25 luglio 2012

Facebook VS Twitter

Facebook o Twitter? Tutti e due o nessuno dei due? Questo è il dilemma. Ma quali sono davvero le differenze tra i due social network che si stanno spartendo il mondo? Proviamo a capire...
1. Su Twitter hai a disposizione solo 140 caratteri alla volta. Su Facebook, tra aggiornamenti di stato e note hai spazio infinito. Ergo: su Facebook puoi dire tutte le cazzate che vuoi. Su Twitter solo cazzate brevi. 

2. Su Facebook hai una rete di contatti fatta di amici o di appartenenti ad uno stesso gruppo. Su Twitter invece la tua rete è fatta di follower e following. I follower sono quelli che ti seguono. I following sono quelli che segui tu. Spesso, però, non coincidono. Su Facebook sei davvero qualcuno se hai molti amici. Su Twitter conti qualcosa se hai più follower che following. 

3. Su Facebook, quando muore un cantante famoso, tutti pubblicano una sua canzone. Su Twitter scrivono uno stralcio di un suo testo. Su Facebook scrivono “Addio tizio” oppure “Ciao Caio.” Su Twitter scrivono: “Tizio ha detto, Caio ha fatto, Sempronio prima di morire mi ha rivelato...  e ancora: quando incontrai Mevio... l’ultima volta che ho lavorato con Filano.... nessuno sapeva che Calpurnio... eccetera, eccetera.” 

4. Social Network che vai, autostima che trovi. Quelli iscritti solo a Facebook, si considerano persone socialmente evolute. Quelli iscritti sia a Facebook che a Twitter, si cosiderano persone tecnologicamente e socialmente evolute. Quelli iscritti solo a Twitter si considerano persone tecnologicamente, socialmente e culturalmente evolute. Quelli che non sono iscritti né a Facebook, né a Twitter si considerano persone normali. 

5. Social Network che vai, offesa che ti ritrovi. Quelli che sono iscritti solo a Facebook considerano esaltati quelli che sono iscritti solo a Twitter. Quelli che sono iscritti solo a Twitter considerano superati quelli che sono iscritti solo a Facebook. Quelli che sono iscritti sia a Facebook che a Twitter considerano ostinati quelli che sono iscritti solo ad uno dei due. Quelli che non sono iscritti né a Facebook, ne a Twitter considerano sfigati tutti gli altri.

Mi fermo qui. Poi, forse, un giorno vi parlerò pure di quelli che usano Instagram e Pinterest. Chissà loro come la pensano...

14 giugno 2012

Lettera al Pocho

Alla fine te ne sei andato, Pocho. Non è ancora ufficiale, ma poco importa. Oramai i giochi sono fatti, le jeux son fait. Te ne vai a Parigi, per fortuna. Meglio che all’Inter, decisamente. Qualcuno dice: “Ma cosa cambia? All’Inter o al Psg, è lo stesso.” Qualche altro replica: “All’Inter no, perchè avrebbe rafforzato una diretta concorrente.” Né l’una, né l’altra, dico io. Non è così che ragiona un tifoso. Per un tifoso, un calciatore della propria squadra, è un po’ come una fidanzata. Quando una fidanzata ti lascia, il tuo primo pensiero è che non vuoi vederla con un altro. Non pensi tanto a quello che tu non puoi fare più con lei, ma a quello che lei potrebbe fare con un altro. Perciò è meglio Parigi. Meglio essere mollati per uno che non vedi e non conosci, che per uno che se la fa nella tua stessa comitiva. Occhio non vede, cuore non duole, mettiamola così. Quindi, caro Pocho, non ce ne volere se non ti auguriamo grandi successi. Ti ringraziamo per quello che hai fatto in questi anni, certo. Ma non auspichiamo il meglio per il tuo futuro. Sarebbe come dire alla donna che ti ha appena lasciato: “Speriamo che lui, sia meglio di me.” E queste cose, lo sai anche tu, succedono solo nei film. Buon viaggio Pocho. Bon voyage, come direbbero i parigini. E speriamo che con loro, tu sia un po’ meno felice che con noi.

7 maggio 2012

Lo juventino napoletano e gli orgasmi della Domenica

Ieri sera si sentivano, in giro per le strade di Napoli, voci sparse di tifosi Juventini in festa. Voci sole, che con fatica superavano le mura domestiche e facevano eco a qualche fugace carosello, rubato al silenzio di lutto calcistico napoletano. La sintesi del tifoso Juventino che vive a Napoli è tutta in queste immagini, in questi venti minuti scarsi di “godimento razionalizzato” (una contraddizione in termini), privati di quella condivisione con l’altro che, diciamola tutta, è la vera essenza del tifo. Perché il tifo, al di là di qualunque discorso sulla fede e sull’amore per la propria squadra, è prima di tutto, un momento di socializzazione. Ed è pure una lezione di convivenza, che insegna a stare affianco gli altri e in mezzo agli altri. Anche per questo esiste lo sfottò. E se gli Juventini napoletani, non posso fare a meno di canzonare i loro concittadini che tifano Napoli, è solo perché hanno bisogno di sentirsi un po’ meno soli, per evitare che il godimento si trasformi in frustrazione e la gioia lasci il passo all’esasperazione. Il tifo senza una dimensione sociale, viene meno della sua stessa natura. Diventa, insomma, semplice masturbazione: un dialogo interiore con sé stessi, volto alla ricerca di un piacere breve e, forse, trascurabile, che mai e poi mai, sarà paragonabile ad un vero rapporto sessuale. È per questo che bisognerebbe tifare sempre per la squadra della propria città: non c’entra nulla il campanilismo, la motivazione è orgasmica. E sugli orgasmi, almeno su quelli, non si scherza.

26 aprile 2012

Viaggio a Facebookland (Seconda Parte)

Eccoci qua. Come promesso, si torna a Facebookland. Abbiamo già detto, nella prima parte, della spasmodica pubblicazione di foto scattate in ogni dove e dei continui aggiornamenti sui vari sto-facendo-questa-cosa- time. Ma voglio andare oltre. Perché gli utenti di facebook non sono tutti uguali. Ognuno ha i suoi must, i suoi caratteri distintivi. Ognuno ha il suo personaggio da interpretare. E non deve per forza esserci una continuità con la vita reale di tutti i giorni. Basta solo un log in e chiunque può diventare protagonista di quella portentosa messa in scena che è Facebook

Un personaggio molto ambito, per esempio, è quello del TIFOSO ACCANITO. Per interpretare questo ruolo è necessario mostrare una fede calcistica travolgente, avvalorata dalla pubblicazione di decine di link ogni giorno sulla propria squadra del cuore. Parolacce e bestemmie sono consentite dopo una sconfitta immeritata o causata da errori arbitrali (veri o presunti). 

Altro personaggio molto ben visto su Facebook è quello del DEEJAY, che ogni giorno s’impegna a proporre una personale selezione video-musicale. I requisiti indispensabili per aspirare ad ottenere la patente di deejay da social network sono: pubblicazione di almeno un brano al giorno di un artista sconosciuto, la citazione quotidiana di almeno un estratto di testo dall’alto valore filosofico, l’ottenimento di un quantitativo di “mi piace” tale da permettere ad almeno due dei brani pubblicati, di apparire il giorno seguente tra le notizie più popolari in bacheca. 

Assai ambito è, poi, è il personaggio del MORALIZZATORE. La conditio sine qua non per meritarsi questo ruolo è quella di mostrarsi sempre incazzato con qualcuno. Meglio ancora se gli anatemi vengo lanciati contro i privilegi della casta e le ingiustizie sociali. 

Non manca mai su Facebook un discreto numero di esemplari del personaggio dell’ANIMALISTA. Un ruolo assai ambito perché politically correct e per questo difficile da criticare. Non basta tuttavia difendere a spada tratta i diritti degli animali, per assicurarsi il brevetto di animalista convinto. È necessario anche, di tanto in tanto, prendersela con gli uomini, augurando alla specie umana le peggio sorti in favore di un mondo fatto di soli animali. 

Solo per veri esperti, invece, è il personaggio del NECROLOGISTA da social network. Serve infatti molta dimestichezza e padronanza della rete per interpretare al meglio questo ruolo. Bisogna portare sempre il conto preciso delle morti eccellenti e parlare di ognuno di loro con una dovizia di particolari tale da farne presumere una conoscenza diretta. 

È più facile da interpretare, invece, il ruolo dell’INTELLETTUALE. Siti web, come per esempio wikiquote rendono molto agevole l’individuazione delle citazioni colte da pubblicare ogni giorno in bacheca. Tuttavia, una discreta quantità di commenti di approvazione alle frasi scelte, contribuisce notevolmente ad accrescere la credibilità del personaggio. 

Non lo si sceglie, ma ce lo si trova appioppato a forza, il ruolo dello SCEMO DEL VILLAGGIO, colui che dispensa “mi piace” a destra e a manca, mette commenti a caso, condivide sulla propria bacheca tutto quello che ha a portata di mouse e trascorre intere giornate alla ricerca di qualcuno con cui di chattare, ma quasi sempre senza successo. 

Come non citare in questo elenco (assolutamente parziale) di personaggi da social network, il DEPRESSO, ruolo affidato a chi è stato appena mollato ed è disposto a mettere in piazza il proprio privato, sfogando tutto il suo dolore e la sua rabbia sulla bacheca di facebook. Assai propedeutico alla creazione del personaggio è intervallare gli improperi e le maledizioni contro l’ex partner con ragionamenti pseudo-filosofici sul senso della vita e dell’amore. 

The last, but not the the least è il ruolo della CAPERA. La capera è una specie di personaggio invisibile che su Facebook c’è, ma non si vede. La capera non pubblica mai niente, non aggiorna il proprio profilo, non ha una propria foto che la indentifica, ma un’immagini di Pollon, di Lamù o di Lupin. Non scrive mai sulla bacheca altrui, per non dare troppi segni di vita. Nessuno sa di avere una capera tra i propri contatti, eppure ognuno ne ha almeno una, che legge tutti i suoi aggiornamenti e osserva tutte le sue foto. Che sa tutto di lui ed è pronta, in caso di bisogna, a raccontarne vita, morte e miracoli. 

Per leggere la prima parte di questo post basta cliccare qui

16 aprile 2012

Viaggio a Facebookland (Prima Parte)

Sono iscritto a Facebook da quasi 4 anni. E so che c’è ben poco di cui vantarsi. Ma vi assicuro che allora era tutta un’altra storia. Mi ci volle un mese per arrivare a 100 amici. Eravamo un elite di persone tecnologicamente evolute. Quando mi iscrissi ci trovai solo colleghi di lavoro e di università. Nemmeno un parente. Non c’era traccia di zie e nonne. Poi tutto è cambiato. 

Oggi su Facebook ci sono praticamente tutti. Anche le zie e le nonne. Qualche volta addirittura scopri parenti che nemmeno sapevi di avere. Parenti alla lontanissima, cugine di secondo grado dei tuoi genitori, che ti hanno visto l’ultima volta quando ancora stavi nella culla e ti aggiungono agli amici, convinte che, per uno strano scherzo della memoria, tu possa ricordarti di loro. 

Oggi  Facebook ha sostituito il telefono. Le coppie, sulle rispettive bacheche, si fanno dichiarazioni d’amore e si chiedono scusa quando hanno litigato. Gli amici si danno appuntamento per la sera. I figli avvisano i genitori che non tornano a casa per la cena.

Oggi su Facebook tutti ti raccontano tutto. Per far sapere cosa stanno facendo in un certo momento della giornata, fanno seguire l’azione in via di svolgimento, dalla parola “time” che poi significa “lo sto facendo adesso”. E allora: doccia time, relax time, studio time, cena time, televisione time, taglio delle unghie time, telefonata time, sigaretta time, pisolino time, pizzeria time, palestra time, noia time, eccetera, eccetera. Ci manca solo sesso time e masturbazione time e il danno sarà irreparabile. E poi ti avvisano di come sono andati gli esami all’università, ti fanno resoconti della giornata di lavoro, ti aggiornano sulle proprie condizioni di salute: febbre, raffreddore, mal di schiena, unghie incarnite, diaree galoppanti, meteorismo, coliche renali, stomatiti, emorroidi e congiuntiviti. 

Oggi su Facebook tutti pubblicano foto. Tante foto. Una vagonata di foto. Foto di feste di compleanni, di matrimoni, di battesimi, di comunioni, di uscite con gli amici o con il partner. Foto di vacanze al mare o di gite in montagna, di panorami e di monumenti. Foto di giornate particolari o troppo normali. Foto della propria stanza, del proprio ufficio, della propria palestra, della propria cantina e del supermercato di fiducia. Foto con autoscatto davanti al computer, nel letto appena svegli, in treno, in macchina, in aereo, in moto, in barca, sulle giostre, al cinema, a scuola e magari anche al cesso. Foto del piatto che stanno per mangiare, della tazza in cui bevono il latte, del vicino di posto in metropolitana, delle scarpe che stanno per buttare, che hanno appena comprato o che non potranno mai avere. Foto delle unghie appena smaltate, dei piedi appena lavati, dei capelli appena tagliati. Foto del nipotino appena nato e della nonna centenaria ancora viva. Foto della mamma che cucina, della vicina che stende i panni, del figlio che gioca a calcio, del fratello che si lava i denti, della sorellina che si cambia gli slip o del padre che dorme sul divano. Foto del caffè fuoriuscito dalla macchinetta, del vino rovesciato sulla tovaglia, dell’olio scorso sulla camicia. Foto del proprio attore preferito, del cantante amato, dell’amico del cuore, del fidanzato e dell’amante. Foto del liceo, delle medie, delle elementari, dell’asilo e dei vicini di culla nel nido. Foto scattate dovunque e con chiunque. 

Le foto oggi non si stampano più, si pubblicano su Facebook. E se fai una cosa e non lo dici su Facebook è come se non l’avessi mai fatta. Così, almeno, la pensa qualcuno. Non tutti, però. Perché il vento sta cambiando, ancora una volta. Se ne sono accorti in pochi, ma Facebook ha cominciato la sua (lentissima) parabola discendente. Tanto che oggi la vera chiccheria è cancellarsi da Facebook. Magari per iscriversi a Twitter. Ma in pochi per adesso ne hanno il coraggio. Twitter è la nuova Facebook. Chi non c’è su Facebook ormai è un eletto, uno capace di cantare fuori dal coro. Chi non è iscritto a Twitter, invece, è socialmente poco evoluto. Su Twitter ci sono i cantanti e gli attori. I politici e i giornalisti. I calciatori e le veline. E chissà che in un giorno non troppo lontano Twitter non possa fare a Facebook quello che Facebook, a suo tempo, ha fatto a MySpace. 

Ma per adesso poco importa. Del diman non v’è certezza e di Twitter parleremo poi. Il mio viaggio a Facebookland è appena cominciato…

28 marzo 2012

Lo strano caso dell'ignorante evoluto (ovvero: fare lo scemo per non andare in guerra)

Ok, lo dico subito: io sono come la legge, non ammetto l’ignoranza. Non tutta l’ignoranza, però. Soltanto l'ignoranza evoluta. Perchè secondo me esistono due tipi di ignoranti, quelli semplici, che non fanno male (quasi) a nessuno e quelli, appunto, evoluti. Gli ignoranti evoluti sono ignoranti DOC, super-ignoranti, se mi passate il termine. Ed è di loro che vi voglio parlare, oggi. E per rendere meglio l’idea vi racconto un breve aneddoto. 

Ero a Napoli – la Napoli bene, quella dei baretti vip di San Pasquale – e mi dirigevo verso la mia macchina, parcheggiata poco più avanti. Avevo appena preso le chiavi dalla tasca quando mi si avvicina un tizio sulla cinquantina, piuttosto in carne e decisamente maleodorante. Era un parcheggiatore abusivo, ma l’ho dovuto intuire da solo, perché lui ha omesso di presentarsi. Il tizio, prima ancora che fossimo vicini, comincia a “cazziarmi” (trad. rimproverarmi) con una certa veemenza. Anzi direi di più, il parcheggiatore mi fa una vera e propria morale. La mia colpa, lo scopro solo dopo qualche secondo di conversazione, era quella di aver lasciato la mia macchina parcheggiata troppo a lungo nella sua zona di competenza, impedendogli così di “abbuscarsi na cosa ‘e sord” (trad. guadagnare qualche spicciolo in più). 

Ecco, io ci ho provato in tutti i modi a trovare una spiegazione a quel comportamento, ma non ne ho trovata nessuna che potesse fare a meno dell’ignoranza. D’accordo che c’entra pure la prepotenza, il malcostume, la delinquenza, la crisi economica e tutto il resto appresso. Ma nessuna di queste cause ha un senso da sola. Ci deve stare per forza l’ignoranza affianco, sennò non si spiega. Il problema vero dell’ignoranza (altrui) è che ti rende impotente. Non puoi farci nulla, hai voglia a sbatterti e a dare di matto. L’ignoranza  (per chi ce l’ha) è uno scudo protettivo come quello dei supereroi, è la conditio-sine-qua-non per garantirsi l’immunità a-culturale

L’immunità a-culturale è uno status privilegiato, che ti permette di non pagare le conseguenze di ciò che fai. Pensate, per esempio, a chi blocca un’intera strada parcheggiando fuori posto la sua auto e poi si difende dicendo di aver acceso le quattro frecce. Come ve lo spiegate, voi, un comportamento del genere? Cosa potete dire ad un soggetto così? Nulla. Perché lui tiene l’immunità. Ha la patente ufficiale di ignorante evoluto

L’immunità a-culturale è seconda solo a quella parlamentare e per ottenere il massimo del privilegio bisognerebbe avercele entrambe. Ma non tutti gli ignoranti (benché evoluti) riescono a diventare parlamentari. Sono decisamente troppi per andare tutti al governo, solo i più astuti tra loro ci riescono. E chi non ce l’ha, l’immunità a-culturale, e gli piacerebbe averla, cosa può fare? Non molto purtroppo, se è già adulto. Peggio per voi se avete preferito farvi una cultura e coltivare il vostro pensiero. Adesso accettatene le conseguenze. Voi questa immunità non l’otterrete mai. 

Se invece siete appena nati e per uno strano motivo che adesso mi sfugge, sapete già leggere e siete finiti su questo blog, ascoltatemi bene, perché non mi ripeterò una seconda volta: l’immunità a-culturale è il risultato di un lungo training che comincia fin dalla culla. E che poi si affina con l’infanzia e l’adolescenza. E matura definitivamente solo da adulti. Ignoranti evoluti non si nasce, ignoranti evoluti si diventa. Bisogna farsi crescere il pelo sullo stomaco, fregarsene del prossimo, imparare a dare risposte talmente assurde da non lasciare spazio ad una replica. Solo così si diventa veri ignoranti evoluti. Altrimenti resterete per sempre ignoranti semplici, senza tutti i privilegi di cui sopra e senza nemmeno il sollazzo della cultura, che non rende immuni da un bel niente, ma almeno aiuta a sentirsi migliori.

15 febbraio 2012

Ma cosa c'entra Sanremo con Twitter?

Sanremo è Sanremo, si sa. E nonostante la "vecchiaia"  non smette di far parlare di sé. Nel bene o nel male. Non entro nella cronaca dettagliata della prima serata e non parlo (per ora) dei brani in gara. Mi limito a dire la mia sui protagonisti più rilevanti di questa prima fetta di Festival.

Eccoli in ordine sparso:



Auditel
Lo sanno anche le formiche che gli ascolti contano parecchio in televisione. Per questa prima serata a Morandi è andata di lusso: quasi un telespettatore su due era sintonizzato su Rai Uno, meglio dell'anno scorso. È presto per cantare vittoria, sia chiaro. Nè possono bastare gli ascolti a promuovere Morandi e il Festival, ma, diciamoci la verità, 15 milioni di persone che ti seguono, a chi dispiacerebbe avercele? 

Gianni Morandi
È chiaro che questo rischia di non essere il "suo" festival. Perlomeno non come l'anno scorso. Celentano ha preso il centro della scena e chissà se Gianni saprà riconquistarlo. Ieri, anziché duettare col molleggiato, gli ha fatto da spalla, con tanto di coreografia stile blues brothers. Luca e Paolo, poi, quasi si dimenticavano di presentarlo e persino la Canalis e Belen sembravano trattarlo con sufficienza. Solo Papaleo gli ha dato un po' di soddisfazione. Decisamente troppo poco per uno come lui.

Adriano Celentano 
È il "personaggio" per eccellenza di questo Festival. E difficilmente, nelle serate a venire, qualcuno farà discutere più di lui. Perdonatemi se non entro nel merito dei contenuti del suo intervento. Ne sono già pieni i giornali. Mi limito piuttosto a fare due notazioni, una economica, l’altra artistica. Punto uno: non è vero che la Rai usa i nostri soldi per pagare Celentano. Celentano si paga da solo, con la pubblicità che porta. Solo gli ultimi 30 secondi di spot, prima del suo intervento, sono stati venduti per circa 200 mila euro. Considerate 4 minuti di pubblicità prima e altrettanti dopo di lui e capirete da soli che la Rai, con Celentano, ha avuto guadagni maggiori delle spese. È una considerazione puramente economica che nulla ha a che vedere con l'opportunità o meno di invitarlo. Ma mi pare giusto chiarirlo. Punto due: Celentano, ieri sera, non c’entrava un bel niente col Festival. Era uno spettacolo a sé stante, completamente estraneo a tutto il resto. E questo è inconcepibile. Ogni programma televisivo ha (o dovrebbe avere) un progetto artistico ben definito, deciso dagli autori, dal regista e dai conduttori. A quel progetto artistico ogni ospite deve, in qualche modo, relazionarsi. Chi gli ha permesso di fare ciò che voleva non ha avuto grande stima di sé stesso.


Rocco Papaleo
Ultimi minuti della prima serata del Festival: Morandi annuncia che a causa di un guasto al sistema del televoto, non ci potranno essere eliminazioni, tutto rimandato a domani. E mentre Gianni si affanna a trovare mille giustificazioni all'accaduto, lui, Rocco, sottovoce sussurra: "Gianni... ma hanno ragione." Ecco, in queste battute, c'è tutta l'essenza di Rocco Papaleo, la sua semplicità e la sua spontaneità. Non ha cambiato una virgola di sé stesso per il Festival. Eppure non è mai sembrato fuori luogo o fuori contesto. Le sue facce, poi,  mi fanno scompisciare dal ridere. Sarò poco obiettivo, ma Rocco per me è un mito. 


Loredana Bertè 
Loredana Bertè, non me ne vogliano i suoi (pochi?) fans, è una delle immagini più brutte di questa prima serata del Festival. Il suo primo piano, con quei canotti spacciati per labbra in bella evidenza, era, da Rocky Horror Picture Show. Da censurare, direi. O perlomeno da mandare fuori dalla fascia protetta. Lo smilzo D'Alessio quasi scompariva dietro tutto quel silicone. Hanno pure cantato quei due, già. Quasi me ne dimenticavo.

Twitter
È il vero valore aggiunto di questo Sanremo. Un insospettabile e inedito occhio sul Festival al quale, dall'anno prossimo, anche gli autori dovrebbero fare più attenzione. Non fosse altro per la quantità di opinioni e suggestioni che riesce a raccogliere. Ieri sera seguire il festival attraverso le centinaia di commenti "twittati" in diretta era uno spettacolo nello spettacolo. Tra Bonolis che preferiva la Champions, Facchinetti che non la mandava a dire a nessuno e Rudy Zerby che difendeva i suoi “Amici” ce n’era davvero per tutti i gusti. 

14 febbraio 2012

I 3 regali più originali per San Valentino


San Valentino non è una festa intelligente, lo so. È solo un simbolo del consumismo, d’accordo. E non ci si può ricordare di essere innamorati solo una volta l’anno. Non c’è dubbio. Ma, in fin dei conti, una scatola di cioccolatini non ha mai fatto male a nessuno. Tranne ai diabetici, ovvio. Ben venga San Valentino, dunque. Ma la festa degli innamorati, al tempo dello spread, richiede, inevitabilmente, qualche sacrificio e tanto, tanto ingegno nella scelta dei regali. Per questo vi propongo tre idee  per spendere poco e dimostrarsi comunque originali. 


Love Compilation 
Un cd fai-da-te, masterizzato in casa, con tutti i successi di Whitney Houston
Perché sì: è facile reperire le canzoni, pubblicate a migliaia sulle bacheche di Facebook negli ultimi due giorni.  
Perché no: il regalo potrebbe perdere valore alla morte del prossimo artista famoso. 


Love Snow 
Una scatola di palle di neve a forma di cuore
Perché sì: si contribuisce a liberare le strade dalla neve 
Perché no: è difficile reperire la neve in alcune zone d’Italia 


Love Poetry 
Il file audio pubblicato oggi da Repubblica.it con le poesie d’amore scelte e lette da Roberto Saviano 
Perché sì: è riciclabile come ninna nanna 
Perché no: inibisce qualunque forma di eccitazione sessuale nelle 6 ore successive all’ascolto

19 gennaio 2012

Il paese della Concordia

Schettino è un poco di buono. Ok. È uno sbruffone, un gradasso, un disonesto, un irresponsabile e pure un incapace. Ok. Non fa una piega. Ma De Falco, non è un eroe. Non esageriamo. 

Per i pochi che non fossero a conoscenza dei fatti, il Capitano Gregorio De Falco, della Capitaneria di porto di Livorno è colui che la sera dell’incidente della Concordia, ha telefonato al comandante Francesco Schettino per intimargli di tornare a bordo della nave, dalla quale era scappato con una scialuppa, per continuare a coordinare, da lì, i soccorsi. Una telefonata diventata ormai cult, trasmessa da tutti i telegiornali e pubblicata dai giornali online. E condivisa da milioni di persone su Facebook e Twitter. Quattro minuti e mezzo che, lo ammetto, sembrano rubati ad un film d’azione, con il capitano De Falco che sta a metà tra il Sergente Maggiore Hartman che in Full Metal Jacket inveisce contro Palla di Lardo e Tom Cruise che in Codice d’onore inchioda il colonnello Jessep (alias Jack Nicholson) alle sue colpe. Ma non è difficile trovare riferimenti anche all’Ispettore Coliandro o al Maresciallo Rocca, come in quel frangente di telefonata in cui il comandante Schettino si lamenta del buio e lui, l’impavido e simpatico De Falco, con insospettabile ironia gli chiede se ha voglia di tornarsene a casa. E non finisce qui, perché a volerci vedere dell’altro, De Falco ricorda persino le veraci sceneggiate di Mario Merola, quando promette al comandante della Concordia di fargli passare "l’anima dei guai" tradendo tutt’insieme le sue origini napoletane. Passi per i riferimenti cinematografici, dunque. Ma non basta tutto questo a fare di De Falco un semidio. E non basta nemmeno il passaggio televisivo a Porta a Porta da Bruno Vespa, non fosse altro perché quel salotto ha ospitato tutti, cani e porci compresi. 

De Falco è sicuramente una persona per bene, sia chiaro. È un professionista serio e morigerato, un uomo con la testa a posto. Probabilmente anche un marito impeccabile, un padre premuroso, un amico sincero e un godibile vicino di casa. Ma qui ci dobbiamo fermare. E lui, credo, sia d’accordo con me. Altrimenti si corre il rischio di far passare un messaggio distorto. Di far intendere che certi comportamenti (ineccepibilmente giusti) siano l’eccezione e non la regola. E così non va bene. Tanto più che le vicende della Concordia sono diventate un "fatto mediatico" di prim’ordine e come tale arriva a tutti, dagli anziani ai bambini. 

Già, i bambini. Nel loro immaginario, eroe è qualcuno che fa qualcosa di unico e inarrivabile, qualcosa che nessun altro – se non un altro eroe – è in grado di fare. Non possiamo mica fargli scoprire fin da piccoli quanto poco basti, in questa nostra Italia, per diventare eroi. Lasciamo che queste cose le scoprano da grandi e nel frattempo, noi che grandi già lo siamo, riflettiamo un po’ più a fondo su quello che è successo, perché il vero problema, diacimocelo, è capire quanti altri Schettino e quanti altri De Falco ci sono nel nostro paeseSi fa presto a puntare il dito contro un comandante che distrugge una nave con quattromila persone a bordo e poi se ne scappa e si fa ancora prima ad esaltare le gesta di colui che gli mette il bastone tra le ruote, ma non possiamo mica ridurci a scovare i pirati della Malaitalia solo dopo che hanno affondato la nave. 

Quanti Schettino si annidano per esempio nelle posizioni di vertice della politica, dell’economia o dell’industria? E cosa possono fare le migliaia di piccoli De Falco dell’Italia per bene per fermarli? È a queste domande, prima di ogni altra cosa, che dovremo trovare una risposta. E dovrebbero farlo, forse, anche le televisioni e i giornali, piuttosto che continuare a chiedersi quanti minuti siano passati tra l’impatto con lo scoglio e la richiesta d'aiuto o quante telefonate abbia fatto Schettino al commodoro Palombo per preannunciargli la rotta spericolata che stava per comandare. 

Questioni importanti anche queste, certo. Alle quali, sono sicuro, chi di dovere, dedicherà la giusta attenzione. Noi altri, invece, smettiamola di osannare chi fa semplicemente il proprio dovere e impariamo a pretendere quello stesso impeccabile comportamento da coloro con i quali abbiamo quotidianamente a che fare. Perché la rotta di un paese non la decidono né i suoi eroi, né i suoi banditi, ma la sua gente comune. E solo quando saremo certi di essere un paese di De Falco e non di Schettino potremo issare la prua e sperare di arrivare lontano.