27 giugno 2013

Un pigiama nuovo può sempre servire

Quando si parla di corredo immediatamente il pensiero corre a tutte quelle donne che, a partire dai 12 anni, hanno cominciato a mettere da parte l’occorrente per la futura vita matrimoniale. 

Anno dopo anno, sotto le sagge direttive di mamme, nonne e zie hanno accatastato migliaia di tovaglie, strofinacci, asciugamani e lenzuola. Senza contare copriletto, coperte e trapunte di ogni genere e grado di pesantezza. Una mole immensa di biancheria che si aggiunge agli abiti e le scarpe della donna e che – dopo il matrimonio – occuperà gran parte dello spazio disponibile in casa, costringendo i poveri mariti a sistemare le loro cose tra l’unico cassetto rimasto libero in camera da letto e il mobiletto in plastica riciclata del balcone. Eppure – sebbene in pochi ne parlano – anche gli uomini hanno un loro corredo

Ma come è fatto un corredo maschile? I pezzi forti sono essenzialmente tre: mutande, calzini e pigiami. Sui primi due c’è poco da eccepire. Il matrimonio è l’occasione ideale per sostituire le dieci mutande consunte e slabbrate dentro le quali si è consumata l’adolescenza e la giovinezza. Sui pigiami, invece, è meglio soffermarsi un po’ di più. 

L’altro giorno, un amico mi poneva una domanda inquietante: quanti pigiami ci devono essere in un corredo? Gli ho subito fatto notare la difficoltà della domanda e gli ho chiesto qualche giorno per rifletterci. E dopo una serie di attente considerazioni sono finalmente giunto ad una classificazione esaustiva. 

Il pigiama invernale di lana, per esempio, è un classico. Per evitare che le gambe si raffreddino, deve avere un elastico molto stretto sulle caviglie, di quelli che ti fermano la circolazione del sangue e al mattino ti fanno ritrovare i piedi viola. 

Il pigiama invernalissimo, invece, è una variante del precedente. Di pile o di flanella, è adatto anche in caso di inattese nevicate dentro le mura domestiche, oltre ad essere un’efficace arma antistupro. 

Poi c’è il pigiama di mezzi tempi, che non deve, per nessuna ragione, mancare: rigorosamente di cotone, con pantalone e maniche lunghe. Con o senza elastico, non importa.

Una chicca vera e propria è il pigiama di mezza estate: manica corta, ma pantalone lungo. Un tempo era molto usato, ma oggi non va più di moda. 

Un'alternativa interessante, non ancora sviluppata, potrebbe essere l’inverso del precedente: manica lunga su pantalone corto. Soluzione alla moda ideale per le notti di Capri, Portofino o Forte dei Marmi. Io lo chiamerei pigiama fashion

Indispensabile è anche il tradizionale pigiama estivo (pantaloncino e manica corta) sul quale non c’è granché da dire. 

Infine, per i più accaldati, c’è l’ultimo ritrovato della moda by night, il pigiama estivissimo: pantaloncino corto e maglia giro manica. Una mano santa per le ascelle più esigenti. 

Va da sé che è necessario avere a disposizione tutte le tipologie di pigiama, per essere pronti a qualsiasi evoluzione climatica presente e futura. Per ciascuna tipologia, poi, bisogna avere almeno tre cambi: due da alternare (uno a giro collo e uno con i bottoni) e un terzo da tenere intatto nella confezione. Tante volte ci si ritrovasse in ospedale, anche solo per un unghia incarnita, un pigiama nuovo può sempre servire

24 giugno 2013

La seconda bomboniera

C’è una domanda che segna indelebilmente la vita di ogni coppia di aspiranti sposi: a chi bisogna dare la seconda bomboniera? Così resomi conto dell’enorme conflitto interiore che può causare questa scelta, mi sono deciso a fare un po’ di chiarezza. 

Il primo criterio di assegnazione è: la ricompensa per un regalo ricevuto. La seconda bomboniera va di diritto a tutti coloro che ti fanno un pensierino, una pianta, un fascio di fiori. Ma come si fa a sapere, in anticipo, chi ti farà un regalo, per prevedere l’opportuno numero di bomboniere? Semplicemente basterà chiedere consulto alle donne più anziane della famiglia, che, dall’alto della loro innata capacità di sapere le cose prima che accadano, vi sveleranno l'arcano. 

Ovviamente, regalo ricevuto o meno, la seconda bomboniera spetta anche a tutti i quasi invitati, a tutti quei conoscenti, cioè, che sono stati in ballottaggio fino all’ultimo per essere cooptati per il giorno delle nozze  e che – per un motivo o per l’altro – sono stati esclusi dalla lista dei privilegiati. Ed è proprio questo il secondo criterio di assegnazione che, su suggerimento di un amico, definirei: premio di consolazione. Per la serie: "ce la hai quasi fatta, ma la sfortuna ha voluto che altri duecento miei conoscenti rimanessero un gradino sopra di te. Beccati sta seconda bomboniera e la prossima volta impegnati di più. "

Veniamo al terzo ed ultimo criterio di assegnazione che è quello che mi sta più a cuore: la bomboniera di scambio. Che suona come una specie di comandamento: chi ti onora con una seconda bomboniera, merita lo stesso trattamento. Una seconda bomboniera ricevuta è una cambiale, che si estingue solo nel momento in cui si offre una propria seconda bomboniera. Tale debito, però – e qui viene il bello – non appena estinto, immediatamente si trasforma in un credito esteso anche alle relative famiglie. Facciamo un esempio. 
Se il figlio della Signora Carmela si sposa e dà la seconda bomboniera alla Signora Teresa, quest’ultima sarà in debito con lei. Quando finalmente anche il primo figlio della signora Teresa si sposerà, questa estinguerà il suo debito, offrendo due sue seconde bomboniere alla Signora Carmela e al figlio sposato. Intanto però si sposerà anche il secondo figlio della Signora Carmela che dovrà dare due seconde bomboniere alla Signora Teresa e al suo primo figlio, quello sposato. Ancora qualche anno e toccherà al secondo figlio della signora Teresa convolare a nozze e smerciare tre seconde bomboniere alla Signora Carmela e ai suoi due figli sposati. E così via...
L’unico modo per attenuare questo sconcertante fenomeno è la penalizzazione dello smercio ingiustificato di seconde bomboniere. Chiunque distribuisca senza giusta causa una seconda bomboniera deve essere punito con la reclusione da tre a sei mesi, con ulteriori aggravanti nel caso l’oggetto in questione sia dichiaratamente brutto. 

La maggior parte delle seconde bomboniere dopo qualche tempo scompare. Chi ne riceve una, di primo acchito, spera di poterle trovare una collocazione. Prima la lascia decantare nella sua confezione, per una settimana almeno, poi comincia a passarla di mensola in mensola, di stanza in stanza, fino a  perderne completamente le tracce. Svariati mesi dopo, però, la seconda bomboniera desaparecida ricompare. Ma a quel punto il suo destino è già segnato: bidone dell’indefferenziata

La sorte delle seconde bomboniere somiglia a quella delle zuppette nella piccola pasticceria. Tutti le comprano ma nessuno le mangia e rimangono, sole e sconsolate, nel vassoio. A fine pasto, poi, c’è sempre uno zio che si fa avanti con una proposta azzardata: 
“Che facciamo, le buttiamo queste due zuppette rimaste?” 
E c’è sempre una nonna che replica: 
“Uh Gesù e perché le vuoi buttare? Mettile in frigorifero. Può essere che qualcuno se le mangia.” 
Poi però le zuppette restano lì per settimane, si perdono tra i formaggi e i resti di parmigiana e vengono ritrovate solo molti giorni dopo sotto forma di irriconoscibili cubi di colore verdastro. Solo a quel punto, finalmente, possono finire nella spazzatura. Nel bidone dell’umido. Affianco a quello dell’indefferenziata, dove i cocci di una vecchia e sfortunata seconda bomboniera si chiedono cosa hanno fatto di male per meritarsi una sorte così ingiusta.

18 giugno 2013

La scelta del cocomero


L’altro giorno, al supermercato, mi sono imbattuto in una scena che mi affascina fin da bambino: la scelta del cocomero. 

Una grande cesta di angurie di diverso peso, colore e forma circondata da almeno una decina di persone, intente a mettere in atto le più evolute tecniche di selezione. Tutti uomini, ovviamente. Perché la scelta del cocomero, da sempre, spetta ai “maschi”. Le donne si preoccupino pure di pere e albicocche. Litighino col macellaio per avere il macinato migliore e si mettano a scovare le offerte più vantaggiose per merendine, biscotti e pasta. Ma stiano lontane dalla cesta dei cocomeri. È una questione di dignità. 

Visti da fuori quei grossi omaccioni che prendevano in grembo delle enormi angurie e cominciavano a sculacciarle, sembravano padri catapultati, loro malgrado, in un asilo nido di bambini maleducati. Lentamente mi sono avvicinato, cercando di osservare senza essere osservato e lo stesso hanno fatto alcuni mariti, repentinamente distaccatisi dalle mogli, per esibirsi in questo esercizio di virilità. In pochi minuti siamo diventati almeno in quindici. E ci muovevamo tutti all’unisono. Ne è venuta fuori una coreografica di schiaffi, tutti assestati con movimento ritmico del braccio e con accompagnamento armonico della testa. Una danza di gruppo, parecchio sgraziata, al fine di produrre il tanto sospirato rumore, quello che indica la dolcezza e la maturità del “mellone rosso” (a Napoli, lo chiamiamo così). 

Ecco, ma qual è il rumore giusto? Quello che deve farmi propendere per un anguria piuttosto che per un'altra? Ho provato a selezionare su google: “come scegliere un cocomero” e sono venute fuori una miriade di tecniche, più o meno complicate da mettere in atto. La costante, c’è poco da dire, è lo schiaffo. Ma il punto non è questo. Siam tutti bravi a sculacciare un anguria, il problema è saper riconoscere il rumore di ritorno. Capacità che nessuno dei miei compagni schiaffeggiatori, sembrava avere. Ognuno ostentava sicurezza, come se avesse scelto angurie da sempre, ma poi di sottecchi spiava tutti gli altri, per rubare il loro sapere. 

Da piccolo, di fronte a queste scene, mi limitavo a sorridere. Oggi che sono (un poco) più grande e (un poco?) più maturo, mi sono lanciato in una riflessione più profonda. Sarà che questa scelta del cocomero, null’altro è, se non una metafora della nostra società, nella quale ci si deve sempre barcamenare tra le vere competenze e quelle soltanto ostentate? Sarà che la logica della finta meritocrazia che imperversa in ogni dove ci spinge tutti a fingere di saper fare, nella speranza di confonderci con chi sa fare per davvero? Domande evidentemente troppo profonde per essere affrontate abbracciato ad un anguria di dieci chili. 

Così mi sono ricordato delle parole che appena qualche giorno fa una persona che stimo parecchio mi ha suggerito: “Meglio affidarsi ai professionisti” D’altra parte così come non basta una macchina fotografica digitale a fare un fotografo, nè un blog a fare uno scrittore, di sicuro non può bastare un’enorme cesta di angurie a fare un fruttivendolo. E poiché un fruttivendolo di fiducia io ce l’ho, ho deciso di andare da lui a comprare l’anguria. Non prima di aver fatto un grosso in bocca al lupo agli ormai miei ex colleghi, ancora impegnati in quella surreale jam session di percussionisti improvvisati. 

Dieci minuti dopo sono dal mio fruttivendolo. Gli chiedo un’anguria dolce e matura, lui tergiversa un po’, poi me ne passa una, che in effetti si rivela squisita. Magari è stato solo un caso. Magari una tecnica, davvero efficace, per scegliere i cocomeri, non è mai esistita. Ma poco importa. L’estate è ancora lunga e non ci resta che sperare che ci capitino i cocomeri migliori. In quanto alla mia analisi sulla falsa meritocrazia, l’ostentazione delle competenze e tutto il resto, meglio lasciare perdere. Discorsi troppo complicati per essere affrontati in una calda e umida mattina di estate.