12 aprile 2011

Boris: il pesce d'Aprile

L’antefatto: Boris sta per Boris Becker, tennista tedesco degli anni novanta, tra i più forti al mondo. Boris è pure il nome di un pesciolino rosso che Renato Ferretti (in arte Renè), regista televisivo, porta sul set della fiction "Occhi del cuore". È una sua vecchia abitudine: ogni set, un pesciolino rosso. Sempre e comunque con il nome di un tennista.

Chiedo scusa per il modo insolito con cui ho cominciato quest’articolo, so che un bravo giornalista non lo farebbe mai, ma in fondo non è questo mestiere che voglio fare da grande. Ho raccontato questa breve storiella a beneficio di chi avesse visto "Boris: il film" senza conoscere la serie televisiva da cui è tratto. Gli sceneggiatori infatti non si sono soffermati troppo sulla spiegazione del “titolo” e si sono limitati a far intuire l’importanza che quel pesciolino rosso avesse per il regista.

C’è da dire comunque che gli spettatori di "Boris: il film" sono in gran parte gli stessi che hanno amato la versione televisiva, andata in onda in tre serie su Sky. Eppure il film merita e non poco, perché è costruito bene, è divertente, è intelligente, ma soprattutto è vero. È un ritratto del mondo del cinema visto da dietro le quinte (così come la serie lo era stato della tv) che racconta gli attori e tutti gli addetti ai lavori, la loro filosofia, i loro (tanti) vizi e le loro (poche e ben nascoste) virtù. Ma a saperlo interpretare, Boris è anche di più: è uno stralcio di cultura e di modus vivendi del Belpaese. Non tutto, certo, ma quello che, forse, faremmo bene a correggere: le amicizie influenti, le raccomandazioni, gli stagisti malpagati, la finta meritocrazia, i politici opportunisti, i litri di sudore di chi lavora, che bagnano (ma non sciolgono) le strisce di cocaina di chi comanda. Eppure Boris non è un film moralista, o comunque lo è col sorriso sulle labbra. Un inno alla leggerezza, ecco cos’è Boris. Sui difetti ci gioca, quasi a dire che nonostante tutto anche in questa vita e in questa Italia ci si può divertire, con qualche pizzico sulla pancia ogni tanto e qualche sguardo oltre il dito, per scoprire che se l’indice è puntato al cielo è perché vuol spiegarci che ancora ci sono le stelle, se ci va di ammirarle.

Non so se gli sceneggiatori hanno pensato a tutto quanto ho detto finora, quando hanno scritto questo film e forse io, mi sono solo divertito a darne una liberissima interpretazione (per fortuna oltre a quello di giornalista, nemmeno il mestiere di critico cinematografico mi interessa). Sta di fatto, comunque, che dopo essere uscito dalla sala mi sentivo molto soddisfatto. Perché mi ero fatto una scorpacciata di "risate intelligenti" e checché se ne dica non è la stessa cosa di ridere davanti ad un cinepanettone (con tutto il rispetto dei cinepanettoni). Le risate intelligenti sono risate che accrescono la propria autostima perché nascondono un ragionamento (e qualche volta una provocazione) che – nel momento stesso in cui ridi – sei consapevole di aver capito. Un ragionamento buttato lì, così, senza troppi idealismi e senza quella maledetta abitudine di piangersi addosso.

Ho dimenticato di raccontare un po’ di particolari del film. Forse dovrei dirvi della trama che ruota intorno al tentativo di Renè Ferretti di fare un film colto, dovrei dirvi della colonna sonora, con la canzone finale di Elio e le Storie Tese, "Pensiero StuPESCE", che da sola vale (quasi) il prezzo del biglietto, dovrei dirvi della bravura degli sceneggiatori a passare dalla tv al cinema, rispettando le diversità di linguaggio e dei tempi del nuovo mezzo (il medium è messaggio, diceva a tal proposito, il guru della comunicazione Marshall McLuhan) e dovrei pure dirvi dell’ottima interpretazione degli attori, a partire da un Francesco Pannofino in grande spolvero (a dimostrare che fare il doppiatore gli stava decisamente stretto), fino a Pietro Sermonti (molto più in parte che in altre situazioni), passando per Alessandro Tiberi e Caterina Guzzanti (con le parti un po’ ridotte rispetto alla serie televisiva). Sì in effetti dovrei dirvi tutto questo e altro ancora, ma, come vi dicevo, non sono un critico cinematografico e se vi interessa saperne di più, forse è il caso che vi sbrighiate a comprare un biglietto per il cinema, prima che sia troppo tardi (di mestiere non faccio nemmeno il bagarino, sia chiaro). Dal primo aprile ad oggi gli incassi non hanno superato il milione di euro – non moltissimo di questi tempi, tra l’altro senza una concorrenza fortissima – e c’è da giurarci che il film non rimarrà ancora a lungo nelle sale. Peccato, perché quel pesciolino rosso, nell’acquario del cinema italiano, ci sta veramente bene. E Boris, è tutt'altro che un pesce d'Aprile.