28 novembre 2011

Tutto questo non è un film (FOTO)

Sono stato ad Auschwitz lo scorso week end. Uso il passato, ma sarebbe più giusto il presente, perché con la testa sono ancora lì. Fa uno strano effetto, Auschwitz. Disorienta. Ti rimpicciolisce. Ecco, ti rimpicciolisce, questo forse rende l’idea. E non me l’aspettavo. Non da me e non fino a questo punto. Il “luogo”, in fondo, già lo conoscevo, la “storia” pure, ho perso il conto di quanti film e documentari ho visto sull’argomento. Mi credevo un tantino più impermeabile a tutta questa suggestione. E invece stare lì, calpestare i dormitori dove venivano ammassate migliaia di persone, vedere con i miei occhi due tonnellate di capelli di donne, rasate dopo essere state uccise nelle camere a gas e in procinto di essere bruciate nei forni crematori e i loro pigiami e le valigie e gli occhiali – quei tipici occhiali “da ebreo” – e i pennelli da barba e le scarpe e le migliaia di barattoli che contenevano il cianuro e le lettere e i documenti con i quali venivano registrati per dare una parvenza di legalità e tutto il resto appresso, ha reso tutto ancora più vero. 

Basta chiudere per un secondo gli occhi, ad Auchwitz, per tornare indietro nel tempo. E poi li riapri ed è ancora tutto lì, tutto più vero del vero. E sai che tutto questo non è un film, non questa volta. Non vengono i titoli di coda a salvarti, non basta chiudere il libro. Non è un racconto di Primo Levi, non è Schinder’s list. Non è nemmeno Il pianista o Il bambino col pigiama a righe. Non c’è Benigni a consolarti. Lì dentro, l’alito dei soldati nazisti te lo senti addosso e nelle orecchie ti ronzano i lamenti dei deportati e vicino ai muri ti sembra di vedere ancora le sagome dei fucilati. E senti ancora il puzzo delle loro feci nelle latrine senza fogna, senti il rumore delle botte che ricevevano quando provavano ad andare in bagno fuori orario. E tutti quei film che hai visto e tutti quelle storie che hai letto non bastano a proteggerti, non ti preparano a tutto quello che vedi. Anzi ci mettono il resto vicino. Perché riprendono vita, tutti insieme. Si amplificano l’un, l’altro e ti esplodono nella testa. Forse un giorno ci ritornerò ad Auchwitz. O forse no. Ma quel posto mi rimarrà per sempre davanti agli occhi.

 

21 novembre 2011

10 cose di Londra (FOTO)

Me ne avevano dette tante su Londra, tutto e il contrario di tutto. Non sapevo cosa aspettarmi. Poi l'ho vista. E ho deciso di dire la mia. Ecco il mio personale – e forse insolito – racconto di Londra: 10 immagini che, per un motivo o per l’altro, mi hanno lasciato un segno

IL CINESE - ITALIANO 
A Londra, gli italiani sono d’esempio solo per la cucina. E così può succedere che un signorotto dagli occhi a mandorla, ti inviti a mangiare italiano nel suo ristorante. Ovviamente ho declinato l’invito e sono entrato in un supermercato a comprare pane e Philadelphia. Ma la puzza di quel ristorante ancora mi ronza nel naso. 

LA COMMESSA CON IL VELO 
Islamica, jeans, scarpette e polo rossa e con il velo a coprirgli capo e guance. Faceva la commessa per Hamleys, il negozio di giocattoli più famoso di Londra. Tipico esempio di quella multi-etnicità londinese, dalla quale faremmo bene a prendere esempio. Con buona pace di chi, con le altre razze, proprio non ci… lega. 


IL BAGNO DEI PUFFI 
Mi avevano avvisato che a Londra i bagni degli hotel sono piccoli, ma non pensavo fino a questo punto. Un intero bagno, grande più o meno come un box doccia. A confronto, i bagni dei treni sono saloni per le feste. E poi qualcuno mi spieghi perché tanti paesi del mondo rinunciano così a cuor leggero alla sana (e igienica) funzione del bidet. 

LO SCOIATTOLO AMICO 
Di scoiattoli a Londra ce ne sono tanti, quasi come cozze sugli scogli. Li trovi ovunque. Uno di questi, a St James Park, mi si è avvicinato con una nocciolina tra le zampe. Pareva sorridesse. E altrettanto cortesi con me sono stati i corvi della Torre di Londra e le anatre di Hyde Park. Mi sa che, in quanto ad ospitalità, i londinesi hanno parecchio da imparare dai loro animali. 

IL DISCO-BARBIERE 
Un negozio di abbigliamento, a Carnaby Street, con al centro un disk-jockey e in vetrina un barbiere (vero) in azione. E poco più avanti, nello store di Tommy Hilfiger, il proprietario offriva birra a tutti quelli che entravano, anche solo per dare un’occhiata. Non c’è sfida, in fatto di marketing, a Londra sono decisamente avanti. 

LA FELPA “I LOVE LONDON” 
Me la sogno anche la notte quella felpa, era dappertutto. Ed era orribile. Di manifattura cinese, come il resto dei souvenir – tutti uguali, tutti scadenti, tutti decisamente brutti – che vendevano a Londra. Gli stessi che si possono trovare – con nomi di città differenti – nel resto del mondo. Comincio ad avere una vaga idea di cosa sia la globalizzazione. 

LA SCALA EGIZIANA 
Sei piani di lusso collegati da una sfarzosa (e decisamente pacchiana) scalinata in stile egizio con tanto di sfinge che troneggia all’ultimo piano. Tutto questo (e pure di più) si può trovare da Harrods, i grandi magazzini sulla Brompton Road. Al piano terra, poi, un opera commemorativa (di dubbio gusto stilistico) omaggia Lady Diana e il suo ultimo compagno Dodi Al Fayed, figlio di Mohammed, fondatore dei magazzini. Che avrà pure tanti soldi, ma in fatto di stile non è certo il numero uno. 

IL CHITARRISTA UNDERGROUND 
Un ragazzo che suonava la chitarra e cantava sotto la metropolita. Da Dio. Un vero talento underground (è proprio il caso di dirlo) nascosto nei meandri di quella metropolitana così osannata dai Londinesi e dai turisti. Spero che un giorno si trovi a passare un discografico da quelle parti. Quel ragazzo merita decisamente di emergere. 

LA  SENTINELLA SOLITARIA
Una sentinella con un ridicolo copricapo che marciava avanti e indietro nel cortile di Buckingham Palace. Chissà se sentiva freddo, chissà cosa pensava, chissà se soffriva di solitudine. E chissà se è sposato, se ha figli, se da piccolo sognava questa vita. Chissà se crede nella famiglia reale. Chissà che idea si sarà fatto di me che, da fuori il cancello del palazzo, non gli toglievo gli occhi di dosso. 

LA SCARPA GIGANTE
È la prima cosa che ho notato a Camden Town. Una Converse gialla, gigante, che campeggiava su un muro, ad indicare che lì sotto c’era un negozio di scarpe. E poi più avanti, a mo’ di insegna, oggetti di ogni tipo a dimensioni cubitali. Sotto, in strada bancarelle variegate e gente folkloristica che le visitava. Sono stato nella ‘mmuina di Camden town dopo aver attraversato la maestosità di Westminster, l’eleganza di Notting Hill, la quiete di Hyde park, la regalità di Buckingham Palace, la frenesia di Piccadilly Circus, lo sfarzo di Harrods, la mondanità di Carnaby, l'eccletticità di Covent Garden, l’esuberanza cromatica di Portobello. E alla fine ho capito perché, di Londra, ognuno dice una cosa diversa. 

La scala egiziana di Harrods
Il disco-barbiere di Carnaby street
La sentinella di Buckingham Palace
Gente in attesa del cambio della guardia (Buckingham Palace)
Notting Hill
Covent Garden
Harrods shop
Camden Town
Portobello Road
Metro a Piccadilly Circus
Hyde Park alle 9 del mattino
Corvo nella Torre di Londra
Anatra a Hyde Park
Scoiattolo con nocciolina a St. James Park

27 ottobre 2011

Afragola, striscia l'ingiustizia

Afragola, ore 18 e 30. Ultimo Mercoledì di Ottobre. 
Una leggera pioggerellina bagna le strade della città. 
Un uomo si avvicina ad un vigilante, addetto al controllo della sosta sulle strisce blu:
- Scusate, ma la mia macchina può stare lì? Mi fate la multa?
 - Dove la tenete la macchina?
 - Sulle strisce pedonali
 - Non vi preoccupate, là può stare, non ve la posso fare la multa
 No, non è una battuta. E non è nemmeno l’inizio di un romanzo. È tutto vero. È successo ieri, l’ho sentito con le mie orecchie. Io, ovviamente, non ero il signore furbo che parcheggiava gratis sulle strisce pedonali, ma il ragazzo "scemo" che sostava a pagamento sulle strisce blu. Il problema è che il vigilante non aveva torto. Non è mica un vigile urbano, lui. È autorizzato a multare solo le auto che sostano sulle strisce blu senza grattino o con il grattino scaduto. Del resto non gli importa. Crollasse il mondo per lui esistono solo le strisce blu. 

Chi conosce il mio blog, sa che non parlo troppo spesso della “mia” Afragola. E sa pure che non amo questo tipo di argomenti. Ma da quando ad Afragola ci sono le strisce blu succedono cose inverosimili. Tutto è cominciato qualche settimana fa: l’amministrazione decide di istituire i parcheggi a pagamento in alcune zone della città e una buona fetta di abitanti comincia a lamentarsi. Afragola non è Napoli o Caserta, non è frequentata da turisti o visitatori e chi gira in auto lo fa, perlopiù, per qualche commissione. Magari per andare a trovare la nonna. E di pagare per la sosta proprio non ne vuole sapere. 

Io, inizialmente, mi sono interessato poco alla questione e comunque non mi sembrava ci fossero i presupposti per scriverci un articolo. Poi, a farmi cambiare idea ci ha pensato la foto che vedete qui sopra. L’ho scattata ieri mattina al cimitero di Afragola. Inizialmente era stato deciso che la sosta in quella zona dovesse essere a pagamento solo il Sabato, la Domenica e i giorni festivi e solo fino alle 13.00. Scelta già di suo discutibile, considerando il luogo. Ma non finisce qui. Per sfruttare al massimo la forte affluenza al cimitero, in questa settimana precedente al giorno dei morti, la sosta a pagamento è stata estesa, di punto in bianco, a tutti i giorni della settimana e fino alle 15.00. Come se non bastasse poi, anziché sostituire il relativo segnale stradale, si è pensato bene di correggerlo a penna. 

Ammetto che se questa cosa fosse successa altrove, non ci avrei dato tutto questo peso, ma il fatto che sia avvenuta proprio fuori ad un cimitero mi ha indignato parecchio. Anzi, direi che mi ha fatto proprio incazzare. Speculare sulla morte e sul dolore della gente è orripilante, totalmente inaccettabile e privo di giustificazioni. 

Certo, un segnale stradale di questo tipo, corretto in questo modo, probabilmente non è a norma di legge, così come – probabilmente – non sono a norma le strisce blu lungo il viale che porta al cimitero, visto che restringono la carreggiata destinata alla percorrenza della auto, ma – ahinoi – fare ricorso non è la soluzione giusta, visto che avrebbe un costo uguale (se non superiore) alla contravvenzione stessa e servirebbe tuttalpiù alla propria gloria e non certo alle ragioni del portafogli. Sempre che il ricorso venga accolto e non ci si ritrovi “cornuti e mazziati” 

Questo è quanto. Perdonatemi se per una volta ho trasgredito ai toni ironici ai quali questo blog vi aveva abituati. Consideratela l’eccezione che conferma la regola. Da domani tornerò a parlare d’altro. A quelli tra voi che abitano ad Afragola dico solo di continuare a NON parcheggiare sulle strisce pedonali. E di continuare ad andare al cimitero. Sarete sempre e comunque migliori di chi prova a sentirsi più furbo di voi. 






24 ottobre 2011

È tutta colpa di Bossi

RECALCITRANTE, ABOMINEVOLE, INTREPIDO, MALFATTORE, SEDIZIONE, CARISMATICO, VISIBILIO: tenete bene a mente queste parole, perché tra qualche tempo potrebbero non esserci più. Sono "parole-panda", parole a rischio d’estinzione. O almeno così la pensano quelli dello Zingarelli che nel vocabolario 2012, hanno segnato queste voci con un fiorellino, per incentivarne l’uso ed evitarne la scomparsa. In compenso, però, sono in arrivo tante nuove parole. Ne cito qualcuna in ordine sparso: CELODURISMO, MILLEPROROGHE, WEBSURFING, VIRALITÀ, DIGITAL DIVIDE, VELINISMO, SCRAUSO, ECOAUTO, TECNOSTRESS, ANTI-VELO, BIOTESTAMENTO, INFOGRAFICA, GEOLOCALIZZAZIONE, FIGHETTISMO, FARE SQUADRA.

Ho letto questa notizia qualche giorno fa, ma finora avevo evitato di parlarne. Volevo prima rifletterci un po’. Non sono di quelli che condannano il nuovo per partito preso, anzi. So bene che queste nuove parole sono figlie del presente e come tali necessarie a raccontare la società di oggi. Tuttavia l’idea di rinunciare a parole usate da Cesare Pavese e Italo Calvino, da Eugenio Montale e Luigi Pirandello, per fare spazio a una parola come CELODURISMO, nata grazie a Umberto Bossi, un po’ mi sta sulle scatole. Ecco: è tutta colpa di Bossi. È per colpa sua che ho preso così male questo ricambio lessicale.  E non è una questione linguistica, è proprio una questione politica. Io, Bossi non lo sopporto. Sono RECALCITRANTE al CELODURISMO. Trovo ABOMINEVOLE il modo di FARE SQUADRA dei leghisti. Non so se rendo l’idea. 

Tornando, invece, alle nuove parole, siano le benvenute. Un'opportunità in più per noi che scriviamo. A patto, però, che ci lascino le vecchie. Potrebbero ancora servirci. Anche perché, in giro per l’Italia, al Nord come al Sud, oltre ai sostenitori del CELODURISMO, ci sono milioni e milioni di cittadini che ritengono Bossi poco meno che un MALFATTORE e che di lui, come di tanti altri sui colleghi, farebbero volentieri a meno. Magari per lasciar spazio a gente nuova, a qualcuno di veramente CARISMATICO, che non si limiti a mandare in VISIBILIO le folle, ma che sappia essere utile per questo paese un po’ allo sbando. Basta crederci. Per loro, per me, per voi non è detta l’ultima parola.

21 ottobre 2011

Sic transit gloria mundi

Sic transit gloria mundi, così passa la gloria nel mondo. Per una volta sono d’accordo con il nostro Presidente del Consiglio, che ha commentato così l’uccisione del dittatore libico, suo ex amico, giustiziato in pubblica piazza dal suo popolo. Una morte tanto atroce, quanto sfarzosa e lussuriosa era stata la sua dittatura.

Sic transit gloria mundi, dunque. Oppure: tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, che, in fondo, va bene uguale, se non fosse che il Latino fa più chic in questi casi. E viene da chiedersi se Berlusconi, davvero pensasse a Gheddafi, mentre lo diceva o magari, in cuor suo, rimuginava sulla sua crisi personale e politica, sulle inchieste della magistratura, sulle polemiche per le escort a Palazzo Grazioli e tutto il resto che ne può venire appresso. 

Ma per un Gheddafi (e forse un Berlusconi) che la gloria la perde c’è un Gabriel Nicolini che la gloria la conquista, tutta d’un colpo. E qui, me ne rendo conto, serve una spiegazione. Gabriel ha 2 giorni di vita ed è il figlio di Claudia Losito e Remo Nicolini. Lui, Remo era il compagno, nientemeno che di Guendalina Tavassi, ex concorrente dell’ultimo Grande Fratello. Remo salì alla ribalta perché, mentre Guendalina era nella casa, lui annunciò di essere innamorato di un’altra. È così che il mondo dello spettacolo ebbe il privilegio di accogliere in seno Claudia. E a distanza di qualche tempo da allora, ecco che Claudia mette al mondo Gabriel. 

Fin qui niente di nuovo, penserete, se non fosse per il fatto che Barbara D’Urso ha pensato bene di renderci partecipi di questo momento storico, mandando le telecamere del suo programma, Pomeriggio 5, al Santo Spirito di Roma, per riprendere in diretta il parto (cesareo, per la cronaca) di Claudia. Un momento di televisione verità che qualcuno, chissà perché, ha osato criticare. Pare che gli operatori e le telecamere del programma abbiano mandato in tilt l’ospedale, creando disagio agli altri degenti. Come se davvero la salute di un malato potesse valere un momento di televisione di siffatta importanza. 

Per fortuna, però: sic transit gloria mundi. E questo, prima o poi, lo diremo anche di Claudia e di Remo, immeritati destinatari di questa effimera fetta di gloria. In quanto a te, piccolo Gabriel, innocente creatura indifesa, non ti resta che avere un po’ di pazienza. Sic transit gloria mundi, ricordalo quando ti farai grande. Per adesso stringi le gengive e spera che la gloria dei tuoi genitori transiti velocemente.

20 ottobre 2011

Quei maledetti specializzandi

Se ti capita di andare in ospedale per un banale intervento chirurgico e appena arrivato, rimani bloccato in ascensore un quarto d'ora, devi avere il coraggio di dire a te stesso: “guagliò, lascia perdere, non è giornata, meglio che te ne torni a casa.” Ma io evidentemente non sono granché coraggioso, perché l’altro giorno, mentre condividevo con altre 12 pesone una cella d’ascensore, ferma tra il secondo e il terzo piano di un ospedale napoletano, invece di pensare a come tornarmene a casa, ho guardato l’orologio e ho pensato: “speriamo che ci vengono ad aprire presto, tra poco mi devo operare.” 

Perciò tutto quello che è successo me lo sono meritato. Tanto per cominciare resto fuori dal reparto a bussare venti minuti. Da dentro fanno finta di non sentire, non vogliono farmi entrare, manco ci fosse il Luna Park lì dentro. Poi dopo un po’ arriva un’infermiera formato-mongolfiera che mi fa un cazziatone bello e buono, dice che mi stanno aspettando da non so quanto tempo, loro a me.. vabbè, lascio perdere e vado oltre. Mi viene subito incontro un medico che pare un mezzo filosofo. Invece di guardare me, guarda il soffitto. Mi porta in una stanza dove ci stanno un’altra dozzina di medici. Parlano così forte che invece del campanello, ai malati per farsi sentire ci vuole la campana di una chiesa. Il medico mi dice che gli serve assolutamente non so quale carta. Non ce l’ho, dico. Non fa niente, risponde. Questo non sta ben con la testa, penso. Poi arriva una telefonata dalla sala operatoria. Chiedono di me, devo scendere. Mi guardo. Nell’ordine ho addosso: polo rossa Sergio Tacchini, jeans un po’ consumato sulle ginocchia, Superga ex bianche, ormai gialle. Mi rendo conto che non posso scendere così in sala operatoria, ma la stanza per me ancora non c’è. Mi spoglio in piedi in medicheria, lascio la borsa ad un tizio che si trova a passare di lì e scendo in sala operatoria a piedi (meglio evitare l’ascensore). Sotto il camice lascio il boxer, per sicurezza. 

Arrivo in sala operatoria. Ci sono 20 persone dentro: medici, infermieri e specializzandi. Tanti specializzandi. Una marea di specializzandi. Pare un simposio di specializzandi. Mi guardano tutti. Sembrano garzoni di macelleria davanti ad un filetto di vitello: “prima o poi sarai mio”. Mi siedo sul lettino, mi faccio fare l’anestesia da una specializzanda che con la siringa in mano pare Re Artù che sta per infilare la spada nella roccia, poi mi sdraio e non sento più le gambe. L’intervento dura un’ora. Davanti a me mettono un telo verde per non farmi vedere niente. Fortuna che dimenticano di tapparmi le orecchie e sento tutto. Il dottore, quel figlio di buona mamma, parla soltanto. Sono gli specializzandi che mi mettono le mani addosso. Ad un certo punto si accorgono che manca un medicinale e tutti giù a ridere. Manca un medicinale e loro ridono, maledetti specializzandi. 

L’intervento finisce, mi riportano su. Adesso ho una stanza. Piccola, ma ce l’ho. Sporca, ma ce l’ho. Scomoda, ma ce l’ho. Era meglio che mi lasciavano in corridoio, perdindirindina (dovrei dire cazzo, ma non mi piacciono le parolacce). La mia fidanzata mi fa compagnia fino a sera, poverina. Le racconto almeno dieci volte quello che mi è successo: la stanza che non c’era, gli specializzandi, l’anestesia, eccetera, eccetera. Mi sento una vittima della malasanità. Penso che i giornali dovrebbero intervistarmi per raccontare il mio caso. Vuoi vedere che è la volta buona che divento famoso? 

Quando Valeria, la mia fidanzata se ne va, ne approfitto per parlare con i miei compagni di stanza. Quasi non c’avevo fatto caso, fino a quel momento, che c’erano pure loro. Mi faccio raccontare le loro storie. Peppe ha 28 anni e ha scoperto di avere un tumore. Ciro ha 23 anni e ha scoperto di essere nato con un rene solo. L’ha scoperto adesso, per caso. Non lo sapeva. Teneva un rene solo e non lo sapeva. La mattina dopo mi dimettono, uscendo do un’occhiata a Ciro e Peppe. Ripenso a quando sono uscito dalla sala operatoria, a quando pensavo che succedessero tutte a me. E capisco. Nessun giornale mi chiamerà per intervistarmi. Ma se proprio dovessero farlo, di certo parlerò di loro, parlerò di Ciro e di Peppe. E di quei maledetti specializzandi.

19 ottobre 2011

This must be the place. O no?

Lo dico subito a scanso di equivoci: ancora non ho deciso se mi è piaciuto l’ultimo film di Sorrentino. Ci sto pensando. L’ho visto ieri sera e ancora ci sto pensando. E credo che ci penserò almeno tutto oggi, prima di sbilanciarmi in un giudizio. Ho fatto un po’ di zapping sul web per leggere le recensioni di chi di cinema ne capisce più di me, e ho trovato pareri molto discordi. La verità è che questo film sconcerta, suscita sensazioni ambigue. Forse andrò a rivederlo This must be the place, così magari capisco se mi è piaciuto, oppure no. 

Per chi non l’avesse visto e non vuole sentirsi escluso da questa discussione, This must be the place racconta la storia di Cheyenne (personaggio interpretato da Sean Penn), ex rockstar tutto rossetto e capelli cotonati, (ma con una moglie) alle prese con una crisi depressiva di mezza età. Cheyenne, spinto anche dalla morte del padre e dal peso di quel rapporto irrisolto, decide di partire. Un viaggio alla ricerca di sé stesso e non solo, con una metà precisa e qualche tappa intermedia imprevista. Certi aspetti del film sono ineccepibilmente belli: l’interpretazione di Sean Penn è a dir poco superlativa e il suo personaggio è di quelli che il cinema non ci offre tutti i giorni. La fotografia, poi - così curata - è merce rara di questi tempi: ogni inquadratura è studiata nel minimo dettaglio e i movimenti di macchina non sono mai quelli che ti aspetti. Ma può bastare tutto questo a fare un grande film? Probabilmente no. Senza contare che le aspettative di critica e spettatori erano altissime. 

Prima di andare al cinema ho ascoltato in tv il commento al film di Anselma Dell’Olio, a Cinematografo su Rai Uno, che – senza parlare né troppo bene, né troppo male del film – diceva più o meno così: “in This must be the place il tutto non è maggiore della somma delle singole parti.” Lì per lì non ho capito cosa volesse dire veramente, poi vedendo il film mi sono reso conto di quanto avesse ragione. Il film di Sorrentino ruota tutto intorno al personaggio di Cheyenne e ci ruota così tanto e così vorticosamente che qualche volta perde la bussola, non capisce più dove sta andando. Anche i dialoghi spesso sono troppo ostentati, più funzionali all’esaltazione momentanea del personaggio che non al suo percorso complessivo. Il film ha dei momenti sensazionali, sorprendenti e suggestivi, che scatenano lacrime e sorrisi in rapida successione, ma tra tutti questi momenti non sempre c’è il necessario raccordo. La storia è vampirizzata dal personaggio e tutto quello che Cheyenne fa è sempre e comunque meno importante di quello che Cheyenne è. E non ce la si può di certo cavare dicendo che è un film introspettivo. Un film è "grande" quando l’introspezione arriva fuori, detta il percorso, crea attenzione e – perché no – suspense nello spettatore. 

This must be the place, in sintesi, è un’occasione sprecata. L’occasione per Sorrentino di entrare nella storia del cinema italiano e mondiale. Resta comunque un bel film, che vale la pena vedere, che non disturba, che suscita qualche piacevole suggestione e interessanti riflessioni. Per Sorrentino, invece, c'è tutto il tempo (e tutto il talento) per conquistare, un giorno non troppo lontano, un posto nell’Olimpo del cinema.

17 ottobre 2011

L'uomo più felice del mondo

Eccolo, il mio secondo blog. Decisamente troppo per me. Già ho fatto fatica a mettere insieme una piccolissima schiera di fedelissimi che mi leggesse e adesso, con questo trasferimento da una parte all'altra del web, rischio di perdere anche quelli. Ma è un rischio che devo correre. Anche perchè questo non è a tutti gli effetti un secondo blog, è solo l'evoluzione del primo, con un indirizzo web più logico e memorizzabile (nicolazanfardino.blogspot.com), un nome che più mi rappresenta (nicolazanfardinoblog) e una grafica un po' più consona al mezzo. In più ci ho aggiunto due pagine (le vedete su, appena sotto il nome del blog) con una breve presentazione personale e il mio curriculum professionale. Lo stile e i contenuti, invece, rimarranno più o meno gli stessi. Tutti i vecchi articoli li trovate di seguito, non ne manca nessuno. Parlerò di società, di costume, di nuove tendenze, di politica, di sport e di qualunque cosa (lecita) mi passi per la testa. Lo farò, se mi riuscirà, con quella sana dose di ironia che non guasta mai e qualche volta aiuta a capire meglio le cose. Mi piacerebbe, però, se questa mia seconda vita sul web fosse un po' più interattiva. Insomma vorrei collaborare con voi, ascoltare i vostri suggerimenti, affrontare argomenti che vi aggradano e se vorrete, anche cedervi un po' di spazio su questo "umile" blog, dove poter dire la vostra. Io, nel frattempo che si realizzi tutto questo, scrivo. Pechè mi piace e perchè secondo qualcuno c'è la probabilità che mi riesca benino. E se voi mi leggerete, allora sì che sarò l'uomo più felice del mondo.


13 ottobre 2011

Iena ridens

Tocca a lei adesso, tocca ad Ilary Blasi traghettare le Iene in questo nuovo corso. È lei il Virgilio per i nuovi arrivati: Enrico Brignano e Luca Argentero. Un trio inedito, che dopo le prime due puntate ancora non sembra al top. 

Luca viene dal cinema. In tv (Grande Fratello a parte) si è limitato alla fiction, la conduzione è un terreno nuovo e inesplorato per lui. Ma gli conviene abituarsi in fretta: troppo forzata e troppo macchinosa è apparsa finora la sua conduzione per conquistare un pubblico spontaneo e un po’ cazzeggione (nel senso buono, s’intende) come quello de Le Iene. 

Enrico, invece, è un solista, un mattatore da palcoscenico, uno che brilla di luce propria. E qualche volta sembra che gli manchi l’aria con quegli altri due al fianco. Luca e Ilary arrancano per stargli dietro, per inserirsi al meglio nelle sue pause. Ma così facendo allungano i tempi di costruzione delle battute, che crescono, crescono, ma sembrano non arrivare mai. E quando finalmente arrivano hanno perso il mordente iniziale. 

E Infine, lei, la Totti-girl, che lentamente prova a metabolizzare il cambiamento. Ilary, diciamola tutta, è un pizzico al di sotto di chi l'ha preceduta. Non ha la verve e la grinta della Ventura. E nemmeno il carisma e la dolcezza della Marcuzzi (la Chiabotto fingo di dimenticarla). Eppure con Luca e Paolo ci stava proprio bene, perché sapeva farsi mettere in mezzo. E gli altri due ci andavano a nozze.

E adesso, invece, tutto è cambiato: Luca Argentero è il bello che tutte le donne vorrebbero rincorrere e tra lui e Brignano c’è un mondo – estetico, intellettuale e artistico – di differenze da colmare. Ma non è detta l’ultima parola. Non per quei tre che già in passato hanno saputo sorprendere tutti, per la facilità con la quale si sono scrollati di dosso le vecchie etichette. E adesso si ritrovano l’uno di fianco all’altro: l’ex letterina, l’ex concorrente di reality e l’ex barzellettiere. Ilary, Luca ed Enrico, tutti e tre insieme, alla conquista della prima serata.

Infine una nota sugli ascolti. La seconda puntata ha fatto il 15% di share, un risultato assolutamente in media con il passato. A testimonianza del fatto che Le Iene sanno prescindere da chi le conduce. È
un format vincente e ciò che interessa alla gente sono le inchieste, le interviste, l’irriverenza, la simpatia e la voglia di verità che il programma incarna da quando è nato. E se proprio Luca, Enrico e Ilary non saranno all’altezza, beh, in qualche modo ce ne faremo una ragione.

5 ottobre 2011

A mia nonna piace Facebook

Ebbene sì, pure mia nonna l’ha detto: feisbbùcc. L’ha pronunciato proprio così, con la s dolce, la doppia b, l’accento sulla u e una doppia c finale, così marcata, da lasciar vibrare le corde vocali per diversi secondi.

È successo l’altro giorno, in maniera del tutto imprevedibile. Mia nonna, in cucina, stava raccontando a mia mamma le vicissitudini del nostro vecchio parroco che, trasferito ingiustamente in altra sede, si è industriato per mantenersi in contatto con i propri parrocchiani. Proprio attraverso facebook. Anzi: feisbbùcc.

L’ha detto con nonchalance, mia nonna, con sorprendente padronanza dell’argomento. E con la disinvoltura di chi sta parlando di una cosa familiare. Feisbbùcc, dunque, e non, semplicemente, ‘o compiutèr, oppure ‘ncopp a internèt. No. Ha proprio detto feisbbùcc. Ma perché facebook piace alle nonne? Mentre ascoltavo mia nonna, me lo sono chiesto anche io e, forse, ho pure trovato una risposta.

Facebook è il regno dell’inciucio, è un'accogliente casa comune all’interno della quale tutti sanno tutto di tutti gli altri, un’immensa agorà dove si può spettegolare liberamente, gioire per le soddisfazioni degli altri o gufare contro i loro successi. Facebook, a dirla tutta, è la versione moderna del vecchio paesello, in cui bastava fare un giro in piazza, prendere un caffè al bar del centro o semplicemente farsi un taglio e una permanente dal parrucchiere giusto per tornarsene a casa con una abbondante dose di notizie e informazioni, utili e inutili, da distribuire ai posteri.

Facebook, non solo ha replicato questa dimensione, ma l’ha estesa su ampio raggio, con la comodità, per giunta, di non dover nemmeno uscire di casa, di non dover indagare, di non doversi esporre. Basta stare lì, collegati, e aspettare che le cose, belle e brutte, succedano. Da sole, o quasi.

Facebook è come la riva del fiume lungo la quale ci si può accomodare in attesa che passi il cadavere del nemico, ma è anche un rassicurante braciere domestico attorno al quale raccogliere chiacchiere e pensieri. Facebook è il futuro, certo, ma, in fondo, è pure il passato. Per questo piace tanto alle nonne.

La facile condivisione
delle informazioni (il cosiddetto inciucio) è una pratica familiare più a loro – le nonne – che a noi, giovani ventenni o trentenni, cresciuti sotto il vessillo di una privacy tanto ostentata, quanto, nei fatti, inattuabile. Ma non è tutto. Grazie a Facebook ci si ricorda sempre di compleanni e onomastici, si inviano messaggi di circostanza che somigliano un po’ alle visite di cortesia che si facevano un tempo. E ancora: su facebook si torna ad essere – e a definirsi – fidanzati ufficialmente, come ormai non accadeva più.

Senza dimenticare che su feisbbùcc ci sono pure le foto. E le foto, alle nonne, piacciono. Parecchio. È un po’ come tornare a sfogliare i vecchi album cartacei con le foto dei nipotini. Quegli stessi album che, prima del digitale, imperversano sulle tavole domenicali ogni fine pasto.

Ammetto che l’idea di generazioni, cronologicamente distanti tra loro, ma capaci di riscoprirsi intellettualmente (si fa per dire) così vicine, è piuttosto rassicurante. Eppure, c’è un pensiero che mi inquieta: svegliarmi una mattina e trovare mia nonna, taggata su facebook. Questo no. Una circostanza del genere non credo di poterla sostenere. Ma tutto sommato, la mia, è solo una paura ingiustificata. Mia nonna non si iscriverà mai a Facebook. O no?

29 settembre 2011

Siamo uomini o giornalisti?

Si dice che un buon giornalista sia quello capace di arrivare sulla notizia prima degli altri. E magari di trovarsi sul posto in cui il “fatto” avviene prima che sia troppo tardi, così da dare informazioni sull’accaduto sulla base di ciò che ha visto e non solo di quello che gli è stato raccontato. I propri occhi e le proprie orecchie, insomma, prima di qualsiasi fonte o testimone. Questione di talento, ovviamente, di intuito, di esperienza. E qualche volta di fortuna. Perché capita che sul “fatto” ci si trovi non per scelta, ma per una mera e pura coincidenza.

Così è successo a me, ieri, quando, uscito dall’asse mediano ad Afragola, mi sono ritrovato nel bel mezzo di una guerriglia urbana che stava per nascere. Il tutto è accaduto nel Rione Salicelle, quartiere degradato sito, appunto, all’uscita di Afragola (provincia nord di Napoli) dell’asse mediano. Qui, ormai da anni, centinaia di famiglie – perlopiù di origine napoletana e rimaste senza casa dopo il terremoto del 1980 – occupano abusivamente le case popolari. Motivo per il quale sono stati disposti alcuni sfratti che proprio in questi giorni avrebbero dovuto avere inizio. Ma, poi, ci si è messo di mezzo l’intero quartiere che ha bloccato le strade con i copertoni, ha bruciato cassonetti e rifiuti per strada, ha attaccato gli agenti di polizia con bottiglie e altri oggetti contundenti. Lì in mezzo, prima che tutto degenerasse, c’ero anche io.

Erano le 16.30 circa, non c’erano ancora le forze dell’ordine, non c’erano scontri, non c’erano fiamme e lacrimogeni, non c’erano oggetti che volavano per aria, non c’erano ancora stati i due arresti ai due presunti promotori della guerriglia. C’era solo caos, tanto caos. E centinaia di persone in balia degli eventi. Ho visto donne e bambini scendere per strada, senza sapere dove stavano andando e a far cosa. Ho visto uomini assurgersi a capi popolo, senza sapere veramente quali ordini dare e a chi. Ho visto passanti – in auto – che velocemente facevano inversione di marcia e con la coda dell’occhio seguivano i protestanti, senza sapere se valesse la pena, starsene a guardare o lasciarsi sopraffare dalla paura. Prima è stata bloccata la strada che dall’uscita dell’asse mediano portava verso il centro del paese, poi, mentre tutti tornavamo indietro, provando a riprendere l’asse mediano (l’unica via di fuga rimasta disponibile), alcune persone hanno cominciato a tirare fuori dei copertoni per bloccare anche quella strada. Non era chiaro cosa stesse succedendo. Non lo era per noi passanti. Probabilmente non lo era nemmeno per loro che protestavano. Quando ho capito che la curiosità non era un motivo valido per rimanermene lì, a fare comunella con una massa inferocita e irrazionale, già c’erano decine di copertoni davanti a me. Li ho dribblati, con una prontezza di riflessi che non pensavo di avere e ho ripreso l’asse mediano, fino alla prima uscita utile. Non ne sono sicuro, ma credo di essere stata l’ultima macchina riuscita a passare. Poi il caos.

Nel giro di un’ora la zona è stata bloccata, sono arrivate le camionette della polizia, tutto l’asse mediano era, di fatto, paralizzato. Quattro ore di guerriglia bella e buona, che si è placata solo quando è arrivata notizia che gli sfratti sarebbero stati rimandati a data da destinarsi. Un intero quartiere sceso in massa per strada, a sostegno di vicini e dirimpettai. Non che si trattasse di semplice cortesia, dettata dalle regole del buon vicinato, sia chiaro. Il fatto è che lì in quel quartiere di abusivi ce ne sono tanti, tantissimi. Gente, quasi sempre, di un livello culturale non troppo alto, eppure dotata di un insospettabile acume, quando in ballo ci sono i propri interessi. Merito o colpa di un’educazione acquisita per strada, più che sui banchi di scuola, figlia di una povertà irreversibile, con il suo bagaglio di regole e vizi, con le sue norme comportamentali e i suoi cliché, spesso incomprensibili per chi quegli stessi mondi non li vive e condivide. In quel rione, esempio tangibile di tutto ciò, mai nessuno è stato sfrattato. Ormai da 30 anni. E guai a permettere che si cominci. Sarebbe un precedente troppo pericoloso per tutti gli altri che abusivamente ci abitano. Potrebbe essere un stimolo per istituzioni e forze dell’ordine a continuare, a completare l’opera di pulizia. E invece no, c’è da far intendere, chiaro e tondo, che il gioco non vale la candela, che è meglio desistere. Per questo, seppure a malincuore, sento di dover definire quei comportamenti sapienti. Sapienti perché funzionali al (loro) obiettivo finale.

A queste conclusioni ci sono arrivato ieri, mentre repentinamente provavo a tirare fuori me e la mia macchina nuova dalla genesi di un inferno. E ci sono arrivato perché in quel momento non ero un giornalista. O almeno non soltanto. Ero un uomo in mezzo ad altri uomini. E - al di là del talento e dell’intuito che potrei anche non avere - è questo il vero segreto per raccontare il mondo. O no?

16 settembre 2011

E tu che tifoso sei?

In Italia, si sa, il calcio è come una religione. E il tifo è quasi una professione, perché richiede dedizione, impegno e competenza. Insomma non si diventa mai tifosi per caso. Tantomeno per costrizione. Ma guai a pensare che i tifosi sono tutti uguali. Ognuno ha il suo modo di fare il tifo, di esultare, di guardare la partita. Per questo ho provato a dividere i tifosi in 8 categorie, che si differenziano per stile, regole e obiettivi. A ognuno il suo. E tu che tifoso sei?

TIFOSO POLTRONA
È detto pure TIFOSO PAY TV. Si riconosce dall’aspetto fisico, per metà uomo e metà divano. Caratteristica è la conformazione del bacino, modellata dalle pieghe del divano, tale da conferirgli un movimento basculante, che gli impedisce di stare seduto su una sedia. Il tifoso poltrona segue in televisione almeno 50 partite al mese, per lo più da solo, tra campionati e coppe, italiane, europee e intercontinentali. Si distingue per la capacità di produrre almeno 3 rutti con un solo sorso di birra e non disdegna qualsiasi altro sport trasmesso in televisione. È una categoria in grande crescita, evolutasi prepotentemente nell’ultimo decennio con il fiorire delle tv a pagamento. Mediaset e Sky hanno deciso di istituire una raccolta fondi per evitare l’estinzione della specie.

TIFOSO COMITIVA
È detto pure TIFOSO SCROCCONE. Si riconosce per la rotondità del fisico, determinata dall’enorme quantità di pizza, birra e panini, consumati in compagnia durante le partite. Notevole la sua capacità di urlare a squarciagola per un goal della propria squadra del cuore, senza farsi cadere di bocca, l’intera salsiccia in corso di masticazione. In grado di ingurgitare fino a 10.000 calorie per partita, si distingue, tra le altre cose, per l’accurata attenzione ad evitare qualsivoglia tipo di abbonamento tv (anche a prezzi vantaggiosi), dirimendosi in una accurata opera di scrocco a casa di amici e conoscenti. Non ha grandi competenze in materia calcistica ed è pronto a tifare per una squadra diversa, in cambio di un panino con la porchetta, purché debitamente condito con ketchup, maionese e senape.

TIFOSO GUERRIERO
Detto pure TIFOSO ALL’ULTIMO… STADIO. Si riconosce per il roboante timbro di voce, per la fedina penale così lunga da non poter essere trascritta su un rotolone gigante di carta igienica e per la collezione di coltellacci e spranghe che gelosamente conserva in camera da letto (al posto del corredo di lenzuola della moglie, ormai interamente utilizzato per fare striscioni da stadio). Notevole la sua capacità di seguire intere partite, senza guardare il campo. Per favorire la continuazione della specie, i sempre meno esemplari di tifoso guerriero, addestrano accuratamente i propri figli, svegliandoli al mattino con un megafono, incitandoli a fare la pipì con cori e bandiere, costringendoli a guardare cartoni animati violenti (ovviamente di spalle al televisore) e sostituendogli i lacci delle scarpe con piccole catene di ferro, per fargli prendere confidenza con i ferri del mestiere.

TIFOSO DIGITALE
Detto anche TIFOSO DA SOCIAL NETWORK. È l’ultima generazione di tifoso, che approfitta degli spazi messi a disposizione dalla nuove tecnologie per declinare la propria fede calcistica. Come il TIFOSO COMITIVA è eticamente contrario agli abbonamenti a pagamento, ma – alle serate in compagnia – preferisce le più moderne tecniche di streaming. Si distingue per una vista particolarmente sviluppata, che gli permette di riconoscere un giocatore della propria squadra, anche in video sgranati, a bassissima risoluzione. Conosce a memoria tutti i siti di streaming del mondo e spesso alterna la fruizione di partite di calcio con quella di siti porno. Il tifoso digitale ha sempre con sé il suo computer e frequentemente è stato avvistato mentre esultava per un goal, seduto sulla tazza del cesso. Abituato a passare le giornate da solo, davanti al computer, ha trovato il modo di condividere la propria passione grazie a facebook, dove ogni giorno pubblica almeno 18 link sulla propria squadra del cuore.

TIFOSO GIORNALISTA
Detto anche TIFOSO TUTTOLOGO. Riconoscibile grazie ai 3 quotidiani sportivi, che porta sempre con sé, è per antonomasia il tifoso informato sui fatti: legge i giornali, segue tutti i siti, non perde un programma di approfondimento sportivo. Sovente viene avvistato nei centri scommesse, dove, prima di ogni turno di campionato o coppa, trascorre dalle 2 alle 4 ore, a studiare le quote delle squadre sulle quali puntare. Ad oggi, tuttavia, non sono stati riscontrati casi di scommesse vincenti tra gli appartenenti a questa categoria. Il tifoso-giornalista è
molto ricercato dagli altri tifosi, prima dell’inizio di una partita, perché è in grado di anticipare le ultime novità su infortuni e formazione. Molto meno successo, invece, riscuotono le lunghe e improbabili dissertazioni tecnico-tattiche, con le quali fa da sottofondo a gran parte del match. Abituati a parlare di calcio, con nonchalance, anche durante i preliminari di un rapporto sessuale, i tifosi giornalisti, sono soliti urlare “goal” al raggiungimento dell’orgasmo.

TIFOSO LAMENTOSO
Detto anche TIFOSO GUFO. Si nota in mezzo alla folla per il tipico movimento della testa a destra e sinistra col quale accompagna la visione di ogni partita. Pare che sia in grado di sussurrare, per ogni partita che segue, fino a 1.750 “NO” di disapprovazione alle azioni della propria squadra. Il Tifoso lamentoso è solito, all’inizio di ogni partita, scegliere un giocatore come bersaglio, per poi criticarlo e ingiuriarlo ogni volta che tocca palla, con appellativi accuratamente scelti nel DIZIONARIO ITALIANO DELLE PAROLACCE. Capace di scovare i difetti più reconditi di una squadra, anche di fronte a una netta vittoria, il tifoso lamentoso si è guadagnato lo status di GUFO, in virtù del quale, prima di ogni partita importante, viene imbavagliato e chiuso a chiave in uno sgabuzzino.

TIFOSO OCCASIONALE
Detto pure TIFOSO, MA ANCHE NO. È la specie più pericolosa, per i repentini cambi di comportamento di fronte ad una partita della (presunta) squadra del cuore. Desideroso di conquistare considerazione e credibilità sociale, è convinto di poter eviatare l’emarginazione presso i propri simili, con la saltuaria visione di partite, prese a caso dal calendario. Tuttavia la scarsa abitudine ai meccanismi del tifo, ne condizionano pesantemente la condotta e lo rendono facilmente riconoscibile: sovente, infatti, lo si avvista sonnecchiante sul divano, già dopo i primi minuti di una partita, incurante del caos che lo circonda. Il tifoso occasionale, infine, è poco apprezzato dai suoi compagni di branco per la facilità con la quale si lascia mettere i piedi in testa dalla propria compagna, rinunciando a vedere una partita di fronte ad una semplice minaccia di astinenza forzata dal sesso.

TIFOSO DONNA
Detto anche TIFOSO “SOLO QUANDO LO DICO IO”. Si tratta di una categoria trasversale che mette insieme esemplari di genere femminile, accomunati da un rapporto di amore-odio verso il gioco del calcio e dalla totale incapacità di capire il meccanismo fuorigioco, anche di fronte ad espliciti disegnini dei più validi vignettisti. Molte di loro, tra l’altro, persistono nella malsana convinzione che durante i “preliminari” di Champions League i giocatori di entrambe le quadre debbano per forza fare petting con arbitro e guardalinee. Il tifoso donna aderisce solitamente al gruppo di protesta: “IL CALCIO… SI’, MA NEL CULO” che da anni prova a cambiare le regole del gioco, proponendo partite della durata di 10 minuti, senza fuorigioco e con l’espulsione per ogni giocatore che cade a terra, sporcando la maglia. Nonostante siano poco avvezze alle regole del calcio, quasi tutte sono in grado di capire la differenza tra un “fallo” da fischiare e un “fallo” da… applaudire.

14 settembre 2011

Campioni si diventa

Nemmeno il tempo di rifiatare, nemmeno il tempo di godersi la vittoria nell’esordio in campionato contro il Cesena, che è già tempo di scendere nuovamente in campo. Tutto o pronto o quasi per il grande ritorno del Napoli nell’olimpo dei campioni: 21 anni dopo quella cocente eliminazione nel freddo di Mosca. Napoli sconfitto dallo Spartak, con Maradona - reduce da polemiche con la società e a corto di allenamenti con la squadra - che entra in campo solo a partita iniziata. Troppo tardi per cambiare le sorti di quel Napoli, che non seppe replicare tra i campioni d’Europa, tutto il bello che aveva fatto vedere in Italia.

Da allora, anno più, anno meno, è cominciato il declino. Di Maradona e del Napoli, insieme o quasi.
Entrambi finiti nel baratro (umano per il primo, calcistico per il secondo). Ci sono voluti 21 anni perché la sorte concedesse ai partenopei l’occasione di una rivincita. Avversario di turno il Manchester City di Roberto Mancini, direttamente nel suo Eithad Stadium (tanto per rendere ancora più difficili le cose) e con tutta la sua schiera di campionissimi da Dzeko ad Aguero (proprio lui, il genero di Maradona, pensa un po’ le traiettorie beffarde del destino), passando per Tevez, Silva, Nasri, l’irrequieto Balotelli e tanti altri ancora.

Nomi che solo a pronunciarli fanno venire i brividi (calcisticamente parlando, s’intende). Una squadra che ha cominciato a suon di goal il campionato inglese e che ha tutta la voglia di candidarsi tra le favorite di questa Champion’s League. Ha atteso fin troppo tempo lo sceicco arabo Mansur bin Zayd Al Nahyan, proprietario del club dal 2008, considerando la mole dei suoi investimenti: almeno 300 milioni di euro in tre anni, senza raccogliere granché, se si esclude la FA CUP dello scorso anno (primo trofeo dopo 35 anni).

Cifre e numeri astronomici, a confronto dei quali, appare ancora più piccolo il Napoli dei miracoli, risorto dalle ceneri del fallimento, appena 7 anni fa, e risalito dalla C alla Champions in tempi da record. Non può puntare troppo in alto questo Napoli di Champions. Sarebbe un azzardo solo pensarlo. Troppo proibitivo il girone di qualificazione (Bayern Monaco e Villareal, oltre ai Citizens) per potersi solo considerare a portata di qualificazione. Ma sotto, sotto – c’è da scommetterci – Mazzari e i suoi ci sperano. E di certo ci proveranno. Con la sfrontatezza di chi non ha niente da perdere. Con la tenacia di chi non ama farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Con la sicurezza di chi è consapevole dei propri limiti, ma non ha paura di superarli. E di superarsi. Ancora una volta. Perché campioni non sempre si nasce. Campioni qualche volta si diventa.

E allora forza Napoli. E non solo perché siamo napoletani. Ma soprattutto perché ci piace l’idea di un calcio in cui, competenza e programmazione, unite a cuore e tattica, possano davvero fare la differenza. Con buona pace di sceicchi e magnati.

25 luglio 2011

Droga, decesso e rock 'n roll

Si chiamava Amy, aveva 27 anni e veniva da Enfield, in Inghilterra. Faceva la cantante. Faceva, perché adesso non c’è più. E’ morta di overdose.

Si è conclusa così la breve e intensa vita di Amy Winehouse. Figlia di un’infermiera e un tassista, a soli 10 anni fonda il suo primo gruppo rap. A 13 viene cacciata da una scuola di teatro per indisciplina. E per un percing che proprio non piacque ai suoi insegnanti. A 16 anni comincia la “carriera” da professionista e a 20 pubblica Frank, il suo primo album.

24 luglio 2011

Il ballo della monnezza (VIDEO)

Non sapete quanto fastidio provo ogni volta che mi trovo fuori da Napoli e qualcuno mi chiede della spazzatura, sembra quasi che a Napoli non ci sia altro. Secoli e secoli di storia, arte e cultura cancellati da qualche sacchetto di "monnezza"

Ovviamente non ce l'ho solo con tutta questa gente che ha dimenticato com'è la "vera" Napoli, ma anche con chi non fa abbastanza per risolvere la questione. Perchè - detto tra di noi - la monnezza ci sta e si vede pure parecchio. Ma non basta certo a seppellire l'anima di Napoli e della sua gente, quella che - nonostante tutto - non ha perso la voglia di farsi tirare... in ballo!



(video tratto da you tube)

16 maggio 2011

Stronzo chi legge

L’altro giorno, mentre ero in auto, mi è capitato di imbattermi in una scritta su un muro a caratteri cubitali: “STRONZO CHI LEGGE”.

Non è la prima volta che mi capitata di leggere – beh, sì, lo ammetto – una cosa del genere. E la provocazione, facile da intuire, non necessita di ulteriori spiegazioni. Ma non è su questo che mi voglio soffermare. E non voglio nemmeno soffermarmi sul fatto che non bisognerebbe imbrattare i muri o sulla banalità di questo giochetto. Nulla di tutto questo. Almeno per ora.

Il dubbio che mi sorge, piuttosto, è un altro. Delle due l’una: o gli autori di questo “murales” sono veri e propri fenomeni dell’arte amanuense, capaci di scrivere ad occhi chiusi (ipotesi improbabile vista la cura e la raffinatezza di ogni singolo carattere) oppure, loro malgrado, hanno finito per leggere loro stessi ciò che hanno scritto, diventando così, le prime, ignare, vittime di questo stupido "tranello".

Non vi nego che questa arguta riflessione mi ha sollevato abbastanza il morale e ha contribuito ad accrescere la mia autostima, ricordandomi il netto divario culturale che c’e’ tra me e gli autori della poetica scritta. Ma c’e’ di più. Mi sono reso conto di quanta somiglianza ci fosse tra gli artefici di quel murales e i tanti autori dei piccoli e grandi gesti di quotidiana inciviltà. Ma questa, me ne rendo conto, la devo spiegare.

Credo fortemente che uno dei mali della nostra società sia la convinzione di alcuni soggetti di poter fare ciò che vogliono senza, per questo, dover essere vittime delle loro azioni, più o meno inconsulte. Di essere, insomma, sempre e comunque dalla parte di chi scrive e mai da quella di chi legge. Io, questa convinzione, la chiamo la sindrome del water pubblico. E anche questa, lo so, la devo spiegare meglio.

La sindrome del water pubblico è una malattia sociale che colpisce prevalentemente gli uomini,
il cui sintomo più evidente è l’incapacità di farla dentro ogni qual volta ci si trova a puntare il proprio pipino verso la tazza di un bagno pubblico. È evidente, secondo me, che dietro questa palese incapacità di prendere la mira, ci sia la convinzione da parte di suddetti soggetti che saranno altri orinatori, probabilmente sconosciuti, a pagare le conseguenze di quel mancato centro.

Eppure, presto o tardi, anche a loro, gli orinatori selvaggi, capiterà di entrare in un bagno pubblico, subito dopo uno che ha una pessima mira e capiterà anche a loro di dover
fare la pipì sulle punte dei piedi, a gambe divaricate fino all’inverosimile, per sfruttare quei due unici (e lontanissimi tra loro) punti asciutti del pavimento. Insomma prima o poi tocca a tutti. Nei cessi, così come nella vita di tutti i giorni: siamo noi le prime vittime dell’inciviltà che alimentiamo (e mi ci metto pure io in mezzo, benché sappia di avere colpe assai limitate).

Inutile dire che il discorso, esempio del wc a parte, riguarda nella stessa misura uomini e donne. Forse basterebbe rendersi conto di tutto questo per imparare a riflettere un po’ di più sulle proprie azioni e scoprire, checché se ne dica, che ogni “furbo” che scrive finisce per essere, prima o poi, uno stronzo che legge. O no?

12 aprile 2011

Boris: il pesce d'Aprile

L’antefatto: Boris sta per Boris Becker, tennista tedesco degli anni novanta, tra i più forti al mondo. Boris è pure il nome di un pesciolino rosso che Renato Ferretti (in arte Renè), regista televisivo, porta sul set della fiction "Occhi del cuore". È una sua vecchia abitudine: ogni set, un pesciolino rosso. Sempre e comunque con il nome di un tennista.

Chiedo scusa per il modo insolito con cui ho cominciato quest’articolo, so che un bravo giornalista non lo farebbe mai, ma in fondo non è questo mestiere che voglio fare da grande. Ho raccontato questa breve storiella a beneficio di chi avesse visto "Boris: il film" senza conoscere la serie televisiva da cui è tratto. Gli sceneggiatori infatti non si sono soffermati troppo sulla spiegazione del “titolo” e si sono limitati a far intuire l’importanza che quel pesciolino rosso avesse per il regista.

C’è da dire comunque che gli spettatori di "Boris: il film" sono in gran parte gli stessi che hanno amato la versione televisiva, andata in onda in tre serie su Sky. Eppure il film merita e non poco, perché è costruito bene, è divertente, è intelligente, ma soprattutto è vero. È un ritratto del mondo del cinema visto da dietro le quinte (così come la serie lo era stato della tv) che racconta gli attori e tutti gli addetti ai lavori, la loro filosofia, i loro (tanti) vizi e le loro (poche e ben nascoste) virtù. Ma a saperlo interpretare, Boris è anche di più: è uno stralcio di cultura e di modus vivendi del Belpaese. Non tutto, certo, ma quello che, forse, faremmo bene a correggere: le amicizie influenti, le raccomandazioni, gli stagisti malpagati, la finta meritocrazia, i politici opportunisti, i litri di sudore di chi lavora, che bagnano (ma non sciolgono) le strisce di cocaina di chi comanda. Eppure Boris non è un film moralista, o comunque lo è col sorriso sulle labbra. Un inno alla leggerezza, ecco cos’è Boris. Sui difetti ci gioca, quasi a dire che nonostante tutto anche in questa vita e in questa Italia ci si può divertire, con qualche pizzico sulla pancia ogni tanto e qualche sguardo oltre il dito, per scoprire che se l’indice è puntato al cielo è perché vuol spiegarci che ancora ci sono le stelle, se ci va di ammirarle.

Non so se gli sceneggiatori hanno pensato a tutto quanto ho detto finora, quando hanno scritto questo film e forse io, mi sono solo divertito a darne una liberissima interpretazione (per fortuna oltre a quello di giornalista, nemmeno il mestiere di critico cinematografico mi interessa). Sta di fatto, comunque, che dopo essere uscito dalla sala mi sentivo molto soddisfatto. Perché mi ero fatto una scorpacciata di "risate intelligenti" e checché se ne dica non è la stessa cosa di ridere davanti ad un cinepanettone (con tutto il rispetto dei cinepanettoni). Le risate intelligenti sono risate che accrescono la propria autostima perché nascondono un ragionamento (e qualche volta una provocazione) che – nel momento stesso in cui ridi – sei consapevole di aver capito. Un ragionamento buttato lì, così, senza troppi idealismi e senza quella maledetta abitudine di piangersi addosso.

Ho dimenticato di raccontare un po’ di particolari del film. Forse dovrei dirvi della trama che ruota intorno al tentativo di Renè Ferretti di fare un film colto, dovrei dirvi della colonna sonora, con la canzone finale di Elio e le Storie Tese, "Pensiero StuPESCE", che da sola vale (quasi) il prezzo del biglietto, dovrei dirvi della bravura degli sceneggiatori a passare dalla tv al cinema, rispettando le diversità di linguaggio e dei tempi del nuovo mezzo (il medium è messaggio, diceva a tal proposito, il guru della comunicazione Marshall McLuhan) e dovrei pure dirvi dell’ottima interpretazione degli attori, a partire da un Francesco Pannofino in grande spolvero (a dimostrare che fare il doppiatore gli stava decisamente stretto), fino a Pietro Sermonti (molto più in parte che in altre situazioni), passando per Alessandro Tiberi e Caterina Guzzanti (con le parti un po’ ridotte rispetto alla serie televisiva). Sì in effetti dovrei dirvi tutto questo e altro ancora, ma, come vi dicevo, non sono un critico cinematografico e se vi interessa saperne di più, forse è il caso che vi sbrighiate a comprare un biglietto per il cinema, prima che sia troppo tardi (di mestiere non faccio nemmeno il bagarino, sia chiaro). Dal primo aprile ad oggi gli incassi non hanno superato il milione di euro – non moltissimo di questi tempi, tra l’altro senza una concorrenza fortissima – e c’è da giurarci che il film non rimarrà ancora a lungo nelle sale. Peccato, perché quel pesciolino rosso, nell’acquario del cinema italiano, ci sta veramente bene. E Boris, è tutt'altro che un pesce d'Aprile.