18 dicembre 2015

Farfallina bella e bianca

Viola sa battere le mani. Ma non così, a caso. Tu glielo chiedi e lei lo fa. Su richiesta. Ed è solo l’ultima chicca di un repertorio sempre più vasto. Già da qualche settimana, per esempio, ha imparato a muovere le mani al coro di “farfallina bella e bianca”. E ci riesce nonostante io e la mamma gliela cantiamo ognuno a modo proprio, inventando e cambiando ogni volta le parole. Anzi, ha imparato talmente bene che ci riesce anche se la canzoncina non gliela canti per niente. Tu dici solo: “farfallina” e lei, zacchete, parte col movimento oscillatorio di entrambe le mani. 

Stamattina l’ho messa alla prova appena sveglia. Era ancora nella culla, con un occhio chiuso e uno mezzo aperto e io, a tradimento, le ho intimato: Farfallina! Lei è rimasta per un attimo sulle sue, mi ha guardato perplessa dalla fessura di occhio aperta, poi ha tirato su le mani e con piglio da leader ha fatto partire quello che ormai è il suo cavallo di battaglia. Un attimo dopo, senza che nemmeno glielo chiedessi, ha continuato la performance con battito di mani e canzoncina in gramelot sincronizzata. Non vi dico la soddisfazione. Roba che avrei voluto fare un comunicato stampa. E non vi dico l’espressione tronfia di lei, di fronte ai miei complimenti. 

No, tranquilli, non sono uno di quei padri che vogliono ostentare le (presunte) magnificenze dei figli. So bene che mia figlia non è né la prima, né l’ultima bambina che alla soglia degli otto mesi comincia ad interagire in maniera sempre più consapevole con i genitori. È solo che fino a otto mesi fa, io, i bambini che sapevano battere le mani non li ritenevo meritevoli di chissà quale particolare attenzione. Nemmeno me li filavo. Non mi rendevo conto di quanto quel piccolo gesto, fatto da uno scricciolo di essere umano assetato di apprendimento, potesse essere infinitamente grande. Per chi lo “compie”, ma anche per chi lo “giudica”. L’ho capito solo osservando la faccia soddisfatta di Viola, ogni volta che esulto orgoglioso per quello che fa. 

Perché la grandezza delle azioni è sempre relativa. Anche quando di mezzo ci sono cose più complesse di un battito di mani. È da questa consapevolezza che dovremmo ripartire tutti: imparare a guardare più a fondo per capire (e apprezzare) chi abbiamo veramente di fronte. Fino a scoprire che la vita non è fatta di regole e valori assoluti, ma di individui singoli, con vissuti, contingenze, opportunità ed esigenze uniche. Solo così, forse, potremo scoperchiare il vaso di Pandora della diffidenza e della superficialità o, se preferite, riuscire a vivere meglio con gli altri e con noi stessi.

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