27 ottobre 2011

Afragola, striscia l'ingiustizia

Afragola, ore 18 e 30. Ultimo Mercoledì di Ottobre. 
Una leggera pioggerellina bagna le strade della città. 
Un uomo si avvicina ad un vigilante, addetto al controllo della sosta sulle strisce blu:
- Scusate, ma la mia macchina può stare lì? Mi fate la multa?
 - Dove la tenete la macchina?
 - Sulle strisce pedonali
 - Non vi preoccupate, là può stare, non ve la posso fare la multa
 No, non è una battuta. E non è nemmeno l’inizio di un romanzo. È tutto vero. È successo ieri, l’ho sentito con le mie orecchie. Io, ovviamente, non ero il signore furbo che parcheggiava gratis sulle strisce pedonali, ma il ragazzo "scemo" che sostava a pagamento sulle strisce blu. Il problema è che il vigilante non aveva torto. Non è mica un vigile urbano, lui. È autorizzato a multare solo le auto che sostano sulle strisce blu senza grattino o con il grattino scaduto. Del resto non gli importa. Crollasse il mondo per lui esistono solo le strisce blu. 

Chi conosce il mio blog, sa che non parlo troppo spesso della “mia” Afragola. E sa pure che non amo questo tipo di argomenti. Ma da quando ad Afragola ci sono le strisce blu succedono cose inverosimili. Tutto è cominciato qualche settimana fa: l’amministrazione decide di istituire i parcheggi a pagamento in alcune zone della città e una buona fetta di abitanti comincia a lamentarsi. Afragola non è Napoli o Caserta, non è frequentata da turisti o visitatori e chi gira in auto lo fa, perlopiù, per qualche commissione. Magari per andare a trovare la nonna. E di pagare per la sosta proprio non ne vuole sapere. 

Io, inizialmente, mi sono interessato poco alla questione e comunque non mi sembrava ci fossero i presupposti per scriverci un articolo. Poi, a farmi cambiare idea ci ha pensato la foto che vedete qui sopra. L’ho scattata ieri mattina al cimitero di Afragola. Inizialmente era stato deciso che la sosta in quella zona dovesse essere a pagamento solo il Sabato, la Domenica e i giorni festivi e solo fino alle 13.00. Scelta già di suo discutibile, considerando il luogo. Ma non finisce qui. Per sfruttare al massimo la forte affluenza al cimitero, in questa settimana precedente al giorno dei morti, la sosta a pagamento è stata estesa, di punto in bianco, a tutti i giorni della settimana e fino alle 15.00. Come se non bastasse poi, anziché sostituire il relativo segnale stradale, si è pensato bene di correggerlo a penna. 

Ammetto che se questa cosa fosse successa altrove, non ci avrei dato tutto questo peso, ma il fatto che sia avvenuta proprio fuori ad un cimitero mi ha indignato parecchio. Anzi, direi che mi ha fatto proprio incazzare. Speculare sulla morte e sul dolore della gente è orripilante, totalmente inaccettabile e privo di giustificazioni. 

Certo, un segnale stradale di questo tipo, corretto in questo modo, probabilmente non è a norma di legge, così come – probabilmente – non sono a norma le strisce blu lungo il viale che porta al cimitero, visto che restringono la carreggiata destinata alla percorrenza della auto, ma – ahinoi – fare ricorso non è la soluzione giusta, visto che avrebbe un costo uguale (se non superiore) alla contravvenzione stessa e servirebbe tuttalpiù alla propria gloria e non certo alle ragioni del portafogli. Sempre che il ricorso venga accolto e non ci si ritrovi “cornuti e mazziati” 

Questo è quanto. Perdonatemi se per una volta ho trasgredito ai toni ironici ai quali questo blog vi aveva abituati. Consideratela l’eccezione che conferma la regola. Da domani tornerò a parlare d’altro. A quelli tra voi che abitano ad Afragola dico solo di continuare a NON parcheggiare sulle strisce pedonali. E di continuare ad andare al cimitero. Sarete sempre e comunque migliori di chi prova a sentirsi più furbo di voi. 






24 ottobre 2011

È tutta colpa di Bossi

RECALCITRANTE, ABOMINEVOLE, INTREPIDO, MALFATTORE, SEDIZIONE, CARISMATICO, VISIBILIO: tenete bene a mente queste parole, perché tra qualche tempo potrebbero non esserci più. Sono "parole-panda", parole a rischio d’estinzione. O almeno così la pensano quelli dello Zingarelli che nel vocabolario 2012, hanno segnato queste voci con un fiorellino, per incentivarne l’uso ed evitarne la scomparsa. In compenso, però, sono in arrivo tante nuove parole. Ne cito qualcuna in ordine sparso: CELODURISMO, MILLEPROROGHE, WEBSURFING, VIRALITÀ, DIGITAL DIVIDE, VELINISMO, SCRAUSO, ECOAUTO, TECNOSTRESS, ANTI-VELO, BIOTESTAMENTO, INFOGRAFICA, GEOLOCALIZZAZIONE, FIGHETTISMO, FARE SQUADRA.

Ho letto questa notizia qualche giorno fa, ma finora avevo evitato di parlarne. Volevo prima rifletterci un po’. Non sono di quelli che condannano il nuovo per partito preso, anzi. So bene che queste nuove parole sono figlie del presente e come tali necessarie a raccontare la società di oggi. Tuttavia l’idea di rinunciare a parole usate da Cesare Pavese e Italo Calvino, da Eugenio Montale e Luigi Pirandello, per fare spazio a una parola come CELODURISMO, nata grazie a Umberto Bossi, un po’ mi sta sulle scatole. Ecco: è tutta colpa di Bossi. È per colpa sua che ho preso così male questo ricambio lessicale.  E non è una questione linguistica, è proprio una questione politica. Io, Bossi non lo sopporto. Sono RECALCITRANTE al CELODURISMO. Trovo ABOMINEVOLE il modo di FARE SQUADRA dei leghisti. Non so se rendo l’idea. 

Tornando, invece, alle nuove parole, siano le benvenute. Un'opportunità in più per noi che scriviamo. A patto, però, che ci lascino le vecchie. Potrebbero ancora servirci. Anche perché, in giro per l’Italia, al Nord come al Sud, oltre ai sostenitori del CELODURISMO, ci sono milioni e milioni di cittadini che ritengono Bossi poco meno che un MALFATTORE e che di lui, come di tanti altri sui colleghi, farebbero volentieri a meno. Magari per lasciar spazio a gente nuova, a qualcuno di veramente CARISMATICO, che non si limiti a mandare in VISIBILIO le folle, ma che sappia essere utile per questo paese un po’ allo sbando. Basta crederci. Per loro, per me, per voi non è detta l’ultima parola.

21 ottobre 2011

Sic transit gloria mundi

Sic transit gloria mundi, così passa la gloria nel mondo. Per una volta sono d’accordo con il nostro Presidente del Consiglio, che ha commentato così l’uccisione del dittatore libico, suo ex amico, giustiziato in pubblica piazza dal suo popolo. Una morte tanto atroce, quanto sfarzosa e lussuriosa era stata la sua dittatura.

Sic transit gloria mundi, dunque. Oppure: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, che, in fondo, va bene uguale, se non fosse che il Latino fa più chic in questi casi. E viene da chiedersi se Berlusconi, davvero pensasse a Gheddafi, mentre lo diceva o magari, in cuor suo, rimuginava sulla sua crisi personale e politica, sulle inchieste della magistratura, sulle polemiche per le escort a Palazzo Grazioli e tutto il resto che ne può venire appresso. 

Ma per un Gheddafi (e forse un Berlusconi) che la gloria la perde c’è un Gabriel Nicolini che la gloria la conquista, tutta d’un colpo. E qui, me ne rendo conto, serve una spiegazione. Gabriel ha 2 giorni di vita ed è il figlio di Claudia Losito e Remo Nicolini. Lui, Remo era il compagno, nientemeno che di Guendalina Tavassi, ex concorrente dell’ultimo Grande Fratello. Remo salì alla ribalta perché, mentre Guendalina era nella casa, lui annunciò di essere innamorato di un’altra. È così che il mondo dello spettacolo ebbe il privilegio di accogliere in seno Claudia. E a distanza di qualche tempo da allora, ecco che Claudia mette al mondo Gabriel. 

Fin qui niente di nuovo, penserete, se non fosse per il fatto che Barbara D’Urso ha pensato bene di renderci partecipi di questo momento storico, mandando le telecamere del suo programma, Pomeriggio 5, al Santo Spirito di Roma, per riprendere in diretta il parto (cesareo, per la cronaca) di Claudia. Un momento di televisione verità che qualcuno, chissà perché, ha osato criticare. Pare che gli operatori e le telecamere del programma abbiano mandato in tilt l’ospedale, creando disagio agli altri degenti. Come se davvero la salute di un malato potesse valere un momento di televisione di siffatta importanza. 

Per fortuna, però: sic transit gloria mundi. E questo, prima o poi, lo diremo anche di Claudia e di Remo, immeritati destinatari di questa effimera fetta di gloria. In quanto a te, piccolo Gabriel, innocente creatura indifesa, non ti resta che avere un po’ di pazienza. Sic transit gloria mundi, ricordalo quando ti farai grande. Per adesso stringi le gengive e spera che la gloria dei tuoi genitori transiti velocemente.

20 ottobre 2011

Quei maledetti specializzandi

Se ti capita di andare in ospedale per un banale intervento chirurgico e appena arrivato, rimani bloccato in ascensore un quarto d'ora, devi avere il coraggio di dire a te stesso: “guagliò, lascia perdere, non è giornata, meglio che te ne torni a casa.” Ma io evidentemente non sono granché coraggioso, perché l’altro giorno, mentre condividevo con altre 12 pesone una cella d’ascensore, ferma tra il secondo e il terzo piano di un ospedale napoletano, invece di pensare a come tornarmene a casa, ho guardato l’orologio e ho pensato: “speriamo che ci vengono ad aprire presto, tra poco mi devo operare.” 

Perciò tutto quello che è successo me lo sono meritato. Tanto per cominciare resto fuori dal reparto a bussare venti minuti. Da dentro fanno finta di non sentire, non vogliono farmi entrare, manco ci fosse il Luna Park lì dentro. Poi dopo un po’ arriva un’infermiera formato-mongolfiera che mi fa un cazziatone bello e buono, dice che mi stanno aspettando da non so quanto tempo, loro a me.. vabbè, lascio perdere e vado oltre. Mi viene subito incontro un medico che pare un mezzo filosofo. Invece di guardare me, guarda il soffitto. Mi porta in una stanza dove ci stanno un’altra dozzina di medici. Parlano così forte che invece del campanello, ai malati per farsi sentire ci vuole la campana di una chiesa. Il medico mi dice che gli serve assolutamente non so quale carta. Non ce l’ho, dico. Non fa niente, risponde. Questo non sta ben con la testa, penso. Poi arriva una telefonata dalla sala operatoria. Chiedono di me, devo scendere. Mi guardo. Nell’ordine ho addosso: polo rossa Sergio Tacchini, jeans un po’ consumato sulle ginocchia, Superga ex bianche, ormai gialle. Mi rendo conto che non posso scendere così in sala operatoria, ma la stanza per me ancora non c’è. Mi spoglio in piedi in medicheria, lascio la borsa ad un tizio che si trova a passare di lì e scendo in sala operatoria a piedi (meglio evitare l’ascensore). Sotto il camice lascio il boxer, per sicurezza. 

Arrivo in sala operatoria. Ci sono 20 persone dentro: medici, infermieri e specializzandi. Tanti specializzandi. Una marea di specializzandi. Pare un simposio di specializzandi. Mi guardano tutti. Sembrano garzoni di macelleria davanti ad un filetto di vitello: “prima o poi sarai mio”. Mi siedo sul lettino, mi faccio fare l’anestesia da una specializzanda che con la siringa in mano pare Re Artù che sta per infilare la spada nella roccia, poi mi sdraio e non sento più le gambe. L’intervento dura un’ora. Davanti a me mettono un telo verde per non farmi vedere niente. Fortuna che dimenticano di tapparmi le orecchie e sento tutto. Il dottore, quel figlio di buona mamma, parla soltanto. Sono gli specializzandi che mi mettono le mani addosso. Ad un certo punto si accorgono che manca un medicinale e tutti giù a ridere. Manca un medicinale e loro ridono, maledetti specializzandi. 

L’intervento finisce, mi riportano su. Adesso ho una stanza. Piccola, ma ce l’ho. Sporca, ma ce l’ho. Scomoda, ma ce l’ho. Era meglio che mi lasciavano in corridoio, perdindirindina (dovrei dire cazzo, ma non mi piacciono le parolacce). La mia fidanzata mi fa compagnia fino a sera, poverina. Le racconto almeno dieci volte quello che mi è successo: la stanza che non c’era, gli specializzandi, l’anestesia, eccetera, eccetera. Mi sento una vittima della malasanità. Penso che i giornali dovrebbero intervistarmi per raccontare il mio caso. Vuoi vedere che è la volta buona che divento famoso? 

Quando Valeria, la mia fidanzata se ne va, ne approfitto per parlare con i miei compagni di stanza. Quasi non c’avevo fatto caso, fino a quel momento, che c’erano pure loro. Mi faccio raccontare le loro storie. Peppe ha 28 anni e ha scoperto di avere un tumore. Ciro ha 23 anni e ha scoperto di essere nato con un rene solo. L’ha scoperto adesso, per caso. Non lo sapeva. Teneva un rene solo e non lo sapeva. La mattina dopo mi dimettono, uscendo do un’occhiata a Ciro e Peppe. Ripenso a quando sono uscito dalla sala operatoria, a quando pensavo che succedessero tutte a me. E capisco. Nessun giornale mi chiamerà per intervistarmi. Ma se proprio dovessero farlo, di certo parlerò di loro, parlerò di Ciro e di Peppe. E di quei maledetti specializzandi.

19 ottobre 2011

This must be the place. O no?

Lo dico subito a scanso di equivoci: ancora non ho deciso se mi è piaciuto l’ultimo film di Sorrentino. Ci sto pensando. L’ho visto ieri sera e ancora ci sto pensando. E credo che ci penserò almeno tutto oggi, prima di sbilanciarmi in un giudizio. Ho fatto un po’ di zapping sul web per leggere le recensioni di chi di cinema ne capisce più di me, e ho trovato pareri molto discordi. La verità è che questo film sconcerta, suscita sensazioni ambigue. Forse andrò a rivederlo This must be the place, così magari capisco se mi è piaciuto, oppure no. 

Per chi non l’avesse visto e non vuole sentirsi escluso da questa discussione, This must be the place racconta la storia di Cheyenne (personaggio interpretato da Sean Penn), ex rockstar tutto rossetto e capelli cotonati, (ma con una moglie) alle prese con una crisi depressiva di mezza età. Cheyenne, spinto anche dalla morte del padre e dal peso di quel rapporto irrisolto, decide di partire. Un viaggio alla ricerca di sé stesso e non solo, con una metà precisa e qualche tappa intermedia imprevista. Certi aspetti del film sono ineccepibilmente belli: l’interpretazione di Sean Penn è a dir poco superlativa e il suo personaggio è di quelli che il cinema non ci offre tutti i giorni. La fotografia, poi - così curata - è merce rara di questi tempi: ogni inquadratura è studiata nel minimo dettaglio e i movimenti di macchina non sono mai quelli che ti aspetti. Ma può bastare tutto questo a fare un grande film? Probabilmente no. Senza contare che le aspettative di critica e spettatori erano altissime. 

Prima di andare al cinema ho ascoltato in tv il commento al film di Anselma Dell’Olio, a Cinematografo su Rai Uno, che – senza parlare né troppo bene, né troppo male del film – diceva più o meno così: “in This must be the place il tutto non è maggiore della somma delle singole parti.” Lì per lì non ho capito cosa volesse dire veramente, poi vedendo il film mi sono reso conto di quanto avesse ragione. Il film di Sorrentino ruota tutto intorno al personaggio di Cheyenne e ci ruota così tanto e così vorticosamente che qualche volta perde la bussola, non capisce più dove sta andando. Anche i dialoghi spesso sono troppo ostentati, più funzionali all’esaltazione momentanea del personaggio che non al suo percorso complessivo. Il film ha dei momenti sensazionali, sorprendenti e suggestivi, che scatenano lacrime e sorrisi in rapida successione, ma tra tutti questi momenti non sempre c’è il necessario raccordo. La storia è vampirizzata dal personaggio e tutto quello che Cheyenne fa è sempre e comunque meno importante di quello che Cheyenne è. E non ce la si può di certo cavare dicendo che è un film introspettivo. Un film è "grande" quando l’introspezione arriva fuori, detta il percorso, crea attenzione e – perché no – suspense nello spettatore. 

This must be the place, in sintesi, è un’occasione sprecata. L’occasione per Sorrentino di entrare nella storia del cinema italiano e mondiale. Resta comunque un bel film, che vale la pena vedere, che non disturba, che suscita qualche piacevole suggestione e interessanti riflessioni. Per Sorrentino, invece, c'è tutto il tempo (e tutto il talento) per conquistare, un giorno non troppo lontano, un posto nell’Olimpo del cinema.

17 ottobre 2011

L'uomo più felice del mondo

Eccolo, il mio secondo blog. Decisamente troppo per me. Già ho fatto fatica a mettere insieme una piccolissima schiera di fedelissimi che mi leggesse e adesso, con questo trasferimento da una parte all'altra del web, rischio di perdere anche quelli. Ma è un rischio che devo correre. Anche perchè questo non è a tutti gli effetti un secondo blog, è solo l'evoluzione del primo, con un indirizzo web più logico e memorizzabile (nicolazanfardino.blogspot.com), un nome che più mi rappresenta (nicolazanfardinoblog) e una grafica un po' più consona al mezzo. In più ci ho aggiunto due pagine (le vedete su, appena sotto il nome del blog) con una breve presentazione personale e il mio curriculum professionale. Lo stile e i contenuti, invece, rimarranno più o meno gli stessi. Tutti i vecchi articoli li trovate di seguito, non ne manca nessuno. Parlerò di società, di costume, di nuove tendenze, di politica, di sport e di qualunque cosa (lecita) mi passi per la testa. Lo farò, se mi riuscirà, con quella sana dose di ironia che non guasta mai e qualche volta aiuta a capire meglio le cose. Mi piacerebbe, però, se questa mia seconda vita sul web fosse un po' più interattiva. Insomma vorrei collaborare con voi, ascoltare i vostri suggerimenti, affrontare argomenti che vi aggradano e se vorrete, anche cedervi un po' di spazio su questo "umile" blog, dove poter dire la vostra. Io, nel frattempo che si realizzi tutto questo, scrivo. Pechè mi piace e perchè secondo qualcuno c'è la probabilità che mi riesca benino. E se voi mi leggerete, allora sì che sarò l'uomo più felice del mondo.


13 ottobre 2011

Iena ridens

Tocca a lei adesso, tocca ad Ilary Blasi traghettare le Iene in questo nuovo corso. È lei il Virgilio per i nuovi arrivati: Enrico Brignano e Luca Argentero. Un trio inedito, che dopo le prime due puntate ancora non sembra al top. 

Luca viene dal cinema. In tv (Grande Fratello a parte) si è limitato alla fiction, la conduzione è un terreno nuovo e inesplorato per lui. Ma gli conviene abituarsi in fretta: troppo forzata e troppo macchinosa è apparsa finora la sua conduzione per conquistare un pubblico spontaneo e un po’ cazzeggione (nel senso buono, s’intende) come quello de Le Iene. 

Enrico, invece, è un solista, un mattatore da palcoscenico, uno che brilla di luce propria. E qualche volta sembra che gli manchi l’aria con quegli altri due al fianco. Luca e Ilary arrancano per stargli dietro, per inserirsi al meglio nelle sue pause. Ma così facendo allungano i tempi di costruzione delle battute, che crescono, crescono, ma sembrano non arrivare mai. E quando finalmente arrivano hanno perso il mordente iniziale. 

E Infine, lei, la Totti-girl, che lentamente prova a metabolizzare il cambiamento. Ilary, diciamola tutta, è un pizzico al di sotto di chi l'ha preceduta. Non ha la verve e la grinta della Ventura. E nemmeno il carisma e la dolcezza della Marcuzzi (la Chiabotto fingo di dimenticarla). Eppure con Luca e Paolo ci stava proprio bene, perché sapeva farsi mettere in mezzo. E gli altri due ci andavano a nozze.

E adesso, invece, tutto è cambiato: Luca Argentero è il bello che tutte le donne vorrebbero rincorrere e tra lui e Brignano c’è un mondo – estetico, intellettuale e artistico – di differenze da colmare. Ma non è detta l’ultima parola. Non per quei tre che già in passato hanno saputo sorprendere tutti, per la facilità con la quale si sono scrollati di dosso le vecchie etichette. E adesso si ritrovano l’uno di fianco all’altro: l’ex letterina, l’ex concorrente di reality e l’ex barzellettiere. Ilary, Luca ed Enrico, tutti e tre insieme, alla conquista della prima serata.

Infine una nota sugli ascolti. La seconda puntata ha fatto il 15% di share, un risultato assolutamente in media con il passato. A testimonianza del fatto che Le Iene sanno prescindere da chi le conduce. È
un format vincente e ciò che interessa alla gente sono le inchieste, le interviste, l’irriverenza, la simpatia e la voglia di verità che il programma incarna da quando è nato. E se proprio Luca, Enrico e Ilary non saranno all’altezza, beh, in qualche modo ce ne faremo una ragione.

5 ottobre 2011

A mia nonna piace Facebook

Ebbene sì, pure mia nonna l’ha detto: feisbbùcc. L’ha pronunciato proprio così, con la s dolce, la doppia b, l’accento sulla u e una doppia c finale, così marcata, da lasciar vibrare le corde vocali per diversi secondi.

È successo l’altro giorno, in maniera del tutto imprevedibile. Mia nonna, in cucina, stava raccontando a mia mamma le vicissitudini del nostro vecchio parroco che, trasferito ingiustamente in altra sede, si è industriato per mantenersi in contatto con i propri parrocchiani. Proprio attraverso facebook. Anzi: feisbbùcc.

L’ha detto con nonchalance, mia nonna, con sorprendente padronanza dell’argomento. E con la disinvoltura di chi sta parlando di una cosa familiare. Feisbbùcc, dunque, e non, semplicemente, ‘o compiutèr, oppure ‘ncopp a internèt. No. Ha proprio detto feisbbùcc. Ma perché facebook piace alle nonne? Mentre ascoltavo mia nonna, me lo sono chiesto anche io e, forse, ho pure trovato una risposta.

Facebook è il regno dell’inciucio, è un'accogliente casa comune all’interno della quale tutti sanno tutto di tutti gli altri, un’immensa agorà dove si può spettegolare liberamente, gioire per le soddisfazioni degli altri o gufare contro i loro successi. Facebook, a dirla tutta, è la versione moderna del vecchio paesello, in cui bastava fare un giro in piazza, prendere un caffè al bar del centro o semplicemente farsi un taglio e una permanente dal parrucchiere giusto per tornarsene a casa con una abbondante dose di notizie e informazioni, utili e inutili, da distribuire ai posteri.

Facebook, non solo ha replicato questa dimensione, ma l’ha estesa su ampio raggio, con la comodità, per giunta, di non dover nemmeno uscire di casa, di non dover indagare, di non doversi esporre. Basta stare lì, collegati, e aspettare che le cose, belle e brutte, succedano. Da sole, o quasi.

Facebook è come la riva del fiume lungo la quale ci si può accomodare in attesa che passi il cadavere del nemico, ma è anche un rassicurante braciere domestico attorno al quale raccogliere chiacchiere e pensieri. Facebook è il futuro, certo, ma, in fondo, è pure il passato. Per questo piace tanto alle nonne.

La facile condivisione
delle informazioni (il cosiddetto inciucio) è una pratica familiare più a loro – le nonne – che a noi, giovani ventenni o trentenni, cresciuti sotto il vessillo di una privacy tanto ostentata, quanto, nei fatti, inattuabile. Ma non è tutto. Grazie a Facebook ci si ricorda sempre di compleanni e onomastici, si inviano messaggi di circostanza che somigliano un po’ alle visite di cortesia che si facevano un tempo. E ancora: su facebook si torna ad essere – e a definirsi – fidanzati ufficialmente, come ormai non accadeva più.

Senza dimenticare che su feisbbùcc ci sono pure le foto. E le foto, alle nonne, piacciono. Parecchio. È un po’ come tornare a sfogliare i vecchi album cartacei con le foto dei nipotini. Quegli stessi album che, prima del digitale, imperversano sulle tavole domenicali ogni fine pasto.

Ammetto che l’idea di generazioni, cronologicamente distanti tra loro, ma capaci di riscoprirsi intellettualmente (si fa per dire) così vicine, è piuttosto rassicurante. Eppure, c’è un pensiero che mi inquieta: svegliarmi una mattina e trovare mia nonna, taggata su facebook. Questo no. Una circostanza del genere non credo di poterla sostenere. Ma tutto sommato, la mia, è solo una paura ingiustificata. Mia nonna non si iscriverà mai a Facebook. O no?