21 giugno 2010

Un paese preso a... calci

Tre, due, uno. Fischio d’inizio. Dopo tanta attesa, tante discussioni, tanti dibattiti, sono cominciati i diciannovesimi campionati del mondo di calcio. I primi in territorio africano. È il Sud Africa di Nelson Mandela il paese prescelto per questa svolta epocale.

Giorno dopo giorno le grandi big cominciano a scendere in campo, qualcuna delude, qualcuna sorprende. Le quote dei bookmakers danno per favorite Spagna e Brasile. L’Italia, detentrice del titolo, parte più indietro nei pronostici e la partita d’esordio, di certo, non ha cambiato le carte in tavola.

Intanto qualche vincitore già c’è: sono i produttori delle vuvuzela, le trombette ad aria africane, snervanti e monocorde, che stanno facendo da colonna sonora (si fa per dire) ad ogni attimo di questa competizione. Pare che anche in Europa ne siano state vendute oltre un milione e mezzo. Non c’è che dire: un vero affarone.



Un mondiale che, come sempre succede, ha fatto tanto discutere gli sportivi, prima ancora che si scendesse in campo. Ogni nazione ha avuto le sue mille diatribe su cui battibeccare. Ne sa qualcosa l’Italia di Lippi, colpevole, a detta di molti, di aver lasciato a casa i talenti irrequieti di Cassano (su tutti), ma pure Balotelli. E perché no, Miccoli. Meglio favorire il gruppo, avrà pensato il nostro mister. Chissà se il campo gli darà ragione.

Paese che vai, escluso eccellente che trovi. Maradona, in questo periodo tra i personaggi più nominati dai giornali di tutto il mondo, ha lasciato a casa i pluridecorati interisti Cambiasso e Zanetti e ha rinunciato al napoletano Lavezzi, per portare con sé il trentaseienne Martin Palermo. Anche Dunga ha rinunciato al talento di Pato e Ronaldinho, mentre Domenech, allenatore di una Francia qualificatasi per il rotto della cuffia, grazie ad un tocco di mani di Henry, è finito sulla graticola per aver schierato nella partita d’esordio Gorcouff, piuttosto che Malouda, dato, invece, in grandissima forma. Non se la passa meglio Capello, in Inghilterra, che dopo il pareggio d’esordio dei suoi, è finito al primo posto sul banco degli imputati.

Una cosa è certa: che sia per lodare o per criticare, in questi giorni non si può fare a meno di parlare di calcio. E non è necessario essere esperti o grandi tifosi. In fondo il bello di un campionato del mondo è proprio questo: tutti sono autorizzati a diventare tifosi. E poco importa se a malapena si riesce a distinguere un fuorigioco da una rimessa dal fondo. D’altra parte, il calcio è, da sempre, uno dei migliori palliativi ai mali del mondo. Non li sconfigge, ovvio, ma perlomeno aiuta a sopportarli meglio, con più serenità. Per novanta minuti. Il tempo di una partita. Tre (partite) sono assicurate per tutti, quelle del girone di qualificazione. Poi, chissà.

Peccato allora che tra le grandi favorite, in quest’edizione, non ci sia la Grecia, che, anzi, a giudicare dalla partita d’esordio, non pare destinata a fare molta strada. In terra ellenica, di questi tempi,
hanno un bel po’ di gatte da pelare e altrettanto bisogno serenità. E con la Grecia tanti altri stati del mondo. Ma non tutti possono avere il privilegio di partecipare ad un campionato del mondo.

Noi, in Italia, ce l’abbiamo avuto. Buon per noi. Buon per la nostra classe dirigente che ha una ragione in più per fare il tifo per la nazionale: un trionfo mondiale metterebbe in secondo piano problemi più seri come la finanziaria o la legge sulla intercettazioni. Gran parte della classe politica, dunque, è davanti agli schermi con il tricolore spiegato. Gran parte, ma non tutta, probabilmente, visto che, pare, Radio Padania non faccia proprio il tifo per gli azzurri. E chissà cosa ne pensano i ministri leghisti.

Intanto, comunque, la grande novità di quest’anno è l’opportunità di supportare l’Italia senza fare involontaria propaganda ad un partito politico. Quale? Indovinate un po’. A meno che dagli spalti, anziché ai goal e al bel gioco, non si decida di inneggiare alla libertà e all’amore. E allora sarebbe stato tutto inutile. Ma francamente la vedo improbabile.

E allora diciamolo: Forza Italia. Gridiamolo forte, da destra a sinistra. Gridiamolo tutti, adesso che non c’è più margine di equivoco. E se lassù in Padania, qualcuno preferisce tifare Paraguay, beh, non mancheremo di farcene una ragione.

5 giugno 2010

In principio era... l'avverbio

Laureato, precario, fuori sede. La descrizione del “lavoratore” italiano di nuova generazione, potrebbe cominciare così. Non c’è dubbio sul fatto che i primi due requisiti – laureato e precario – siano più rilevanti del terzo – fuori sede – tanto da diventare, materia di discussione per politologi, economi e sociologi più o meno accreditati.

Non me ne voglia nessuno, però, se per una volta – e una soltanto – evito di unirmi al coro di lamentele sulla scarsa incisività professionale del titolo di studio e sulla crescente precarietà dei contratti di lavoro, per dedicarmi, sulla base di una lunga e talvolta sofferta esperienza personale, alla disquisizione sui disagi della vita di un fuori sede.


Esistono due grandi categorie di pendolari: quelli giornalieri e quelli “periodici”. I giornalieri sono esseri per metà uomini e per metà seggiolini di treno che provano a mettere insieme interessi familiari, professionali ed economici sacrificando abbondanti porzioni di tempo (e pazienza) all’interno dei vagoni di un treno, che il più delle volte, per ragioni di costo o destinazione, è un treno intercity – o peggio ancora regionale – e non certo un treno alta velocità.

I pendolari periodici, invece, possono essere suddivisi in altre ulteriori sottocategorie. Ci sono i settimanali, i quindicinali, i mensili e addirittura i “festivi”, quelli cioè che ritornano a casa solo per le feste comandate: Natale, Pasqua e Ferragosto. C’è chi viaggia in macchina, chi sceglie l’aereo e chi – la maggior parte – sfida la sorte affidandosi ai treni.

Anche qui vale il ragionamento di cui sopra: le ragioni del portafoglio costringono il più delle volte a preferire i treni meno costosi, più lenti e, di conseguenza, meno agevoli. Con tutto quello che ne viene appresso: seggiolini sporchi, climatizzazione a intermittenza (se ti va bene), ritardi costanti e relativi rimborsi non ricevuti. Su scarsa igiene, guasti e ritardi non serve dire altro, se non sottolineare l’incongruenza tra costo del biglietto e servizio offerto. Molto più interessante, invece, può essere un approfondimento su modi, tempi e regole dei rimborsi, a cui si avrebbe diritto, in caso di ritardo del treno.


A norma di regolamento, chi viaggia a bordo di un treno ha diritto al risarcimento di una parte del biglietto, solo nelle circostanze in cui il ritardo del treno dipende ESCLUSIVAMENTE da colpe di Trenitalia. Molto spesso, quando leggiamo, diamo poco peso agli avverbi di modo, ricordando i tempi in cui, da studenti, li utilizzavamo nei temi e nei riassunti solo per allungare il brodo e guadagnare qualche rigo in più. Chiaramente, fondamentalmente, effettivamente, e i nostri scritti, per magia, diventavano più lunghi. Ma in questo caso non è così. Stavolta l’avverbio ESCLUSIVAMENTE non è un avverbio di modo fine a sé stesso. È un astuto stratagemma capace di trasformare, da solo, un regolamento ferroviario in una portentosa presa per i fondelli.

Nella mia sopracitata esperienza personale, mi sono visto rifiutare, causa l’avverbio ECLUSIVAMENTE, decine di richieste di rimborso. Tra le tante, però, ce n’è una che spiega al meglio la situazione. Risale a più di un anno fa, quando il rimborso prevedeva una complicata e lenta procedura. Dovevi prima procurarti un modello per la richiesta – pari a 1 ora di fila in biglietteria – poi potevi compilare il modello e quindi aspettare qualche settimana (a volte mesi) in attesa di una risposta che, spesso e volentieri, era negativa. La lettera che in quella circostanza mi fu recapitata a casa, diceva grosso modo così:

Gentile cliente, siamo spiacenti di comunicarle che la sua richiesta di rimborso per il viaggio del XXX a bordo dell’Intercity XXX non potrà essere accettata poiché 6 dei 34 minuti di ritardo effettuati dal treno corrispondente sono dovuti a cause indipendenti da Trenitalia.

Le X, ovviamente, stanno al posto di una data e di un treno che ammetto di non ricordare e non posso certo controllarli, avendo cestinato, per la rabbia, quella lettera pochi secondi dopo la lettura. Ma senza alcun margine di errore, posso affermare che il senso era assolutamente questo:
34 – 6 = 28
Ventotto minuti. Due in meno del tempo allora necessario all’ottenimento del bonus. Quello che si prova in questi momenti è difficile da descrivere. E solo chi è abituato a viaggiare sui treni, può comprenderlo fino in fondo. Non è una questione di soldi. Non sono certo quegli spiccioli a cambiarti la vita. È la presa di coscienza di essere stati banalmente sconfitti da un qualsiasi avverbio di modo.

Un avverbio capace, da solo, di farsi beffe di centinaia e centinaia di passeggeri, probabilmente ignari delle mille insidie della grammatica italiana. Come dire: in principio era l’avverbio. Il Vangelo del fuori sede italiano di nuova generazione, potrebbe cominciare così…

4 giugno 2010

L'amore al tempo di Facebook

C’era una volta l’elegante e romantica lettera d’amore, scritta a mano, imbevuta di profumo e sigillata con la ceralacca. Poi arrivarono i telefonini e con loro gli sms, i cosiddetti messaggini di testo: 160 caratteri a disposizione per un modo nuovo di scrivere, pensare e interpretare le parole dell’amore. Infine sono arrivati Facebook, Msn e le chat virtuali: ed è stata una vera e propria rivoluzione.

Per chi ancora non lo sapesse, Facebook è un “social network”, una gigantesca rete online che mette in relazione circa 400 milioni di persone in tutto il mondo, in maniera pressoché immediata. Il nome, “Facebook”, è mutuato dagli annuari dei college americani che ogni anno raccolgono le foto di tutti i collegiali.

Il meccanismo dei social network si basa sul principio dei 6 gradi di separazione, secondo il quale chiunque può ricollegarsi a chiunque altro nel mondo, attraverso 5 passaggi, attraverso, cioè, una catena di 5 persone, ognuna conoscente della successiva. Una teoria, vecchia come il cucco, che dopo aver stupito per anni, comparendo di tanto in tanto sulla copertina di qualche rivista periodica, ha trovato la sua più (in)sana applicazione nei social network di nuova generazione.


E l’effetto è stato devastante. Quando in Italia è salita la febbre di Facebook, tutti hanno cominciato a cercare e contattare tutti: vecchi amici di scuola, ex colleghi di lavoro e, spesso e volentieri, ex fidanzati e fidanzate. Circostanza, quest’ultima, che fatto scricchiolare più di qualche coppia, anche apparentemente inattaccabile.

Inutile dire che Facebook, è diventato, oggi, uno dei principali veicoli delle parole dell’amore. E in particolar modo un formidabile strumento di corteggiamento, specie per chi sa utilizzarlo con arguzia. Le comunicazioni virtuali, non solo quelle amorose, hanno il merito di rendere più disinibite e spontanee le persone. In pratica la rete abolisce tante delle regole, dei tabù e dei vincoli psicologici e sociali, presenti nella vita di tutti i giorni. E molti, in rete, riescono a tirare fuori una parte di sé, che altrimenti non verrebbe fuori. Così succede, per esempio, che anche una persona timida e impacciata, in rete riesca a fare la parte del leone e dire quello che “normalmente” non direbbe.

Questo effetto, poi, si amplifica quando in gioco c’è pure l’attrazione fisica. Ci sono uomini, solitamente poco loquaci e comunemente considerati “scarsi” con le donne, che in chat si trasformano in novelli e astuti Cyrano. E donne, invece, che in chat sembrano disposte ad accettare “provocazioni” e “stimoli” che in una chiacchierata faccia a faccia forse respingerebbero senza pensarci su due volte.

Ma non è tutto oro quello che luccica. Se è vero che qualcuno, attraverso il filtro della rete, riesce finalmente ad essere sé stesso, più che nella vita di tutti i giorni, è altrettanto vero che tanti altri riescono ad apparire ciò che in verità non sono e nel momento in cui un rapporto, di qualunque natura esso sia, amichevole, sentimentale o professionale, passa da uno stadio virtuale a uno reale, allora si rischiano di avere anche spiacevoli sorprese. Ma questo tipo di riflessioni, forse è meglio lasciarle alla psicologia e alla sociologia.

Una cosa è certa: gli effetti benefici e “malefici” delle nuove tecnologie saranno sempre e comunque in discussione e i punti di vista in proposito saranno sempre e comunque divergenti. Ciò che conta, però (e questo è indiscutibile), è che i modi, i tempi e i luoghi della comunicazione stanno cambiando e con essi anche quelli dell’amore e dei suoi annessi e connessi.

Un corteggiamento, un tradimento, un primo appuntamento o una semplice avventura sessuale, tutto può muovere i suoi primi passi proprio in una chat. Nulla più che i primi passi, ovviamente. Sia ben chiaro. Poi, bisogna chiudere la chat, spegnere il computer, farsi bello per l’occasione, passare a prendere la propria donna (o il proprio uomo) e poi, e poi… beh, e poi il resto è storia più o meno nota a tutti. O no?