16 maggio 2011

Stronzo chi legge

L’altro giorno, mentre ero in auto, mi è capitato di imbattermi in una scritta su un muro a caratteri cubitali: “STRONZO CHI LEGGE”.

Non è la prima volta che mi capitata di leggere – beh, sì, lo ammetto – una cosa del genere. E la provocazione, facile da intuire, non necessita di ulteriori spiegazioni. Ma non è su questo che mi voglio soffermare. E non voglio nemmeno soffermarmi sul fatto che non bisognerebbe imbrattare i muri o sulla banalità di questo giochetto. Nulla di tutto questo. Almeno per ora.

Il dubbio che mi sorge, piuttosto, è un altro. Delle due l’una: o gli autori di questo “murales” sono veri e propri fenomeni dell’arte amanuense, capaci di scrivere ad occhi chiusi (ipotesi improbabile vista la cura e la raffinatezza di ogni singolo carattere) oppure, loro malgrado, hanno finito per leggere loro stessi ciò che hanno scritto, diventando così, le prime, ignare, vittime di questo stupido "tranello".

Non vi nego che questa arguta riflessione mi ha sollevato abbastanza il morale e ha contribuito ad accrescere la mia autostima, ricordandomi il netto divario culturale che c’e’ tra me e gli autori della poetica scritta. Ma c’e’ di più. Mi sono reso conto di quanta somiglianza ci fosse tra gli artefici di quel murales e i tanti autori dei piccoli e grandi gesti di quotidiana inciviltà. Ma questa, me ne rendo conto, la devo spiegare.

Credo fortemente che uno dei mali della nostra società sia la convinzione di alcuni soggetti di poter fare ciò che vogliono senza, per questo, dover essere vittime delle loro azioni, più o meno inconsulte. Di essere, insomma, sempre e comunque dalla parte di chi scrive e mai da quella di chi legge. Io, questa convinzione, la chiamo la sindrome del water pubblico. E anche questa, lo so, la devo spiegare meglio.

La sindrome del water pubblico è una malattia sociale che colpisce prevalentemente gli uomini,
il cui sintomo più evidente è l’incapacità di farla dentro ogni qual volta ci si trova a puntare il proprio pipino verso la tazza di un bagno pubblico. È evidente, secondo me, che dietro questa palese incapacità di prendere la mira, ci sia la convinzione da parte di suddetti soggetti che saranno altri orinatori, probabilmente sconosciuti, a pagare le conseguenze di quel mancato centro.

Eppure, presto o tardi, anche a loro, gli orinatori selvaggi, capiterà di entrare in un bagno pubblico, subito dopo uno che ha una pessima mira e capiterà anche a loro di dover
fare la pipì sulle punte dei piedi, a gambe divaricate fino all’inverosimile, per sfruttare quei due unici (e lontanissimi tra loro) punti asciutti del pavimento. Insomma prima o poi tocca a tutti. Nei cessi, così come nella vita di tutti i giorni: siamo noi le prime vittime dell’inciviltà che alimentiamo (e mi ci metto pure io in mezzo, benché sappia di avere colpe assai limitate).

Inutile dire che il discorso, esempio del wc a parte, riguarda nella stessa misura uomini e donne. Forse basterebbe rendersi conto di tutto questo per imparare a riflettere un po’ di più sulle proprie azioni e scoprire, checché se ne dica, che ogni “furbo” che scrive finisce per essere, prima o poi, uno stronzo che legge. O no?