29 dicembre 2015

La prima volta al cinema non si scorda mai (o perlomeno non se la scordano i genitori)

Missione compiuta! Siamo riusciti a portare Viola al cinema. Complici Masha e Orso, amici fidati e inseparabili di mia figlia fin dalle prime settimane di vita, l'impresa è stata meno ardua di quanto pensassimo. 

Alle 16.40 entriamo in sala, il film inizia nell'istante in cui varchiamo la porta d'ingresso. È giusto che Viola prenda da subito le abitudini di mamma e papà, compresa quella di arrivare all'ultimo istante al cinema. Ma soprattutto quella di andarci al cinema. Da subito. Otto mesi e ventitré giorni per la sua prima volta davanti al grande schermo mi pare un buon inizio. 

Facendoci luce con il telefonino arriviamo alla nostra fila, la migliore della sala, che abbiamo comprato il giorno prima per non rischiare di doverci accontentare di un posto qualunque. La prima volta doveva essere perfetta. E difatti lo è. Viola vede il faccione gigante di Masha e scoppia in un'espressione di felicità senza eguali, inferiore soltanto al grido di giubilo che emettiamo io e Valeria quando, tra un episodio e l'altro, a sorpresa, appare Gipo sullo schermo. Il resto della platea si volta verso di noi, non so se stupita dal fatto che una bambina così piccola stia in sala con la maturità di un adulto o dal fatto che i due adulti che la accompagnano esultino con entusiasmo da bambini. 

I cinque minuti di intervallo sono buoni per qualche scatto fotografico, ma anche per permettere a Viola di scoprire il resto dei pargoletti, tutti più grandi di lei, in sala. E in particolar modo Sabrina, due anni e mezzo, che diventa la sua amica del cuore per tutto il secondo tempo. E così tra una marachella di Masha e uno sbuffo di Orso, Viola e Sabrina ne approfittano per scambiarsi sguardi, stringersi la mano e ricambiarsi gridolini di complicità. Uno spettacolo nello spettacolo. La fila dietro di noi è combattuta su dove rivolgere lo sguardo, ma alla fine vincono loro: Viola e Sabrina, in effetti sono una spanna sopra Masha e Orso. 

Un'ora e poco più e tutto finisce. Viola è soddisfatta, noi pure. Portarla al cinema è stato per lei una piacevole scoperta. Per noi una piacevole conquista. Che sia la prima di tante volte. E che il cinema contribuisca a farla divertire e sognare, a farla riflettere e imparare, ma soprattutto a proiettarla alla ricerca di trame sempre originali, anche quando si riaccendono le luci. Con la consapevolezza che il lieto fine può sempre arrivare, anche quando quella fantastica sceneggiatura che è la vita ti para davanti ostacoli e colpi di scena inattesi

18 dicembre 2015

Farfallina bella e bianca

Viola sa battere le mani. Ma non così, a caso. Tu glielo chiedi e lei lo fa. Su richiesta. Ed è solo l’ultima chicca di un repertorio sempre più vasto. Già da qualche settimana, per esempio, ha imparato a muovere le mani al coro di “farfallina bella e bianca”. E ci riesce nonostante io e la mamma gliela cantiamo ognuno a modo proprio, inventando e cambiando ogni volta le parole. Anzi, ha imparato talmente bene che ci riesce anche se la canzoncina non gliela canti per niente. Tu dici solo: “farfallina” e lei, zacchete, parte col movimento oscillatorio di entrambe le mani. 

Stamattina l’ho messa alla prova appena sveglia. Era ancora nella culla, con un occhio chiuso e uno mezzo aperto e io, a tradimento, le ho intimato: Farfallina! Lei è rimasta per un attimo sulle sue, mi ha guardato perplessa dalla fessura di occhio aperta, poi ha tirato su le mani e con piglio da leader ha fatto partire quello che ormai è il suo cavallo di battaglia. Un attimo dopo, senza che nemmeno glielo chiedessi, ha continuato la performance con battito di mani e canzoncina in gramelot sincronizzata. Non vi dico la soddisfazione. Roba che avrei voluto fare un comunicato stampa. E non vi dico l’espressione tronfia di lei, di fronte ai miei complimenti. 

No, tranquilli, non sono uno di quei padri che vogliono ostentare le (presunte) magnificenze dei figli. So bene che mia figlia non è né la prima, né l’ultima bambina che alla soglia degli otto mesi comincia ad interagire in maniera sempre più consapevole con i genitori. È solo che fino a otto mesi fa, io, i bambini che sapevano battere le mani non li ritenevo meritevoli di chissà quale particolare attenzione. Nemmeno me li filavo. Non mi rendevo conto di quanto quel piccolo gesto, fatto da uno scricciolo di essere umano assetato di apprendimento, potesse essere infinitamente grande. Per chi lo “compie”, ma anche per chi lo “giudica”. L’ho capito solo osservando la faccia soddisfatta di Viola, ogni volta che esulto orgoglioso per quello che fa. 

Perché la grandezza delle azioni è sempre relativa. Anche quando di mezzo ci sono cose più complesse di un battito di mani. È da questa consapevolezza che dovremmo ripartire tutti: imparare a guardare più a fondo per capire (e apprezzare) chi abbiamo veramente di fronte. Fino a scoprire che la vita non è fatta di regole e valori assoluti, ma di individui singoli, con vissuti, contingenze, opportunità ed esigenze uniche. Solo così, forse, potremo scoperchiare il vaso di Pandora della diffidenza e della superficialità o, se preferite, riuscire a vivere meglio con gli altri e con noi stessi.

1 ottobre 2015

Una foto al giorno

Stamattina leggevo di un tizio che per dieci anni si è scattato una foto tutti i giorni sempre allo stesso posto e sempre con la stessa inquadratura e poi le ha montate tutte assieme in un video. 

Non è la prima volta che leggo di iniziative di questo tipo, tanto che qualche tempo fa, quando Valeria scoprì di essere incinta, mi balenò per la testa l’idea di fare lo stesso con lei e il suo pancione crescente. Così individuai un angolo della casa che mi sembrava adatto alla circostanza, testai l’inquadratura migliore e feci il primo di quella che doveva essere una lunga serie di scatti quotidiani. Il mattino seguente, però, me ne dimenticai, quello dopo Valeria non si riteneva abbastanza truccata per lasciarsi immortalare nella foto del secolo, quello dopo ancora lei dormiva quando io uscii di casa. E ancora: un altro giorno non potetti scattare perché avevo il telefono scarico, poi me dimenticai di nuovo. Bilancio della prima settimana: una sola foto su sette giorniE non andò meglio la seconda settimana. Intanto cambiai anche casa e pure l’angolo che avevo scelto come scenografia venne meno. Insomma per farla breve, la mia idea fallì prima ancora di cominciare. 

Quando nacque Viola ci riprovai: comprai il Boppy (una ciambella dentro la quale “alloggiare” i neonati) e pensai bene di usarlo per scattare ogni giorno una foto a mia figlia. Stavolta ce l’avrei fatta, non fosse altro per dare il giusto rilievo ai 1200 completini che Valeria le aveva comprato. Il primo giorno andò tutto liscio e pure il secondo e il terzo. Il quarto, però, mentre stavo per scattare Viola rigurgitò, il quarto la fodera del Boppy era in lavatrice, il quinto me ne dimenticai e il sesto di nuovo il telefono scarico (ma c’avete fatto caso che le batterie di questi smartphone durano sempre meno?). Niente da fare, pure stavolta avevo fallitoSia chiaro: di foto di Viola ne ho a bizzeffe. Credo di averne fatte oltre tremila in sei mesi, ma tutte troppo diverse. Niente di adatto a fare uno di quei video che diventano virali nel tempo di una pipì. 

Confesso di esserci rimasto male, lì per lì, ma poi stamattina ho visto il video di quel tizio e ho capito tutto. È il mio inconscio che si rifiuta di piegarsi a qualsiasi logica di standardizzazione forzata. Vuoi mettere la banalità di migliaia di scatti tutti i uguali tra loro con il piacere di immagini tutte diverse? E poco importa se nel mezzo ce ne capita qualcuna sfocata o con la faccia tagliata. In fondo la vita è questo. Mica una distesa pianeggiante lungo la quale camminare sempre con la stessa andatura. Piuttosto un continuo alternarsi di salite e discese. E non bisogna essere troppo pessimisti lungo la salita, né eccedere in ottimismo quando s’imbocca la discesa.

L’importante è imparare a godersi il cammino, sempre, qualunque esso sia. Consapevoli che ogni giorno è diverso dal precedente e che il percorso di ognuno è diverso da quello di ogni altro. E se proprio devo guardarmi indietro non è certo una sfilza di immagini tutte terribilmente uguali tra loro che voglio vedere. E lo so che questa uscita da filosofo-di-sta-ceppa forse non c’entra un bel niente con quel povero cristo che s’è andato a cercare il suo quarto d’ora di popolarità, ma sta cosa ve la volevo dire, così ‪#‎tantoperparlare‬

4 agosto 2015

In vacanza (a Monopoli) con la pupa

Quando, poco più di un anno fa, dall'ultimo piano del mio hotel sulla 39st, scrivevo un dettagliato report delle mie giornate newyorchesi, mai avrei immaginato che l'estate successiva, mi sarei ritrovato a raccontare di una vacanza a Monopoli

Sia chiaro, nulla contro la Puglia, regione nella quale ho trascorso memorabili pezzi della mia infanzia, ma io e Valeria eravamo nella fase “tutto-il-pianeta-ai-nostri-piedi” e avevamo in programma ben altri giri intorno al mondo. Poi è arrivata Viola e il nostro mondo – per fortuna - è diventata lei. Dove si va allora in vacanza con una neonata di nemmeno quattro mesi? 

Scelta non semplice se sei al primo figlio e se, preso dalle vicissitudini post-nascita, sei costretto ad organizzare un viaggio in pochi giorni. Ci lasciamo guidare dall'istinto e scegliamo Monopoli. Non che ne sapessimo molto, se non che aveva il mare da bandiera blu e che era comoda da raggiungere: autostrada fino a Bari e un pezzettino di superstrada, nulla di meglio per le nostre esigenze. Tra l'altro Monopoli m'è sempre stata simpatica, vuoi per l'omonimia con il gioco da tavola che tanto mi piaceva da ragazzino, vuoi perché negli anni novanta (l'allora) mitico Jerry Calà ci aveva ambientato “Professione Vacanze” una serie cult per noi adolescenti del tempo. E così che io, Vale e Viola, armati di bagagli, carrozzini, ovetti, sdraiette, canottini, materassini e altri oggetti più o meno utili, puntiamo il nostro galeone (una Ford Fiesta del 2010) alla volta di Monopoli. 

La partenza è intelligente, di Lunedì, sfalsata rispetto ai movimenti di massa. Scegliamo però di anticiparci di qualche giorno, per fare tappa a Napoli, da dove saremmo dovuti ripartire, il suddetto Lunedì, alle 6.30 del mattino, per evitare le ore più calde della giornata. O perlomeno così aveva programmato Valeria, ma glielo si leggeva negli occhi che non ci credeva nemmeno lei. E infatti partiamo alle 8.35. Il viaggio, al lordo di qualche sosta per pipì e carburante, dura all'incirca quattro ore. Arriviamo per pranzo, prendiamo possesso del b&b che abbiamo prenotato per tutta la settimana, scarichiamo i bagagli (cioè li scarico io facendo sette viaggi auto-stanza, mentre Valeria allatta Viola distesa sul letto con l'aria condizionata accesa), poi scendiamo a mangiare. Comincia la nostra vacanza a Monopoli. Vi risparmio però il diario giornaliero delle mie vacanze e provo a sintetizzarvi gli aspetti rilevanti di Monopoli. 

A Monopoli ci sono strade senza strisce, né blu, ne bianche, strade dove parcheggi e basta, da entrambi i lati della carreggiata, senza curarti troppo di grattini, dischi orari e cose di questo tipo. So che la cosa può sembrare trascurabile, ma chi vive a Roma tutto l'anno, sono certo mi capirà. 

A Monopoli i turisti e gli abitanti del posto frequentano gli stessi luoghi. E anche questa non è una cosa da poco, soprattutto dal punto di vista economico, perché Monopoli non ha prezzi “turistici”: uno spaghetto con le vongole a 8 euro, a Roma, non lo trovi nemmeno nella peggiore trattoria di periferia e il caffè a 90 centesimi anziché a 1 euro non cambia la tua situazione finanziaria, ma ti fa apprezzare il gesto. 

A Monopoli, poi, si mangia bene. Meglio che a Roma, quasi come a Napoli (la mia città è sempre al primo posto in tutte le mie classifiche). Con Valeria abbiamo consacrato questa vacanza come la migliore dal punto di vista gastronomico, tra pucce, paposce, troccoli, cartocci di pesce fritto e altre cose che, per ragioni di sintesi, non vi elenco. Ma credetemi sulla parola: a Monopoli si mangia davvero bene. 

A Monopoli è difficile passeggiare con un carrozzino. La ragione per la quale esistano ancora marciapiedi senza la rampetta per salire e scendere agevolmente con un mezzo a rotelle, senza doverlo per forza impennare ogni volta, ancora mi sfugge. Se poi questo avviene in un posto di mare dove si tende a camminare molto a piedi e per giunta i marciapiedi sono alti come piani rialzati, allora diventa un problema serio, specie per gli avambracci di chi porta il carrozzino.

A Monopoli c'è sempre una strada all'ombra e questa per noi è stata la più grande risorsa. A mare ci andavamo solo dopo le cinque quando il sole, in fase calante, diventava sopportabile per la pelle delicata di un neonato e il resto della giornata, se non volevamo starcene chiusi in stanza, non ci restava che andare in giro per il centro storico, dove, per concessione dei vicoli stretti, spesso il sole non arrivava. Abbiamo così scoperto un labirinto di stradine strette e suggestive, di scorci affascinanti, di angoli romantici (e pure ventilati, che non guasta). 

A Monopoli c'è tanta gente che fuma. La cosa, dì per sé, potrebbe anche essermi indifferente, se non fosse per il fatto che gran parte di queste sigarette finiva in spiaggia e in mare. Tanto da rendere le famigerate calette di Monopoli (ce ne sono a decine) un cumulo di mozziconi. Se poi ci metti il gioco delle correnti che (non chiedetemi il motivo) portava a riva un sacco di sporcizia proprio a partire dalle cinque, quando noi scendevamo in spiaggia, potete capire quanto poco ci abbia gratificato l'aspetto balneare. Ma allora questo mare da bandiera blu? Ci avevamo rinunciato a cercarlo, quando, il penultimo giorno di vacanza, al tramonto, passiamo sopra una caletta vuota e col mare finalmente cristallino. È un attimo, io e Valeria ci guardiamo e capiamo di non poter perdere questa occasione. A turno, ovviamente. Uno resta con Viola, l'altro in mare. Finalmente un bagno degno di nota. 

A Monopoli non c'è né il Parco della Vittoria, né il Viale dei Giardini, non si passa mai dal via e non ci sono casette verdi e alberghi rossi. In compenso, però, ci sono circa 200 b&b, con standard qualitativi molto alti e gestiti con professionalità e cordialità, un buon motivo per mettere in agenda un viaggio da queste parti. Ma soprattutto a Monopoli c'eravamo noi: io, Vale e Viola, la prima vacanza tutti e tre assieme, un motivo speciale per renderla comunque indimenticabile.

15 luglio 2015

Il decalogo del neo papà

Un figlio ti cambia la vita. Quante volte l’avete sentito dire? Ma poi cos’è che cambia davvero? Ecco, finalmente, tutta la verità… 

  1. Diminuiscono drasticamente le ore di sonno. Di solito non più di 3 per notte. Se sei fortunato puoi arrivare a 5. Ma se solo ammetti di farne 4 di fila, senti partire il coro: “Beh, di che ti lamenti. Io, invece, quand'ero....” 
  2. Arrivano consigli da ogni dove: genitori, suoceri, nonni, zii, bisnonni, prozii, amici, amici degli amici, vicini di casa, colleghi di lavoro, amici dei vicini di casa e amici dei colleghi di lavoro, ex fidanzati, ex suoceri, followers, parenti alla larga e affini di ogni genere. Ognuno si sente in dovere (oltre che in diritto) di dire la sua su come tenerlo in braccio, lavarlo, vestirlo, farlo mangiare. Ma lo sai che esistono ben 24 modi diversi di cambiare il pannolino? 
  3. Non hai più tempo per leggere e tantomeno per andare al cinema. Riuscire a terminare un racconto di Fabio Volo è come aver letto Guerra e pace due volte di fila. E per vedere la tua serie tv preferita devi sfruttare l'unico spezzone di tempo che ti rimane. Tra le 2 e le 3 di notte.
  4. Cambi pigiama tutte le sere. Perché su quello del giorno prima trovi sempre una macchia di rigurgito acido e maleodorante, che nemmeno t'eri accorto di avere. E allora ne prendi uno, lindo e immacolato, dal cassetto ed esattamente cinque minuti dopo… Zacchete, arriva un altro rigurgito. 
  5. Impari a fare tutto con una mano sola: aprire il frigorifero, fare colazione, vestirti, persino lavarti. E capisci che per tenere in braccio un neonato non serve un'imbracatura di sicurezza. 
  6. Cominci a maneggiare i pannolini con una disinvoltura che non immaginavi potesse appartenerti. Le prime volte passi decine di minuti a studiare la tensione e l’inclinazione esatta degli strappi adesivi, ma poi ti accorgi che è solo una questione di culo (in tutti i sensi): di fronte ad un bombardamento di pupù non c'è tripla assorbenza che tenga. 
  7. Smetti di esultare ai gol della tua squadra del cuore. Questa cosa ti procura immenso dolore, ma è comunque meglio che sentire le urla di tua moglie quando s’accorge che hai svegliato il pupo… 
  8. Trovi un'insospettabile alleata in Peppa Pig. Quella scrofetta brutta e saccente, creata da chissà quale perverso disegnatore che ha voluto renderla uguale ad un simbolo fallico, ti regalerà insospettabili mezzore di tranquillità e intimità. 
  9. Sì, ho detto intimità, ma vola basso con la fantasia. Nulla sarà più come prima, nemmeno su quel fronte... 
  10. Scopri di guadagnare meno di quanto immaginavi. O comunque meno di quanto ti servirebbe: il pediatra, rigorosamente privato, i vestitini, il carrozzino, la culla, il fasciatoio, la sdraietta basculante, il box, il seggiolone, la culla da campeggio a casa dei nonni, l'ovetto, il passeggino, i ciucci ipertecnologici e anatomici, la spugnetta delicata che non graffia la pelle delicata, la crema per il culetto, l'olio per i massaggi, il bagnoschiuma speciale senza sostanze aggressive. E poi i pannolini, tanti pannolini, una scorpacciata di pannolini. 
Insomma cambiano tante cose, ma più di tutto cambi tu. E cambia la tua prospettiva sulla vita. Fai cose che fino al giorno prima nemmeno immaginavi fossero possibili: annusi tuo figlio e ripensi al suo odore per tutta la giornata, lo subissi di baci, fino a consumarti le labbra, fai tardi al lavoro per le decine di minuti passate a guardarlo nella culla mentre dorme, gli scatti mille foto al giorno e le riguardi durante la notte, canti ninna nanne stonate e improbabili pur di regalargli un sonno più dolce e sei disposto a rovinarti la reputazione per strappargli un sorriso. Pensi al futuro con l'orgoglio di chi sa di aver fatto qualcosa di speciale, ma anche con il senso di responsabilità di chi deve proteggere un tesoro inestimabile. E ogni mattina quando apri gli occhi sai che quello che sta per iniziare è un giorno stupendo. Sempre e comunque. Ti senti forte ed invincibile. E forse lo sei per davvero. Ma più di ogni altra cosa sei felice, felice davvero.


17 giugno 2015

Voi non siete napoletani!

Stamattina mentre raggiungevo a piedi la macchina, ho sentito due voci provenire da una casa al primo piano. Era un uomo che parlava ad una bambina, probabilmente sua figlia. Dal timbro di voce, direi che la piccola non avesse più di 4 o 5 anni. C'erano le finestre aperte e i loro dialoghi non avevano segreti. 

Lui la stava erudendo sulla loro "razza": "Noi non siamo Napoletani. Noi non siamo nemmeno milanesi e nemmeno palermitani, ma soprattutto noi non siamo...?" E la figlia, prontamente, a voce alta: "...napoletani!" 

Era evidente che conoscesse bene la filastrocca, che chissà quante volte gli aveva già ripetuto quel simpaticone di suo padre. Ho atteso un po', nella speranza che si affacciassero, ma la sorte non mi ha assistito. 

Eppure avrei scambiato volentieri due chiacchiere con entrambi. Soprattutto con lei, anima ancora innocente, alla quale avrei parlato di Napoli e della sua gente, dei sorrisi che anche un estraneo sa regalarti per strada, dell'umanità, dell'altruismo e della genuinità dei miei compaesani, ma soprattutto le avrei fatto capire che i napoletani - quelli per bene, che sono tanti, tantissimi - e i romani - quelli adorabili che incontro tutti i giorni - non sono poi così diversi tra loro. 

A lui non avrei detto molto, per la verità. Mi sarei limitato a fargli notare che sì, lui non è napoletano. E mai potrebbe esserlo. Perché Napoli, è vero, sarà pure piena di difetti e di contraddizioni, ma un coglione patentato come lui, non riesci a trovarlo nemmeno se ti ci metti d'impegno.

24 maggio 2015

Lettera a Benitez

Caro Rafe',

ti chiedo scusa per il disturbo, ma tengo un paio di cosette sulla punta dello stomaco che ti devo dire assolutamente. 

Sei arrivato a Napoli due anni fa e ti abbiamo accolto come un messia. Per noi eri l'allenatore vincente, quello che avrebbe fatto conoscere Napoli e il Napoli in tutto il mondo, quello che doveva portare i campioni e farci vincere lo scudetto. Ci siamo fidati di te, senza se e senza ma, nonostante la panza da oste in pensione e le guanciotte rosse che parevi il pastore 'mbriacone del presepe. Eravamo convinti che con te saremmo riusciti a tenere testa alla Juve. E invece siamo riusciti solo a prenderla a capate in faccia. Quello Britos a te la doveva dare la capata, così ti ricordavi che in una squadra esiste pure la difesa oltre all'attacco. 

E non dire che non ti abbiamo capito, perché ce l'abbiamo messa tutta. Ti abbiamo sostenuto quando facevi giocare Hamsik a un palmo dal culo di Higuain, perché dicevi che per diventare un grande giocatore non doveva tornare a centrocampo. Ti abbiamo sostenuto quando non sostituivi Callejon, che sarà pure un campione, ma certe volte è sceso in campo con l'entusiasmo di un pensionato sul campo di bocce. E abbiamo fatto finta di non accorgerci che era il tuo preferito solo perchè faceva parte della scuderia dell'amico tuo. Ti abbiamo sostenuto persino quando a Dnipro, sotto di un goal, facevi la sostituzione del secolo: Henrique al posto di David Lopez, roba che nemmeno Oronzo Canà... 

Ci hai rinfacciato, fino alla nausea, i tuoi successi di Valencia e Liverpool, ma per vincere, Rafiluccio mio bello, non basta il curriculum, ci vuole la cazzimma. A Napoli più che altrove. E tu la cazzimma non ce l'hai. È inutile che fai, Rafè, non ce l'hai. 

Perciò fai bene ad andartene a Madrid. Quando tieni a Cristiano Ronaldo, a Bale, a Benzema, a James Rodriguez e a tutto il resto appresso, la cazzima non ti serve. E nemmeno la difesa ti serve. Anzi fai una cosa, portatelo a Madrid, a Britos, che sarà pure scarso come giocatore, ma uno che dà capate in faccia torna sempre utile. E se là i tifosi ti schifano prima ancora che arrivi, non fa niente, tieni a Britos che ti difende.

E salutaci la tua famiglia, quella che ti mancava tanto, quella che ti costringeva a tornare appena potevi a Liverpool, quella che ti doveva dare il permesso di rinnovare con il Napoli. Adesso potrai finalmente ricongiungerti a loro. A Madrid, in provincia di Liverpool. 

Statt buon, Rafe'


15 aprile 2015

Anche i blogger diventano papà

Ebbene sì, anche i blogger diventano papà. Una verità dura da digerire, lo so, ma bisogna farsene una ragione. Un papà blogger, però, non è come tutti gli altri papà. Lui non si limita ad aiutare la mamma di suo figlio, a fare il bagnetto e a cambiare di tanto in tanto qualche pannolino. Il papà blogger ha l’esigenza vitale di rendere partecipe il mondo di tutto quello che fa, pensa, dice. Come se davvero, al resto del mondo interessasse qualcosa. Come se tutti gli altri papà del pianeta pendessero dalle sue labbra. E non c'è ostacolo, impegno, contrattempo che possa farlo desistere. Il papà blogger trova sempre il tempo per esprimere un pensiero, condividere una notizia, pubblicare un video. Ma non lo fa per voglia di apparire, assolutamente no. Non siate malpensanti. Il papà blogger ha ben altri pensieri nella testa. Il papà blogger ha una missione altissima da portare a termine: dimostrare all'universo intero che non tutti i papà vengono per nuocere. O no?

25 marzo 2015

I diritti della donna incinta

Ti sei appena sposato e hai deciso di dare il tuo contributo alla continuazione della specie? La tua compagna ripete ormai da tempo che vuole un figlio da te e non sai più che scusa inventare? Qualunque sia il motivo che ti spinge a mandare allo sbaraglio i tuoi spermatozoi migliori, è bene che tu sappia quello che ti accadrà immediatamente dopo. E non sto parlando di quando ti nascerà un figlio, ma dei nove mesi precedenti. Quelle che trovi di seguito non sono semplici probabilità. Sono certezze. Sono i diritti insindacabili delle donne incinte. E stanne certo che li rivendicheranno tutti, uno ad uno, senza pietà. 

  1. Il diritto di lamentarsi. Ovunque e comunque, senza dover dare spiegazioni. Perché “i dolori del parto sono i più forti che si possano provare” e perchè “il mio corpo sta cambiando radicalmente e non sono abituata”. E non provate a dirgli che sono ancora alla sesta settimana di gravidanza. 
  2. Il diritto di avere voglia. Di qualsiasi cosa. Alla faccia di qualsiasi regola di stagionalità e reperibilità. Tipo le fragole a Novembre, i mandarini a Luglio, gli asparagi a Gennaio. Ma anche un jeans nuovo alle tre di notte o una discoteca aperta alle cinque del pomeriggio. E indovinate a chi tocca farle passare questa voglia? 
  3. Il diritto di avere ragione. A prescindere. La donna incinta non esprime opinioni, emana editti. Non fa supposizioni, sviluppa assiomi incontrovertibili. E soprattutto non dà consigli, impartisce ordini. 
  4. Il diritto di fare shopping sfrenato. Si comincia con le tutine di colore unisex prima di conoscere il sesso del nascituro. Poi quelle rosa o azzurre perché “mica vuoi che gli altri non capiscano se è un maschio o una femmina?” E poi quelle estive, invernali e di mezzi tempi. Quelle adatte nel caso nasca più piccolo e quelle adatte nel caso nasca più grande. Quelle che si aprono davanti e quelle che si aprono dietro. Quelle ad un pezzo unico e quelle a due pezzi. E quelle che ancora nessuno ha inventato (vedi punto 2). 
  5. Il diritto di ridefinire la tua agenda. Giorno per giorno. Anzi ora per ora. Senza preavviso e senza margine di trattativa. I tuoi impegni personali potranno essere confermati non più di dieci minuti prima. E prega che in quei dieci minuti sia impegnata a scegliere la prossima tutina da comprare… 
  6. Il diritto di avere sempre qualcuno che le allacci le scarpe. Oppure avere un paio di scarpe che si allaccino da sole. Se sei fortunato, la tua donna apparterrà alla prima categoria e si accontenterà di un allacciatore di scarpe full time, che sappia dosare alla perfezione la giusta tensione dei lacci, evitando di farli troppo stretti, ma che non si slaccino da soli. E sarà bene che tu ci riesca, altrimenti potrebbe decidere di passare alla seconda categoria e, v’assicuro, che le scarpe che si allacciano da sole non sono facili da trovare… 
  7. Il diritto di attribuirti tutte le colpe. Colpa per la nausea, colpa per i piedi gonfi, colpa per i pantaloni che non le entrano più. Colpa per aver scritto uno stupido post che parla di donne incinte… 
  8. Il diritto di cambiare. Cambiare idea, amici, stato d’animo, taglio di capelli, vestiti, gusti alimentari, lato del letto, canale del televisore, colore delle pareti. O semplicemente cambiare il marito.