31 dicembre 2013

I 5 buoni propositi del 2014

Nel farvi gli auguri, mi permetto di suggerirvi cinque buoni propositi per l’anno che verrà… 

1. Le diete non si fanno tra il Natale e il Capodanno, ma tra il Capodanno e il Natale (dell’anno successivo). Perciò stasera e domani dateci pure dentro, se la fame vi assiste, ma da dopodomani meglio metterci un freno. Colesterolo e glicemia non sono i nomi dei due nuovi scoiattoli della Walt Disney e, specie in tempi di crisi come questi, la salute è veramente tutto. 

2. Fate in modo che il presente sia migliore del passato e peggiore del futuro. O perlomeno provateci. Perciò mettevi alle spalle le cose brutte e guardate avanti. Guardate sempre avanti. E qualche volta anche in alto, verso il lampadario e se lo vedete oscillare in maniera anomala, pensate innanzitutto a scappare, che per scrivere su Facebook che c’è stato un terremoto c’è sempre tempo. 

3. Chi la fa la aspetti. Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te. Saranno pure vecchi come il cucco, questi detti, ma statene certi che varranno anche per il 2014. Perciò, per esempio, se quando andate in un bagno pubblico sentite la necessità di usare la vescica come un idrante impazzito, fatelo pure. Ma sappiate che presto, anche a voi, capiterà di dover fare la pipì con i piedi immersi nei liquidi corporei di qualcun altro. 

4. I difetti degli atri, non bastano ad accrescere i propri pregi. Perciò piuttosto che puntare il dito contro gli errori altrui, preoccupatevi di diventare persone migliori. Se ogni essere umano, nel duemilaquattordici, cancellasse uno solo dei suoi difetti, ci ritroveremmo in un mondo parecchio più vivibile. Perciò giudicate prima voi stessi e solo dopo gli altri. E tenetelo bene a mente: prima o poi a tutti può capitare di comprare una libreria Billy all’Ikea. 

5. La vita è una roulette e non puoi mai sapere in anticipo se uscirà il rosso o il nero. O forse è una mano di poker, nella quale non puoi chiedere indietro le carte che hai deciso di cambiare. O, perchè no: una partita di scacchi, nella quale ogni singola mossa va studiata e ponderata con calma. Insomma decidi tu che gioco fare, ma non sentirti mai sconfitto in partenza. Mai. 

Buon 2014 a tutti.


1 novembre 2013

Lettera di un napoletano ad un tifoso del nord

Caro tifoso del nord, che tutte le settimane mi offendi con i tuoi cori, chi ti scrive è un tifoso del sud. Un napoletano, per la precisione. Sì, proprio io: il terrone, il terremotato. Il pirla, il bauscia, il tupin, il balengu, fai tu. Quello che vorresti prima lavare col fuoco e poi seppellire sotto la spazzatura. Io, in persona.

Ti scrivo perché voglio spiegarti un paio di cosette semplici, semplici che tu, forse, fai fatica a capire. È un po’ di tempo che va avanti questo fatto che tu mi prendi a male parole. Dici che io e te non siamo la stessa cosa, che tu sei un poco meglio di me. Adesso, però, si sono messe in mezzo le istituzioni del pallone. Hanno detto che tu non lo puoi fare più, perchè è discriminazione razziale. Si chiama così, questa cosa che fai tu. Che praticamente significa che i tifosi napoletani, siciliani, milanesi, torinesi, eccetera eccetera non si possono offendere tra di loro, perché sono tutti uguali. Ma uguali a chi? Io, tale e quale a te, non ci voglio essere.

Io tengo il sole, tu tieni la pioggia. Io sorrido in continuazione, anche quando sto pieno di problemi. Tu stai sempre con una faccia appesa che pare che hai passato un guaio. Io tengo la pizza, la mozzarella di bufala, il ragù, la sfogliatella, il babà, la pastiera. Tu, a stento, tieni la cotoletta. Che poi la puoi pure chiamare "alla milanese", per dire che l’hai inventata tu, ma la fai tale a quale a come la faccio io: carne, uova e pane grattugiato. Che ti pensi, che ci vuole la scienza per fare la cotoletta? Non tieni niente di tuo, perciò ci hai voluto, per forza, mettere il nome “alla milanese”. Io la pizza, mica la chiamo alla napoletana. È mia e basta. È la più buona del mondo, lo sanno tutti, ma non lo vado dicendo in giro.

Perché la superiorità, caro tifoso del nord, la devi tenere, ma non la devi ostentare. Se la ostenti, significa che non ce l’hai. Perciò tu fai quel fatto della discriminazione razionale e io no.

Mò hai capito? Hai capito la differenza tra me e te?

Senza rancore, Nicola Zanfardino.

24 ottobre 2013

Il tifoso (quasi) perfetto

Siamo tutti buoni a dire: "anche io sono tifoso!" Il difficile è capire che a quale specie di tifoso si appartenga. Così per semplificare le cose, ho deciso di farne una classificazione...

IL PANTOFOLAIO Metà uomo e metà poltrona, guarda in tv tutte le partite di tutti i campionati di calcio del mondo. Comprese la serie C del Burundi e la Lega Dilettanti della Nuova Guinea. Riconoscibile per la sua capacità di produrre almeno 3 eruttazioni per ogni sorso di birra, non disdegna, all’occorrenza, qualsiasi altro sport passi in televisione, con predilezione per il cricket, le bocce e le gare di lancio del frisby. 

LO SCROCCONE Metà uomo e metà poltrona del vicino di casa, non ha mai fatto a proprie spese un abbonamento a Sky o Mediaset. Riconoscibile per la sua capacità di mangiare, esultare e bere birra contemporaneamente, è pronto a tifare per qualsiasi squadra, in cambio di un panino con doppio hamburger, debitamente condito con ketchup, maionese, senape e tabasco. 

IL GUERRIERO Metà uomo e metà petardo, ha fatto della demolizione fisica delle tifoserie avversarie la propria ragione di vita. Riconoscibile per il timbro di voce roboante, la fedina penale chilometrica e la spranga sempre a portata di mano, ha nel curriculum un ampio repertorio di cori contro i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, le tv a pagamento, i tifosi occasionali, la lega, la federcalcio, Pippo Franco, Gegia, Paperino, Cip e Ciop e Gatto Silvestro. 

LO STREAMINGSITO Metà uomo e metà connessione internet, guarda tutte le partite in streaming sui siti pirata di tutto il mondo. Riconoscibile per l’esultanza a scoppio ritardato, conosce a memoria le voci dei telecronisti albanesi, egiziani, brasiliani, turchi, armeni, kazaki, giapponesi e cinesi. Dopo la chiusura di Rojadirecta, è stato dichiarato specie in estinzione. 

L’ESPERTO Metà uomo e metà Corriere dello Sport, è sempre informato su news e statistiche della propria squadra del cuore. Riconoscibile dal fitto nugolo di persone che lo assilla di domande prima dell’inizio di ogni match, è solito fare da sottofondo alle partite con lunghe dissertazioni tecnico-tattiche, che il più delle volte lo rendono inviso al resto della comitiva. 

LO SCOMMETTITORE Metà uomo e metà quota Snai, trascorre, prima di ogni turno di campionato, dalle 2 alle 4 ore nel proprio centro scommesse di fiducia, nella speranza di indovinare la bolletta vincente. Riconoscibile dal taschino sempre pieno di monete da due euro, il più delle volte non riesce a beccare nemmeno un pronostico. 

IL POLEMICO Metà uomo e metà bestemmia, non manca di inveire, tutte le volte che può, contro ogni singolo giocatore della sua squadra del cuore. Riconoscibile dallo sbuffo perenne e dai cazzotti che assesta con perentorietà sul tavolo del salotto durante le partite, non chiama mai i giocatori col proprio nome, ma con una lunga sequenza di offese e parolacce mescolate a caso. 

IL NOSTALGICO Metà uomo e metà figurina panini ingiallita, vive la sua passione calcistica ricordando i fasti passati della propria squadra del cuore. Riconoscibile dalla locuzione “ai miei tempi” con la quale comincia gran parte dei suoi discorsi, ricorda a memoria le formazioni titolari del ‘73, ‘74 e ’75. 

L’OCCASIONALE Metà uomo e metà commento fuori luogo, non guarda più di 4 o 5 partite l’anno. Riconoscibile dallo sguardo smarrito che assume ogni volta che il telecronista pronuncia le parole offside, turn over e tackle, riesce a guardare da sveglio solo i primi 15 minuti di partita. 

LO IETTATORE Metà uomo e metà uccello del malaugurio, è l’elemento della comitiva al quale vengono attribuite le colpe di ogni sconfitta. Riconoscibile dal vuoto che gli si crea intorno durante le partite, accede alle case altrui solo tramite auto-invito.


16 agosto 2013

Questione Egitto: lettera alla Farnesina

Cara Farnesina,  

scusami se ti disturbo nel week end di Ferragosto, ma ho bisogno di qualche chiarimento. 

Ho letto, con grande stupore, che hai deciso di non sconsigliare i viaggi in Mar Rosso, a differenza di quanto hai fatto per il resto dell’Egitto. Adesso, se l’italiano non è un opinione, se non sconsigli, allora vuol dire che consigli. Ho capito bene, Farnesì? Tu consigli di andare in un paese, nel bel mezzo di una guerra civile, che fa centinaia di morti al giorno? 

Non me ne volere, ma questa cosa io proprio non la capisco. Mi hai detto pure che non devo assolutamente uscire dal resort. Quindi mi stai suggerendo che fuori dal resort ci sono dei rischi, giusto? Perché io dentro al resort ci devo comunque arrivare. E prima di entrare dentro - perdonami la banalità - sto fuori. A meno che non fanno atterrare l’aereo direttamente dentro al resort, ma la vedo decisamente complicata come ipotesi. Che poi, io mica l’ho capito, per quale motivo dentro non si rischia e fuori sì. Che ci sta la Corazzata Potemkin a difendere i resort? 

Come se non bastasse, poi, ci tieni a ribadire che pur non essendoci adesso emergenza, potrebbe comunque esserci nei prossimi giorni. Farnesì e nemmeno questo ti basta a decidere di sconsigliare? Io non ti seguo più. Forse sarà il sole di Ferragosto che mi è andato in testa e non mi fa capire. O forse il sole è andato in testa a te e ti fa fare strani ragionamenti. C’è chi dice che ci sta qualcosa di strano sotto, ma io non voglio pensare male. Io vorrei solo incontrarti di persona, guardarti negli occhi e farti una sola semplice domanda, che credo mi aiuterebbe a capire tante cose: tu, Farnesì, a tuo figlio ce lo manderesti in vacanza a Sharm El Sheikh?


27 luglio 2013

È asciuto pazzo ‘o padrone!

Sembra passata una vita da quel Lunedì in cui la mia lettera d’addio a Cavani fece il giro del mondo e invece sono trascorse appena due settimane. Quattordici giorni che hanno fatto da spartiacque tra due ere distanti anni luce. 

Il Matador ha oramai preso la strada di Parigi e a Napoli è arrivato Gonzalo Higuain, prolifico e costoso attaccante del Real Madrid. Trentasette milioni sull’unghia, a cui, pare, se ne aggiungeranno altri tre se El Pipita farà il suo dovere nelle aree di rigore avversarie. In totale faranno quaranta milioni. Una cifra mostruosa, che per qualcuno ha sancito la tanto attesa metamorfosi di De Laurentiis: da guardia svizzera del bilancio a irrefrenabile spendaccione. O per dirla con il linguaggio dei tifosi: da pappone a sceicco de noiatri. Una metamorfosi radicale che ha preso alla sprovvista tutti. E che ha messo in seria difficoltà, in special modo, i detrattori di Don Aurelio. 

E così, nel giro di una notte, quel grido di battaglia, che noi tifosi del Napoli conosciamo tanto bene: “Presidè caccia ‘e sord” è diventato obsoleto e anacronistico. Tempo qualche ora e un nuovo coro già riecheggiava nelle strade e nei vicoli di Napoli: “è asciuto pazz ‘o padrone!” 

Ma cosa c’è dietro questo cambiamento di rotta così radicale? Cosa ha fatto “uscire pazzo il padrone”? Voglia di vincere qualcosa, dice qualcuno. Ma non è soltanto questo. C’è molto di più. Quella di De Laurentiis è una vera e propria operazione di marketing, una campagna di comunicazione che a suon di bigliettoni sta cambiando l’immagine del Napoli nel mondo

Mi spiego meglio: i cento e passa milioni di euro che alla fine del calciomercato, Aurelione avrà speso, non possono in alcun modo darci la certezza di vincere lo scudetto, tanto più in un campionato agguerrito come quello prossimo. Né, tantomeno, garanzie di successo in Champions, dove, presumo, partiremo ancora una volta dalla quarta fascia. Ma al di là degli imprevedibili risultati sul campo, un obiettivo il Presidentissimo l’ha già raggiunto: ha reso Napoli una squadra invidiata da tutta Italia e da gran parte d’Europa e del mondo. Come non succedeva da tempo, forse da quando un ometto da capelli neri e riccioluti alto meno di un metro e settanta faceva sfaceli nelle difese avversarie. 

No, attenzione, non sto paragonando El Pipita a Diego, guai solo a pensarlo. Dico solo che adesso possiamo permetterci giocatori che i tifosi di Juventus, Milan e Inter possono solo acquistare al fantacalcio. Sono loro che ci guardano dal basso, sono loro a doversi inventare scuse improbabili per sminuire i nostri acquisti. E sono sempre loro  che, a denti stretti, ci sussurrano: “beati voi!” E questo per una città come Napoli è linfa vitale, perché a Napoli, purtroppo, “beati voi” ce lo sentiamo dire sempre meno spesso. E non dovrebbe essere così. E chissenefrega se è stato necessario pagare quaranta milioni per un giocare che forse ne vale trentadue o trentatre. D’altra parte nemmeno Cavani ne valeva sessantaquattro. Ciò che conta è ricominciare ad essere invidiati. In attesa che l’Italia prima e il mondo poi riscoprano quei mille e uno motivi per i quali Napoli – e stavolta parlo della città, non della squadra di calcio – merita di essere invidiata. Perché è così che deve essere. Perché è così che sarà, presto o tardi. Se poi, nel frattempo, dovesse arrivare anche uno Scudetto… 



12 luglio 2013

Io e Cavani

E chi l’avrebbe detto che il mio destino e quello di Cavani si sarebbero incrociati. Lui, che sotto il Vesuvio ha raccolto popolarità, fama e soldi e che ad un certo punto ha sbaraccato baracca e burattini per andare a fare la bella vita a Parigi, proprio lui, senza volerlo, mi ha reso per qualche giorno il tifoso più famoso di Napoli

Ma veniamo ai fatti. Un Lunedì sera, come tante altre volte, decido di scrivere un pezzo per il mio blog. Da grande tifoso del Napoli quale sono, non potevo non scrivere una lettera a Cavani. Terminato il post, lo condivido su Facebook e spengo il computer. Come sempre, il giorno seguente, l’avrei riacceso per vedere i commenti di quello sparuto manipolo di lettori che mi segue da sempre. Stavolta, però, succede qualcosa di imprevedibile. Molti amici condividono il post. E dopo di loro lo fanno gli amici degli amici. E poi gli amici degli amici degli amici. E così via. Tra i tanti che condividono c’è pure Maurizio De Giovanni, eccelso scrittore e sublime tifoso del Napoli. E già questo basterebbe ad appagarmi. Ma evidentemente il mio quarto d’ora di popolarità è destinato a prolungarsi ancora. 

I lettori cominciano a moltiplicarsi di ora in ora: mille, due mila, tre mila, cinque mila. E la cosa non sfugge a molte testate online che riprendono la lettera, così come molte pagine e gruppi su facebook. Alcuni siti moltiplicano i contatti grazie alla mia lettera, dai loro contatori vengono fuori cifre esorbitanti, anche più di ventimila lettori alla volta. Qualcuno pensa bene di fare copia e incolla della lettera, senza citarmi, ma si trova a fare i conti con un agguerrita schiera di amici e parenti che scandaglia la rete con piglio da gestapo, per smascherare i siti più truffaldini. In un modo o nell’altro, comunque, la lettera si propaga sul web, fa il giro di Napoli, poi della Campania. Arriva sui monitor dei tifosi del Napoli che stanno al nord. Supera i confini, fa compagnia agli emigranti di Francia, Germania e Regno Unito. Si cominciano a diffondere miti e leggende su chi avesse scritto davvero quella lettera. Qualche testata online mette il mio nome addirittura nel titolo dell'articolo, nemmeno fossi un personaggio famoso. Nel giro di qualche ora, per il mondo, io divento "quello della lettera a Cavani"

Il successo è inatteso e terrificante. Valeria osserva il contatore dei lettori e ride di stupore. La mia famiglia dà di matto, tutti mi telefonano, tutti mi mandano messaggi. E tutti ri-condividono ogni volta che un nuovo sito pubblica la lettera. Sulla mia bacheca di facebook il post compare decine di volte, nei vari gruppi in cui la lettera viene pubblicata i “mi piace” si contano a centinaia e migliaia. I commenti si sprecano, così come le richieste di amicizia. Chi mi osanna, chi mi elegge a proprio idolo, chi mi “quota anche le virgole”. E ovviamente c’è anche chi mi insulta, ma va bene tutto, in questo momento. È il prezzo della celebrità. 

Sono arrivato al cuore della gente, come mi ha fatto notare un caro amico. Ed è così che si conquista il popolo. Perciò Cavani era così amato a Napoli: i suoi goal erano dediche d’amore. E qualcuno li ha confusi per pegni di fedeltà. Pensavamo fosse amore, invece era un calesse. E così quella poltrona in prima fila, sistemata nel cuore dei tifosi, apposta per lui, è rimasta vuota e incustodita. E mi ci sono seduto io, per qualche giorno. Mi ci sono appoggiato appena per non sgualcirla, perché sapevo che non mi apparteneva e che molto presto avrei dovuto rialzarmi. 

In quanto a Cavani, non abbiate timore, perché quella poltrona nel vostro cuore sarà presto occupata da qualcun altro. Sì è vero, ci siamo detti che l’avremmo fatta finita con gli idoli, che d’ora in poi “solo la maglia”, ma sappiamo già che non sarà così. Ne arriverà un altro e noi, senza battere ciglio, gli cederemo le chiavi del nostro cuore. Hamsik e già lì che scalpita e chissà che lui, non sappia meritarselo più di ogni altro. 

Io, invece, me ne torno buono buono nell'anonimato, dove, oltre a tifare Napoli (sempre e comunque), potrò fare ciò che mi riesce meglio: scrivere. Lo farò, innanzitutto per quei lettori (pochi, ma buoni) che mi seguono da sempre e che sono e resteranno la mia più grande soddisfazione. E se a loro vorrà aggiungersene qualche altro, saremo felici di allargare la famiglia. 

Di cosa scriverò? Ancora non lo so. Anche se, a dirla tutta, mi sta venendo voglia di scrivere una bella lettera a... (poi ve lo dico)


11 luglio 2013

La risposta di Cavani

Caro Nicola, ho letto e riletto la tua lettera e sento il bisogno di risponderti per spiegarti le vere ragioni del mio addio al Napoli. Questa mia lettera la sta scrivendo Grava, quindi se trovi qualche errore grammaticale prenditela con lui. 

Sappi che se ho deciso di andare via, la colpa è soltanto di Maria Soledad, mia moglie. Tutto è cominciato quando feci una tripletta contro l’Utrecht, ti ricordi? La mia prima tripletta con la maglia del Napoli. Alla fine della partita mi presentai a casa con il pallone che, per abitudine, si regala a chi fa tre gol. Ero tutto felice, ma lei, appena mi vide arrivare, mi fece un paliatone che non me lo scorderò per il resto dei miei giorni. Mi disse che il pallone le rovinava l’arredamento, che sporcava tutto. Io le spiegai che lo potevamo sgonfiare e mettere in un mobile, ma non ci fu verso, rispose che non c'era spazio. Per farla calmare le dovetti promettere che non l’avrei fatto più, che al massimo avrei segnato una doppietta. 

Ma poi ci sono ricascato. Sentivo i tifosi che mi osannavano, vedevo la squadra che giocava per me e non resistevo alla tentazione di metterla dentro. Quante triplette! E quante mazzate. Ti ricordi quella volta che ne feci quattro contro il Dnipro? Quella notte non sono potuto tornare a casa, sono andato a dormire da Grava. Io perciò mi sono cercato un’amante, per lasciare i palloni a casa sua. Mica potevo approfittare sempre di Grava? 

Cosa c’entra tutto questo con il fatto che me ne sono andato? Nicò ma come fai a non capire? Io se rimanevo a Napoli, sai quante triplette facevo ancora? Con il tifo che ci sta qua, pure un brocco diventa campione. Ma tu te li ricordi a Savini, a Pazienza, a Montervino, che facevano cose da pazzi? Sì lo so, adesso stai pensando a Vargas, ma non farti ingannare dalle apparenze. Anche lui teneva la fidanzata che lo picchiava. Dopo che fece quella tripletta contro l’Aik Solna lo dovetti portare con me da Grava. Dormimmo in tre in un letto, Vargas capitò in mezzo. Fu un’esperienza talmente brutta per lui che si ripromise di non fare più nemmeno un tiro in porta. E ci è riuscito. Insomma, per farla breve, io me ne sono dovuto andare in un’altra squadra, dove certamente mi troverò male e forse mi toglierò questo maledetto vizio di fare triplette. E così Maria Soledad la smetterà di picchiarmi. 

E comunque il Psg mi dà tanti soldi e io, Nicò, tengo famiglia. Anzi mo ne tengo addirittura due, quindi fammi il piacere, smettila di parlare di me e fai leggere questa lettera a tutti i tifosi. E ricordagli che grazie a me avete avuto un bel po’ di milioni dallo sceicco. Cosa? Non vi importa dei soldi? Volete solo il bene del Napoli? Nicò, io non vi capisco. Ed è inutile che me lo spieghi, perché io tanto non capisco lo stesso. Io sono un calciatore, io non voglio capire. Io pure se mi sforzo, non ci riesco proprio a capire. 

A bientot (questo l’ho scritto io perché Grava non ci riusciva) 

La lettera a Cavani, che sta facendo il giro del web, la trovate in versione originale sul blog dell'autore: http://nicolazanfardino.blogspot.it/2013/07/lettera-cavani.html




8 luglio 2013

Lettera a Cavani

Caro Matador, prima di salutarti e di lasciarti andare per la tua strada è il caso che io ti chiarisca un paio di cosette. Ho sentito da qualche parte che ci vuoi parlare. Che ci vuoi spiegare. Ma spiegare che cosa, Matadò? Noi siamo tifosi, pensiamo solo alla nostra squadra, è inutile che ci spieghi, tanto noi non capiamo. Noi non vogliamo capire. Noi non siamo tenuti a capire. 

Facci il piacere, Matadò, risparmiacele quelle quattro scemenze di benservito, non ci trattare come un direttore di giornale qualunque. Te ne sei voluto andare? E statti bene. Chi s’è visto, s’è visto. Anzi, se stai zitto, ci mettiamo pure più poco tempo a dimenticarti. Cosa dici? Siamo ingiusti, siamo poco obiettivi? Embè, dove sta la novità? Siamo tifosi, quando mai s'è visto un tifoso obiettivo? E poi non ti piaceva pure a te quando stavamo dalla tua parte? Non ti piaceva essere difeso da un’intera città anche quando te ne andavi facendo il farinello con la tua cummarella, alla faccia di quella poverina di Maria Soledad che teneva a tuo figlio in corpo? E mi dispiace Matador, ma questa te la dovevo dire. Ci hai parlato di valori, di chiesa, di religione. Di famiglia. Ci hai scritto pure un libro su queste cose e noi ce lo siamo comprati, solo per rispetto a te, pure se non ci piaceva. Perciò adesso abbi la compiacenza di startene zitto. E già che ci sei, fai stare zitti pure a tuo padre, a tua madre e a tutta la razza tua. Pure perché, se loro dicono che tu vuoi andare al Real Madrid e poi tu vai al Paris Saint Germain ti fanno fare una brutta figura. Hai capito o no, Matadò? Sai, pure io ho un sacco di sogni, fin da bambino, alcuni addirittura più nobili dei tuoi, ma mica mando la mia famiglia a raccontarli a chi capita. 

Sia chiaro, Matador io non ce l’ho con te, tu sei un professionista. E sei pure un grande calciatore. Hai ricevuto una proposta e l’hai accettata. Nulla di illecito, nulla di clamoroso. Tutto sommato tu, a Napoli, ti ci sei ritrovato per caso. In quell'estate del 2010, pur di scappare da Palermo, avresti accettato qualsiasi squadra. Certamente già allora sognavi il Real Madrid, ma ti toccò il Napoli. E stavolta ti è toccato andare a Parigi. Sai che ti dico? Non ci sto nemmeno così male che te ne vai. Ho sofferto di più per il Pocho, che magari sbagliava un sacco di gol, ma teneva la stessa testa pazza nostra. E poi sono stanco di tutta questa gente che parla sempre e soltanto di te: "Ma cosa volete da Cavani? Voi al posto suo cosa avreste fatto, non li avreste accettati tutti quei soldi?" Uh Gesù e che domande sono Matadò? E certo che li avremmo accettati. Noi con lo stipendio che pigliamo a stento arriviamo alla fine del mese, figurati se non accettavamo tutti quei soldi. Ma questo vale per noi. Tu che c’entri? Tu non sei uno di noi. E ja, mo non fare l’offeso, Matadò. Te l’ho spiegato prima, noi siamo tifosi. Noi non capiamo. Noi non vogliamo capire. Noi non siamo tenuti a capire.

AGGIORNAMENTO - ORE 16.22
è arrivata la tanto attesa risposta del Matador, clicca qui per leggerla


27 giugno 2013

Un pigiama nuovo può sempre servire

Quando si parla di corredo immediatamente il pensiero corre a tutte quelle donne che, a partire dai 12 anni, hanno cominciato a mettere da parte l’occorrente per la futura vita matrimoniale. 

Anno dopo anno, sotto le sagge direttive di mamme, nonne e zie hanno accatastato migliaia di tovaglie, strofinacci, asciugamani e lenzuola. Senza contare copriletto, coperte e trapunte di ogni genere e grado di pesantezza. Una mole immensa di biancheria che si aggiunge agli abiti e le scarpe della donna e che – dopo il matrimonio – occuperà gran parte dello spazio disponibile in casa, costringendo i poveri mariti a sistemare le loro cose tra l’unico cassetto rimasto libero in camera da letto e il mobiletto in plastica riciclata del balcone. Eppure – sebbene in pochi ne parlano – anche gli uomini hanno un loro corredo

Ma come è fatto un corredo maschile? I pezzi forti sono essenzialmente tre: mutande, calzini e pigiami. Sui primi due c’è poco da eccepire. Il matrimonio è l’occasione ideale per sostituire le dieci mutande consunte e slabbrate dentro le quali si è consumata l’adolescenza e la giovinezza. Sui pigiami, invece, è meglio soffermarsi un po’ di più. 

L’altro giorno, un amico mi poneva una domanda inquietante: quanti pigiami ci devono essere in un corredo? Gli ho subito fatto notare la difficoltà della domanda e gli ho chiesto qualche giorno per rifletterci. E dopo una serie di attente considerazioni sono finalmente giunto ad una classificazione esaustiva. 

Il pigiama invernale di lana, per esempio, è un classico. Per evitare che le gambe si raffreddino, deve avere un elastico molto stretto sulle caviglie, di quelli che ti fermano la circolazione del sangue e al mattino ti fanno ritrovare i piedi viola. 

Il pigiama invernalissimo, invece, è una variante del precedente. Di pile o di flanella, è adatto anche in caso di inattese nevicate dentro le mura domestiche, oltre ad essere un’efficace arma antistupro. 

Poi c’è il pigiama di mezzi tempi, che non deve, per nessuna ragione, mancare: rigorosamente di cotone, con pantalone e maniche lunghe. Con o senza elastico, non importa.

Una chicca vera e propria è il pigiama di mezza estate: manica corta, ma pantalone lungo. Un tempo era molto usato, ma oggi non va più di moda. 

Un'alternativa interessante, non ancora sviluppata, potrebbe essere l’inverso del precedente: manica lunga su pantalone corto. Soluzione alla moda ideale per le notti di Capri, Portofino o Forte dei Marmi. Io lo chiamerei pigiama fashion

Indispensabile è anche il tradizionale pigiama estivo (pantaloncino e manica corta) sul quale non c’è granché da dire. 

Infine, per i più accaldati, c’è l’ultimo ritrovato della moda by night, il pigiama estivissimo: pantaloncino corto e maglia giro manica. Una mano santa per le ascelle più esigenti. 

Va da sé che è necessario avere a disposizione tutte le tipologie di pigiama, per essere pronti a qualsiasi evoluzione climatica presente e futura. Per ciascuna tipologia, poi, bisogna avere almeno tre cambi: due da alternare (uno a giro collo e uno con i bottoni) e un terzo da tenere intatto nella confezione. Tante volte ci si ritrovasse in ospedale, anche solo per un unghia incarnita, un pigiama nuovo può sempre servire

24 giugno 2013

La seconda bomboniera

C’è una domanda che segna indelebilmente la vita di ogni coppia di aspiranti sposi: a chi bisogna dare la seconda bomboniera? Così resomi conto dell’enorme conflitto interiore che può causare questa scelta, mi sono deciso a fare un po’ di chiarezza. 

Il primo criterio di assegnazione è: la ricompensa per un regalo ricevuto. La seconda bomboniera va di diritto a tutti coloro che ti fanno un pensierino, una pianta, un fascio di fiori. Ma come si fa a sapere, in anticipo, chi ti farà un regalo, per prevedere l’opportuno numero di bomboniere? Semplicemente basterà chiedere consulto alle donne più anziane della famiglia, che, dall’alto della loro innata capacità di sapere le cose prima che accadano, vi sveleranno l'arcano. 

Ovviamente, regalo ricevuto o meno, la seconda bomboniera spetta anche a tutti i quasi invitati, a tutti quei conoscenti, cioè, che sono stati in ballottaggio fino all’ultimo per essere cooptati per il giorno delle nozze  e che – per un motivo o per l’altro – sono stati esclusi dalla lista dei privilegiati. Ed è proprio questo il secondo criterio di assegnazione che, su suggerimento di un amico, definirei: premio di consolazione. Per la serie: "ce la hai quasi fatta, ma la sfortuna ha voluto che altri duecento miei conoscenti rimanessero un gradino sopra di te. Beccati sta seconda bomboniera e la prossima volta impegnati di più. "

Veniamo al terzo ed ultimo criterio di assegnazione che è quello che mi sta più a cuore: la bomboniera di scambio. Che suona come una specie di comandamento: chi ti onora con una seconda bomboniera, merita lo stesso trattamento. Una seconda bomboniera ricevuta è una cambiale, che si estingue solo nel momento in cui si offre una propria seconda bomboniera. Tale debito, però – e qui viene il bello – non appena estinto, immediatamente si trasforma in un credito esteso anche alle relative famiglie. Facciamo un esempio. 
Se il figlio della Signora Carmela si sposa e dà la seconda bomboniera alla Signora Teresa, quest’ultima sarà in debito con lei. Quando finalmente anche il primo figlio della signora Teresa si sposerà, questa estinguerà il suo debito, offrendo due sue seconde bomboniere alla Signora Carmela e al figlio sposato. Intanto però si sposerà anche il secondo figlio della Signora Carmela che dovrà dare due seconde bomboniere alla Signora Teresa e al suo primo figlio, quello sposato. Ancora qualche anno e toccherà al secondo figlio della signora Teresa convolare a nozze e smerciare tre seconde bomboniere alla Signora Carmela e ai suoi due figli sposati. E così via...
L’unico modo per attenuare questo sconcertante fenomeno è la penalizzazione dello smercio ingiustificato di seconde bomboniere. Chiunque distribuisca senza giusta causa una seconda bomboniera deve essere punito con la reclusione da tre a sei mesi, con ulteriori aggravanti nel caso l’oggetto in questione sia dichiaratamente brutto. 

La maggior parte delle seconde bomboniere dopo qualche tempo scompare. Chi ne riceve una, di primo acchito, spera di poterle trovare una collocazione. Prima la lascia decantare nella sua confezione, per una settimana almeno, poi comincia a passarla di mensola in mensola, di stanza in stanza, fino a  perderne completamente le tracce. Svariati mesi dopo, però, la seconda bomboniera desaparecida ricompare. Ma a quel punto il suo destino è già segnato: bidone dell’indefferenziata

La sorte delle seconde bomboniere somiglia a quella delle zuppette nella piccola pasticceria. Tutti le comprano ma nessuno le mangia e rimangono, sole e sconsolate, nel vassoio. A fine pasto, poi, c’è sempre uno zio che si fa avanti con una proposta azzardata: 
“Che facciamo, le buttiamo queste due zuppette rimaste?” 
E c’è sempre una nonna che replica: 
“Uh Gesù e perché le vuoi buttare? Mettile in frigorifero. Può essere che qualcuno se le mangia.” 
Poi però le zuppette restano lì per settimane, si perdono tra i formaggi e i resti di parmigiana e vengono ritrovate solo molti giorni dopo sotto forma di irriconoscibili cubi di colore verdastro. Solo a quel punto, finalmente, possono finire nella spazzatura. Nel bidone dell’umido. Affianco a quello dell’indefferenziata, dove i cocci di una vecchia e sfortunata seconda bomboniera si chiedono cosa hanno fatto di male per meritarsi una sorte così ingiusta.

18 giugno 2013

La scelta del cocomero


L’altro giorno, al supermercato, mi sono imbattuto in una scena che mi affascina fin da bambino: la scelta del cocomero. 

Una grande cesta di angurie di diverso peso, colore e forma circondata da almeno una decina di persone, intente a mettere in atto le più evolute tecniche di selezione. Tutti uomini, ovviamente. Perché la scelta del cocomero, da sempre, spetta ai “maschi”. Le donne si preoccupino pure di pere e albicocche. Litighino col macellaio per avere il macinato migliore e si mettano a scovare le offerte più vantaggiose per merendine, biscotti e pasta. Ma stiano lontane dalla cesta dei cocomeri. È una questione di dignità. 

Visti da fuori quei grossi omaccioni che prendevano in grembo delle enormi angurie e cominciavano a sculacciarle, sembravano padri catapultati, loro malgrado, in un asilo nido di bambini maleducati. Lentamente mi sono avvicinato, cercando di osservare senza essere osservato e lo stesso hanno fatto alcuni mariti, repentinamente distaccatisi dalle mogli, per esibirsi in questo esercizio di virilità. In pochi minuti siamo diventati almeno in quindici. E ci muovevamo tutti all’unisono. Ne è venuta fuori una coreografica di schiaffi, tutti assestati con movimento ritmico del braccio e con accompagnamento armonico della testa. Una danza di gruppo, parecchio sgraziata, al fine di produrre il tanto sospirato rumore, quello che indica la dolcezza e la maturità del “mellone rosso” (a Napoli, lo chiamiamo così). 

Ecco, ma qual è il rumore giusto? Quello che deve farmi propendere per un anguria piuttosto che per un'altra? Ho provato a selezionare su google: “come scegliere un cocomero” e sono venute fuori una miriade di tecniche, più o meno complicate da mettere in atto. La costante, c’è poco da dire, è lo schiaffo. Ma il punto non è questo. Siam tutti bravi a sculacciare un anguria, il problema è saper riconoscere il rumore di ritorno. Capacità che nessuno dei miei compagni schiaffeggiatori, sembrava avere. Ognuno ostentava sicurezza, come se avesse scelto angurie da sempre, ma poi di sottecchi spiava tutti gli altri, per rubare il loro sapere. 

Da piccolo, di fronte a queste scene, mi limitavo a sorridere. Oggi che sono (un poco) più grande e (un poco?) più maturo, mi sono lanciato in una riflessione più profonda. Sarà che questa scelta del cocomero, null’altro è, se non una metafora della nostra società, nella quale ci si deve sempre barcamenare tra le vere competenze e quelle soltanto ostentate? Sarà che la logica della finta meritocrazia che imperversa in ogni dove ci spinge tutti a fingere di saper fare, nella speranza di confonderci con chi sa fare per davvero? Domande evidentemente troppo profonde per essere affrontate abbracciato ad un anguria di dieci chili. 

Così mi sono ricordato delle parole che appena qualche giorno fa una persona che stimo parecchio mi ha suggerito: “Meglio affidarsi ai professionisti” D’altra parte così come non basta una macchina fotografica digitale a fare un fotografo, nè un blog a fare uno scrittore, di sicuro non può bastare un’enorme cesta di angurie a fare un fruttivendolo. E poiché un fruttivendolo di fiducia io ce l’ho, ho deciso di andare da lui a comprare l’anguria. Non prima di aver fatto un grosso in bocca al lupo agli ormai miei ex colleghi, ancora impegnati in quella surreale jam session di percussionisti improvvisati. 

Dieci minuti dopo sono dal mio fruttivendolo. Gli chiedo un’anguria dolce e matura, lui tergiversa un po’, poi me ne passa una, che in effetti si rivela squisita. Magari è stato solo un caso. Magari una tecnica, davvero efficace, per scegliere i cocomeri, non è mai esistita. Ma poco importa. L’estate è ancora lunga e non ci resta che sperare che ci capitino i cocomeri migliori. In quanto alla mia analisi sulla falsa meritocrazia, l’ostentazione delle competenze e tutto il resto, meglio lasciare perdere. Discorsi troppo complicati per essere affrontati in una calda e umida mattina di estate.

10 maggio 2013

Sotto casa

Oggi, mentre tornavo in macchina, da Roma, mi è venuta una gran voglia di ascoltare una canzone. Non vi dirò quale, perché è poco importante. Ciò che conta è che questa canzone io la volevo proprio ascoltare ed essendo una di quelle che passano abbastanza spesso in radio ho cominciato a cambiare smaniosamente stazione, certo che di lì a poco l'avrei beccata. E invece niente. Ho fatto non so quanti giri completi dell'intera frequenza media, ma della "mia" canzone nemmeno l'ombra. Anzi, nemmeno una nota. 

Sono andato avanti così per un'ora e tre quarti almeno, schiacciando i tastini dei comandi al volante così tante volte da farmi venire i crampi al pollice della mano sinistra. Ne è venuto fuori soltanto un frenetico succedersi di frammenti di canzoni, senza che nessuna riuscisse in qualche modo a soddisfare le mie impellenti esigenze musicali. Qualsiasi canzone mi fossi fermato ad ascoltare avrebbe rappresentato una rinuncia agli obiettivi prefissati, un accontentarsi, un chiodo schiaccia chiodo. Poi, quando ero ormai in prossimità del casello e le mie speranze si stavano spegnando al suono stridulo di un telepass, eccola arrivare. Proprio lei, la mia canzone. Era già cominciata da un po' e la seconda strofa stava lasciando il testimone all'inciso. Ho alzato il volume di qualche tacchetta e ho tirato su i finestrini per non permettere al vento di compromettere l'ascolto. Dopo una trentina di secondi sono entrato in un autogrill per fare rifornimento, sono sceso dalla macchina, senza abbassare il volume e volutamente non ho chiuso la portiera, per lasciare le note libere di impossessarsi dello spazio circostante. Il benzinaio mi è venuto incontro e con un sorriso convinto ha mostrato di gradire. Ho fatto il pieno e, dopo aver pagato, sono risalito in macchina. 

La canzone intanto era terminata, ma il mio stato d'animo era ormai alle stelle. Avevo sfidato la frequenza media e ne ero uscito vincitore. Ho poggiato il gomito sinistro sul finestrino aperto, ho tirato su le spalle e ho definitivamente abbandonato i comandi al volante. Non ho cambiato stazione fino all'arrivo. Ogni canzone che passava, adesso, sembrava avere un buon motivo per essere ascoltata. Morale della storia? Se volete davvero qualcosa, andatevelo a prendere, non arrendetevi, credeteci fino in fondo. Non è detto che questo basti, anzi non basta quasi mai. Ma il piacere di una vittoria sa cancellare il dispiacere di mille sconfitte. Giusto il tempo di fare questa considerazione ed ero già arrivato sotto casa. Ops, sotto casa. Alla fine vi ho pure rivelato la canzone.

25 aprile 2013

Il gattopardo e il giaguaro

Rieccomi. Dopo tanto tempo torno a scrivere per il mio blog. Mentre non c’ero sono cambiate diverse cose. O perlomeno così sembrerebbe.

Ratzinger ha deciso che il bianco lo ingrassava troppo e si è dimesso da Papa. Francesco ha preso il suo posto, ma con qualche gioiello in meno e qualche biglietto dell’autobus in più. Si è provato ad eleggere un nuovo Presidente della Repubblica, qualcuno avrebbe voluto la Gabanelli, ma poi si è preferito tenersi lo stesso: Giorgio Napolitano, 88 anni suonati e un grande futuro dietro le spalle. Roba che a confronto Berlusconi e Monti sembrano enfant prodige.

Anche il Presidente del Consiglio cambierà, Berlusconi ha lasciato la poltrona a Monti che  sta per cederla (suo malgrado) a Letta (Enrico, quello giovane) che, però, ancora non ha sciolto la riserva. Caso di “nipotismo” all’italiana? Staremo a vedere. Ad ogni modo, c'è Grillo che vigila per noi. Beppe, finalmente, riporterà la vera Democrazia in Italia. Purchè si faccia sempre quello che decide lui.

Qualche cenno di sport: la Juventus vincerà lo scudetto e Conte per festeggiare indosserà un nuovo parrucchino a strisce bianconere. Una squadra tedesca (non si sa ancora quale) metterà le mani sulla Champions League e il coefficiente Uefa della Germania distanzierà ancora di più quello italiano. Anche nel calcio, insomma, a spread stiamo messi male. Intanto il Napoli (il mio Napoli), se non decide di suicidarsi, arriverà secondo in campionato e Cavani potrebbe doversi cercare altrove una nuova amante. Con buona pace di Maria Soledad e Alfonso Signorini.

Io, nel frattempo, ho cambiato città, casa e lavoro. Poco male. Lavoro così tanto che per trovare il tempo di scrivere di nuovo su questo blog mi ci è voluto quasi un anno. Ma fa niente. In fondo non c’era granché da dire.

Tutto è cambiato, perché nulla cambiasse. E tra un Gattopardo e un giaguaro, dopotutto, non c’è questa gran differenza, no?