l’altezza delle gambe. La menomazione, sebbene a tempo determinato, è evidente e le rinunce che ne sarebbero derivate sono facilmente prevedibili. Temo mesi bui e lenti. Poi però succede “il fatto”.

Nel cortile antistante al refettorio, l’intervallo scorre lento. Gli altri bambini corrono a destra e a manca, io col mio amico del cuore mi alleno per la finale di “mignolino con le figurine” che m’attende di lì a qualche giorno. La solita routine, però, viene spezzata da un sostenuto vociare che arriva dal giardino. Mi alzo lentamente e mi avvicino per capire cosa sta succedendo. Mi ritrovo così nel bel mezzo della faida che i bambini della seconda A hanno organizzato ai danni di quelli della prima B, rei di aver occupato troppo a lungo l’altalena negli ultimi giorni. Il primo spintone sortisce gli effetti sperati e il bambino sull’altalena precipita rovinosamente a terra. Un attimo dopo, però, dalla parte opposta del cortile arriva un coro di urla incredibilmente coordinate. Le suore, scorto l’accaduto, si muovono in paranza in direzione dell’altalena e nel giro di qualche decina di secondi, disperdono la folla e impartiscono severe punizioni a tutti i contendenti. L’utilizzo dell’altalena resta così momentaneamente sospeso e ai rei di tentato litigio viene interdetta la ricreazione per tutta la settimana. 

Sembra essere tornato tutto alla normalità, almeno fino al Lunedì successivo, quando i gruppi antagonisti si ritrovano faccia a faccia a due passi dall’altalena. Nel silenzio si scrutano, ma nessuno è disposto a fare la prima mossa per paura delle suore. Poi, ad un tratto, il più scaltro della prima B ha un’idea destinata a cambiare le sue sorti. E anche le mie: “E se chiamassimo il ragazzo con lo scarpone gigante?” Senza dare troppo nell’occhio, si allontana dal luogo della contesa e si dirige spedito verso di me, che da lontano osservo la scena e intanto assesto un colpo deciso di mignolino alla figurina di Beppe Bruscolotti. 

Dal modo in cui mi guarda capisco subito che ha bisogno di me, così chiedo al mio avversario di sospendere la partita. Lui capisce e acconsente. Io per ringraziarlo gli regalo la figurina di Bruscolotti, poi mi alzo in piedi e sciorino la faccia più cattiva che ho. Senza essere ufficialmente investito di alcuna carica, mi metto a capo della spedizione. Una ciurma di altri bambini si unisce alla spicciolata, intuendo evidentemente che conveniva stare dalla parte nostra. Dalla parte mia. Il branco fa proseliti metro dopo metro. Tutti dietro di me, un po’ gladiatore, un po’ professor Tersilli, mentre, da condottiero navigato, li guido con spavalderia e carisma verso una sicura vittoria. In lontananza le suore, distratte, testano la nuova collanina del Rosario che la madre superiora ha regalato a tutte loro. So, però, che devo muovermi con cautela se non voglio ritrovarmele alla calcagna bastone-munite. Mi limito a stringere gli occhi, per rendere lo sguardo più intenso e a fissare dritto quello che presumo sia il capobanda rivale. Poi con un gesto minimale, ma sicuro, sollevo leggermente lo scarpone e con l’indice indico la zeppa. È un attimo, i nostri nemici si guardano atterriti e decidono di battere velocemente in ritirata. 

Quando torno a casa, in preda all’entusiasmo, riesco a fare per la prima volta le scale di corsa, con una velocità che nemmeno Forrest Gump saprebbe pareggiare. E quando il giorno dopo torno a scuola, si fa a gara per diventare i miei amici del cuore. Compresi quelli della seconda A. Il “fatto” oramai ha cambiato ogni cosa. 

Perché la vita è così, un imprevedibile susseguirsi di alti e di bassi. Senza momenti difficili, non ci sarebbero mai momenti veramente felici. E quando hai la sensazione di essere davvero vicino al fondo, allora devi stringere i denti e prepararti ad aprire il cuore: la riscossa sta per iniziare.

5 febbraio 2016

Letto a tre piazze

Le due e un quarto, notte fonda.
Viola dorme. Nella culla. Il punto tra “dorme” e “nella” non è un refuso, serve a dare risalto al fatto che stia nella culla.
- (l'istinto) Strano, di solito a quest’ora vuol venire nel lettone...
- (la logica) Beh, meglio così, dormi più comodo.
La testa totalmente poggiata sul cuscino, il centro del letto a disposizione per allungare le gambe e i gomiti. Una manna dal cielo, dopo notti passate con una spalla incastrata tra la testiera e il comodino.
Le tre e mezza.
- (l'istinto) Ancora nella culla!?
- (la logica) Eh sì..
- (l'istinto) Ma stanotte non ci vuol proprio venire nel letto?
- (la logica) Niente niente ti dispiace, eh?
- (l'istinto) No, cioè… boh, non lo so…
Le quattro e dieci.
- (l'istinto) Oh, dorme bene nella culla, eh?
- (la logica) Già, sta diventando grande
- (l'istinto) Che faccio la prendo lo stesso?
- (la logica) Ma che sei matto? Sono dieci mesi che dormi 5 ore a notte!
- (l'istinto) Mica sono così poche 5 ore a notte...
Le cinque meno un quarto.
- (l'istinto) Ha tossito?
- (la logica) No!
- (l'istinto) Mi pare di averla sentita piangere...
- (la logica) Non provarci!
- (l'istinto) Certamente sarà uscita dalle coperte!
- (la logica) Ha un pigiama di caldo cotone e ci sono venti gradi in casa, su non essere ridicolo..
- (l'istinto) E se ha voglia di una carezza?
- (la logica) Chi, lei?
Le cinque e quaranta.
- (l'istinto) Eh no, stavolta sta proprio piangendo!
- (la logica) È un mezzo mugugno, magari si riaddormenta nella cul...
- (l'istinto) …
- (la logica) No, dai… Non farlo!
- (l'istinto) Cucciola di papà... [smack, smack, smack]
- (la logica) Ci rinuncio. Vaffanculo.
- (l'istinto) Non si dicono le parolacce!
- (la logica) Eh no, questo dovrei dirlo io...

20 gennaio 2016

Lettera a Sarri

Mauri', ma dico io, con tutte le maleparole che ci stanno (e tu le conosci tutte, lo so) proprio "finocchio" gli dovevi dire? Non lo sai che qua è un attimo che diventi omofobo? Ci mette niente un Mancini qualsiasi a sostenere che "è meglio essere gay se gli uomini sono come Sarri". Orgoglio LGBT a palla, che piove dal cielo come cioccolata la notte della Befana. Siamo tutti Mancini, come ha titolato in prima pagina Tuttosport. Tuttosport, mica pizza e fichi. Giornalisti seri e coerenti, come quelli che “in 20\30\40 anni di carriera non ho mai visto niente di simile”. Vai a capire di cosa si occupavano, magari di golf. O di curling, chi lo sa.
Che poi avessi detto, che ne so, vecchio cazzone, come ha fatto lui, era un’altra cosa. Ma tu no, hai voluto dire finocchio. E hai voglia a rimarcare che Mancini è lo stesso che difendeva i tifosi interisti che ingiuriavano Napoli, che difendeva il suo amico Mihalovic, accusato di razzismo. Hai voglia a rammentare di quando Boskov sottolineava che Mancini era sì un grande talento, ma aggrediva e prendeva a parolacce i suoi compagni. Erano altri tempi quelli, quand’ancora il Mancio non era diventato un paladino dei diritti gay, l’eroe buono che combatte l’omertà e l’ipocrisia del calcio.
E poco importa che eri nel pieno della trance agonistica e dopo un minuto e quindici secondi esatti ti sei prostrato a chiedere scusa, privatamente e pubblicamente. Mica possono rimanere in campo queste cose. Mica è vero che “se tutti facessero come Mancini, sarebbe squalificata mezza serie a” come dice il bordocampista Varriale.
Sei omofobo e basta. Che poi, se proprio ci tenevi a fare una cosa da cattivo, avevi tante soluzioni a disposizione. Potevi andare in curva e inneggiare all'eruzione del Vesuvio, urlare maledetto terrone terromotato. Potevi intonare un lungo buuuu al primo uomo di colore che ti capitava a tiro e apostrofarlo sporco negro. E lo potevi fare pure se eri il presidente della Lega Calcio. Potevi farti eleggere in Parlamento e spaccare una sedia sulla schiena di un tuo collega. O provare a diventare Presidente del Consiglio e organizzare orge con le minorenni. Potevi pure bestemmiare che tanto, al massimo, ti cacciavano dalla casa del Grande Fratello. Insomma potevi fare tante cose e nessuno t’avrebbe detto niente e invece, no, ti sei incaponito e hai voluto dire finocchio. E quest’è, peggio per te. Sarai omofobo per il resto dei tuoi giorni. E faresti bene a smetterla di far giocare il Napoli così bene, che se continui ad essere primo in classifica è un attimo che diventi pure pedofilo, magari perché hai dato una pacca sulla spalla ad un giocatore della primavera. Allenatore avvisato…

11 gennaio 2016

Pomodori a colazione

Alle diciannove in punto Valeria mette in padella dieci pomodorini con un poco d'acqua. Né olio, né aglio, né sale. I nove mesi di Viola non ammettono condimenti. La fiamma è al minimo, per evitare che il sughetto s'attacchi sul fondo. Il profumo dolce e intenso del pomodoro fresco comincia a diffondersi in tutta la casa. Respiro forte affinché possa imprimersi dentro le narici. 

Poi chiudo gli occhi per un attimo. 

Quando li riapro sono tornato indietro di venticinque anni. È un Sabato di fine estate e tutta la famiglia si ritrova di prima mattina nel grande cortile. Cento chili di pomodori, già lavati, fanno bella mostra di sé nell'angolo più fresco del cortile, affianco alle aiuole piene di ortensie colorate. I grandi barili, riempiti d’acqua a metà, sono già poggiati sui fornelli a gas ancora spenti. A noi bambini, pieni di entusiasmo, ma scevri di esperienza, viene affidato l'unico compito ritenuto esente da rischi: infilare le foglie di basilico nelle bottiglie di vetro, messe da parte durante tutto l'anno. Ne sono state conservate più del necessario e c’è concesso anche di romperne accidentalmente qualcuna. Ma è dall'altra parte del cortile che si concentrano le operazioni principali: i pomodori, a poco a poco, vengono infilati nel boccale di un consunto passapomodori elettrico rosso. Tutto il passato ottenuto, poi, finisce su uno scivolo e, da qui, dentro una grande bacinella bianca. 

Quando la bacinella è piena, comincia la riempitura delle bottiglie: le donne della famiglia si armano di mestoli e imbuto e cominciano a versare il passato di pomodoro nei contenitori di diverso formato. Le foglie di basilico che avevamo inserito con tanto zelo, lentamente scompaiono, sopraffatte dalla colata di pomodoro, mentre una seconda bacinella bianca già ha preso posto sotto l'inesauribile passapomodori. 

È necessaria più di un’ora per riempire tutte le bottiglie. Solo a questo punto le donne si possono ritirare in casa per preparare il pranzo e lasciano agli uomini il compito di tappare le bottiglie. Quatto quatto mi avvicino ai grandi e li imploro di poter partecipare a questa operazione, ma non c’è verso. Il momento è troppo delicato e la responsabilità è tutta nelle mani dei capifamiglia. Le bottiglie a una a una finiscono sotto la tappatrice a cremagliera, dove un timone a tre leve, manovrato con sicurezza, ma senza un’eccessiva pressione, spinge i tappi a corona, gli stagnarielli come li chiamano i grandi, verso il collo della bottiglia. Il momento dell’incontro, del sigillo, è accompagnato da una leggera nota vocale emessa dal timoniere, che poi è un messaggio in codice per il resto della catena di montaggio, come a dire: questa è andata, avanti con un’altra bottiglia. 

È ormai ora di pranzo quando tutte le bottiglie sono state tappate e adagiate all’interno dei barili per la cottura. Acceso il gas, non resta che aspettare: una volta pronte, le conserve saranno stipate nei grandi scaffali della cantina. 

Adesso anche gli uomini si possono ritirare. Rientro anche io. Le donne sono tutte schierate ai fornelli della cucina. I pomodori sono in padella. Con olio, aglio e sale. La fiamma è al minimo, per evitare che il sughetto s'attacchi sul fondo. Il profumo dolce e intenso del pomodoro fresco comincia a diffondersi in tutta la casa. 

Respiro forte affinché possa imprimersi dentro le narici.