31 dicembre 2010

L'anno che verrà

L’anno vecchio è finito ormai, ma qualcosa ancora qui non va: lo diceva Lucio Dalla nel 1979. Sono passati oltre 30 anni da allora eppure le cose non sembrano essere cambiate troppo. Un altro anno se ne è andato, dunque, con il suo carico di rimpianti, rimorsi e promesse non mantenute e un altro è già fuori alla porta che reclama di entrare, seguito, come al solito, da una lunga scia di aspettative, speranze, sogni e progetti. Ma in attesa di scoprire cosa ha in serbo per noi l’anno che verrà, mi sono divertito a fare una carrellata (molto parziale) di personaggi che, nel bene e nel male, hanno animato questo 2010, appena conclusosi. Andiamo a vedere.

Innanzitutto Julian Assange, il Robin Hood della rete, che con il suo Wikileaks, sta mettendo terrore ai centri di potere di tutto il mondo. A dirla tutta, per adesso, di cose concrete ne ha dette poche. Sì, è vero, ci ha rivelato che i governi mondiali si parlano e sparlano alle spalle come ciurme di zitelle indemoniate, ma siamo ancora tutti in trepidante attesa, magari per il 2011, di qualche rivelazione che sconvolga la nostra esistenza. Sempre che non si becchi un ergastolo prima, o peggio ancora una condanna a morte. Dopo averlo accusato di stupro, infatti, potrebbero presto imputargli l’allargamento del buco dell’ozono, l’aumento dell’effetto serra per mezzo di eccessive flatulenze o la creazione di una s.r.l. non meglio identificata con Osama Bin Laden, Mangiafuoco e Gargamella. E con Milingo a fare da prestanome. Staremo a vedere.

Proseguo la mia carrellata di personaggi che hanno movimentato questo 2010 con Gianfranco Fini, il Jack Frusciante della politica uscito dal gruppo, o meglio dal partito. Da pidiellino a futurista, da ex fascista ad eroe della sinistra borghese, da Arcore a Montecarlo. Ma quali saranno i nuovi scenari politici
per il 2011? Tra le ipotesi più accreditate c’è l’allargamento del grande centro - quello con Rutelli, Casini e Fini – pronto ad accogliere anche il Pd, i fuoriusciti dal Pdl, quelli dall’Italia dei Valori e pure quelli dalla Fiat. Oltre ai militanti di Rifondazione Comunista, disposti a tutto, pur di smettere di passare le giornate a giocare a Tressette nel salotto di casa Bertinotti. Un invito scritto sarà certamente mandato a Domenico Scilipoti, Diego Armando Maradona, la strana coppia Claudio e Marcello Lippi, Nicky Vendola (se toglie l’orecchino), Nelson Mandela (se accetta di farsi un lifting) e Osama Bin Laden (se si schiarisce la pelle come Micheal Jackson). Escluso, come invece si era vociferato, il premio nobel cinese Liu Xiaobo, per timore che possa lasciare troppo spesso la poltrona vuota durante le votazioni importanti. Ovviamente, in una coalizione del genere, ci sarebbe la difficoltà di dover scegliere un leader tra i tanti disponibili. Non contemplato Berlusconi perché si rifiuterebbe di fare le primarie e soprattutto di stare in un partito con gente che ha più capelli di lui, ad oggi i più seri candidati sono Gianni De Michelis e Giulio Andreotti. Ma nelle ultime ore sta spuntando l’ipotesi di un quadriumvirato costituito da Bruno Vespa, il Gabibbo, Rita Pavone e Josè Mourinho, Staremo a vedere.

Altro giro, altra corsa. Stavolta tocca a Steve Jobs, il Guglielmo Tell del microchip, che quest’anno ha fatto parlare di sé per l’Ipad e per il nuovo Iphone. Milioni di persone in tutto il mondo hanno comprato l’Ipad, il giorno stesso della sua uscita, salvo accorgersi una settimana dopo di quanto fosse inutile. A tutt’oggi l’applicazione più utilizzata sull’Ipad è quella che permette di leggere il giornale. Sarei tentato di mettere a comparazione il prezzo dell’Ipad con quello di qualsiasi quotidiano, ma so che tra i miei lettori ce n’è qualcuno che ha comprato l’Ipad e non me la sento di infierire troppo. Dall’Ipad all’Iphone, che non è partito nel migliore dei modi: chi mantiene il melafonino con la mano sinistra copre l’antenna di ricezione e la linea cade. Insomma un tiro... mancino, che anche i più assidui mela-fanatici hanno mal digerito. Quale altra tecnologia ci aspetta, però, per il 2011? Un po’ di idee sparse. Ipupu: la tavoletta del water interattiva. Basta sedersi e s’accendono tutte le luci del bagno, mentre una voce a scelta tra quelle di Belen, Pippo Baudo e Candy Candy declama in un dialetto a piacere le principali notizie del giorno.
Ipipp: lo slip che individua da solo un principio di erezione e, a seconda dell’opportunità del momento, decide se cominciare a vibrare, o far cadere cubetti di ghiaccio all’interno dello slip. Al vaglio degli esperti, una versione anche per le donne. Ipronto: il telefono intelligente che riconosce da solo le telefonate, in arrivo dai call center e manda automaticamente l’operatore a quel paese. Con possibilità di personalizzare le parolacce e le bestemmie da utilizzare. Staremo a vedere.

Concludo (per il momento) la mia carrellata, parlando di sport. Tra i tanti protagonisti di questo 2010, alla fine ho scelto Antonio Cassano, il dottor Jekill e Mister Hide dell'aerea di rigore . L’uomo che ha diviso più volte l’Italia tra favorevoli e contrari. Prima in occasione della mancata convocazione in Nazionale, poi dopo il vaffa al presidente della Sampdoria Garrone, poi, ancora, quando è stato ingaggiato dal Milan. Per il 2011 ha ricevuto una seria proposta di candidatura politica dalla Lega. Pare che Umberto Bossi abbia detto a Roberto Maroni: "almeno lui ci riesce a dividere l’Italia!" Anche Di Pietro, però, ci aveva fatto un pensierino a Cassano. Queste le sue parole: "Caro Antonio, se passi con noi, ti porto in Parlamento e ti faccio dire “vecchio di m….” ad una persona che so io, ma che non posso indicarti davanti a tutti." Poi gli ha sussurrato il nome in un orecchio. Il giorno dopo Cassano ha deciso di andare al Milan. Sarà stata una coincidenza? Staremo a vedere.

Per adesso mi fermo qui. So che dai miei elenchi mancano altri nomi di personaggi che, per un motivo o per l’altro, hanno fatto parlare di sé, come, per esempio, Roberto Saviano, Sergio Marchionne, Michele Santoro e qualche altro ancora, ma come dicevo all’inizio, questo è solo un elenco parziale, provvisorio e soggettivo. In attesa di ulteriori aggiornamenti vi invito tutti a soffermarvi sui buoni propositi e auspici per l’anno che verrà. E, a tal proposito, cito ancora una volta il buon Dalla: ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando. Staremo a vedere.

17 dicembre 2010

E fuori nevica...

ORE 14.30: una manciata di flebili fiocchi di neve tocca il suolo afragolese (piccola cittadina a nord di Napoli)...

ORE 14.31:
qualcuno si ritova per caso ad affacciarsi alla finestra ed immediatamente provvede ad avvisare amici e parenti...

ORE 14.31 e 30": metà della popolazione afragolese si riversa su facebook per far saper al mondo della sconcertante notizia...

ORE 14.32: smette di nevicare.

Venerdì 17 Dicembre 2010: La grande nevicata afragolese. Anche io c'ero.

13 dicembre 2010

Fidarsi è bene...

Fiducia sì, Fiducia no: sono ore di piena bagarre tra gli scanni della Camera, dove domani si decideranno le sorti del governo Berlusconi: la più grande maggioranza di tutti tempi (lo dicono i numeri) rischia di finire in minoranza. Ma non è detta l’ultima parola.
I pronostici si sprecano, commenti, giudizi e voci fanno capolino nelle stanze dei bottoni, insulti e accuse si susseguono senza tregua, in un botta e risposta all’ultima dichiarazione. I "bene informati" dicono che saranno pochi, pochissimi voti a fare la differenza. In ogni caso non ci saranno prove d’appello: dentro o fuori e stavolta, dicono, il monito vale per tutti.
Da una parte Berlusconi e i suoi fedelissimi. Dall’altra l’opposizione netta e dichiarata, quella del Pd, dell’Idv e di qualche altro. In mezzo l’aspirante terzo polo, con Fini e Casini che ostentano chiarezza di intenti, ma nel frattempo fanno la conta di chi li stia seguendo davvero. La compravendita di questi giorni è stata fitta, fittissima, secondo molti al limite del lecito. Le procure già stanno indagando in merito, i giornali non parlano d’altro, l’attività politica è di fatto paralizzata da alcune settimane. Una cosa è certa: comunque vada sarà un insuccesso. Per l’Italia, intendo e per le sue necessità primarie, improvvisamente diventate secondarie al cospetto dei piccoli e grandi litigi (e inciuci) del Palazzo.
Come finirà? Ancora poche ore e lo sapremo, ma dal popolo, dalla gente comune, sembra alzarsi sempre più unanime un coro: finisca come finisca, purchè finisca. Presto. La gente chiede alla politica, tutta, un cambiamento di rotta. La politica, tutta, promette alla gente un cambiamento di rotta. C’è da credergli? Fidarsi è bene, non fidarsi, mai come in queste circostanze, è decisamente meglio. O no?

30 novembre 2010

Mario, l'insolito noto

Una stanza d’ospedale al quinto piano, un tumore che ti sta succhiando la vita, un balcone che ti apre l’orizzonte su quello che stai per perdere per sempre, un pensiero chissà quanto meditato e poi via, giù, a dire addio alla vita, senza attendere che arrivi il tuo turno, senza un biglietto, senza una frase di saluto. Per nessuno. Se ne è andato così Mario Monicelli, in maniera inconsueta, originale, verrebbe da pensare: suicida a 95 anni. Come non succede a nessuno, come una Rosa nel Deserto, tanto per citare il suo ultimo lavoro per il grande schermo. Come il finale tragico di un film. E per lui, 70 anni di onorata carriera dietro una cinepresa, forse, non poteva che essere così.

Correva l’anno 1934 quando, giovane regista nemmeno ventenne, Mario Monicelli comincia a far parlare di sé, prima con un cortometraggio e poi con il suo primo film: I ragazzi della via Paal. Di lì in poi è stato un continuo crescendo, con oltre 70 film da regista, alcuni dei quali scritti a caratteri cubitali nella storia del nostro cinema.

Come dimenticare I soliti Ignoti e Amici Miei. Come non citare Un borghese piccolo, piccolo, Il marchese del grillo, L’armata Brancaleone, La ragazza con la pistola, Risate di gioia, Guardie e ladri, Speriamo che sia femmina, tanto per elencare qualcuno dei tanti titoli che lo hanno reso grande e che lo hanno portato a dirigere il gotha del nostro cinema: Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Monica Vitti, Totò, Alberto Sordi, Enrico Maria Salerno, Silvana Mangano, Anna Magnani. Ma anche Renato Salvatori, Tiberio Murgia, Claudia Cardinale, Catherine Spaak, Michele Placido, Carla Gravina, Liana Orfei, Gastone Moschin, Renzo Montagnani, Paolo Villaggio, Eros Pagni, Catherine Deneuve, Gigi Proietti, Nuccia Fumo, Philippe Noiret, Adolfo Celi, Ornella Muti. Finanche Alvaro Vitali, Orietta Berti e Raffaella Carrà. E tanti altri ancora che certamente ho dimenticato.

Non si è fatto mancare niente Monicelli nella sua carriera, dal cortometraggio al documentario, passando per la fiction tv: Come quando fuori piove, anno duemila, Raiuno. A dimostrare che lui, dietro una telecamera, sapeva starci sempre e comunque a dispetto del tempo (e delle mode) che cambiavano.

Adesso se ne è andato, il grande Monicelli. Ma ci lascia un immenso patrimonio cinematografico e culturale di cui farne tesoro, specie in giorni così difficili per la cultura italiana: “Senza la cultura, dell’Italia non resta nulla di buono”, parola di Mario Monicelli, un insolito noto, un uomo grande, grande, un ragazzo con la cinepresa, un amico nostro. Ciao Mario, ci mancherai.

25 novembre 2010

Tutti via con Saviano?

Vado via perché… anzi no… resto, perché… da tre settimane l’Italia s’è divisa a metà: ci sono quelli che restano e quelli che se ne vanno. O almeno dicono di volerlo fare. Tutto merito (o colpa) della premiata ditta Saviano-Fazio e del loro programma Vieni via con me, che non smette di far parlare di sé. E così pure io (presunto) addetto ai lavori che di televisione un po’ (forse) ne capisce ho deciso di dire la mia, ma partendo da una prospettiva decisamente diversa. Lascio ad altri, dunque, il piacere – o l’incombenza – di dare giudizi di merito sulla qualità o sull’opportunità del programma e mi limito a fare una serie di notazioni tecniche “imparziali” che, spero, possano in parte spiegarne il successo. Ma andiamo per ordine.
Punto primo: fattore-crescita. Gli ascolti della terza puntata sono superiori a quelli della seconda. E quest’ultimi sono a loro volta superiori a quelli della prima. È un continuo crescendo (dagli 8 milioni della prima ai quasi 10 della terza), a testimonianza di come non sia la sola curiosità a spingere verso il programma. Statisticamente le prime puntate dei programmi (soprattutto quelli forti e più pubblicizzati) fanno più ascolti delle seconde e delle terze. Una crescita costante, come quella di Vieni via con me, invece, non può che essere letta come un attestato di stima e fiducia da parte del pubblico.
Punto secondo: fattore-contesto (e palinsesto). Per tre Lunedì di seguito Vieni via con me ha battuto un baluardo della programmazione Mediaset come il Grande Fratello (peraltro anch’esso realizzato da Endemol come Vieni via con me). Un dato che, associato agli ottimi ascolti di altri programmi come per esempio Anno Zero (e ci metterei pure Ballarò) è indice – credo inequivocabile – del bisogno di informazione, di notizie e di verità scatenato dal momento storico-sociale-politico-istituzionale del nostro paese.
Punto terzo: fattore-ospite. I risultati di audience di Vieni via con me sono indipendenti dalla portata degli ospiti del programma. L’ospite più forte, Benigni, ha partecipato alla puntata con meno ascolti (la prima). E nell’arco di ciascuna puntata, poi, le curve di ascolto tendono a rimanere piuttosto costanti senza eccessivi scossoni in basso o in alto. E con un indice di permanenza sul canale abbastanza alto. Insomma è il programma che piace, nel suo complesso, non qualcuna delle sue parti o dei suoi ospiti. Anzi, al contrario, sono gli ospiti ad acquisire gradimento perché inseriti all’interno del programma. Credete, per esempio, che in circostanze diverse ci sarebbero davvero state tante persone disposte ad ascoltare Renzo Piano o Claudio Abbado (personalità illustri, ma non certo popolari e commerciali per il pubblico della tv)?
Punto quarto: fattore-promozione. Esiste una forma di promozione, più forte di qualsiasi altra. Io la chiamo: marketing della polemica. La promozione, cioè, involontaria, determinata dalle polemiche contro un prodotto. Quando si dice: bene o male, purchè se ne parli. Credo di poter dire (spero a ragione) che senza l’incredibile battage pubblicitario contro il programma, gli ascolti non sarebbero stati così forti. Prima la minaccia di non mandare in onda il programma, poi le polemiche per l’intervento di Bersani e Fini, poi quelle per le frasi sui rapporti ndrangheta-Lega e la successiva replica del ministro Maroni, ospite in puntata. Senza dimenticare petizioni, interviste e commenti contro il programma e contro Saviano. Un’incredibile e certamente non voluta campagna pubblicitaria che ha fatto da ulteriore traino ad un programma che già di suo partiva molto forte.
Punto quinto: fattore-unicità. Vieni via con me ha forme e contenuti nuovi. Questo è indubitabile. Ma soprattutto non ha alternative. Saviano dicendo cose che nessuno dice in tv, fa in modo di essere ascoltato anche da chi non è pienamente (o per niente) d’accordo con lui. E non mi riferisco solo a politici o addetti ai lavori, ma a tutte quelle persone che lo ascoltano solo per venire a conoscenza di fatti e vicende delle quali, altrimenti, nemmeno saprebbero l’esistenza. Questo credo sia un punto fondamentale. Chi ascolta Saviano non è detto che condivida in toto il suo pensiero, ma spesso condivide lo spirito del programma: dire ciò che prima non si diceva. E poiché le persone che la pensano così sono tante e i programmi di questo tipo sono pochi, gli ascolti se li becca tutti lui. Chissà che questo non possa essere da “suggerimento” per i palinsesti del futuro.
Punto sesto (l’ultimo): fattore sociale. In società (al lavoro, tra gli amici, in tv, sui giornali, su facebook) si parla continuamente di Vieni via con me. Non seguirlo non significa soltanto perdersi un monologo di Saviano o un elenco di Fazio, significa dover rinunciare ad un pezzo di dibattito sociale. Insomma Saviano non lo vedi solo perché ti piace, ma anche perché – intimamente, dentro di te – sai che non puoi non vederlo altrimenti sei out, sei emarginato da alcune delle discussioni quotidiane che incroci. Specie se fai parte di certi circoli culturali o ambienti artistici. Non che questo sia qualcosa di totalmente nuovo per la tv. Già programmi di intrattenimento come Sanremo e Zelig o Striscia la notizia ne hanno usufruito in passato. E che dire della prima edizione del Grande Fratello o dell’ultima di Anno Zero se non la stessa cosa? In più, però, Vieni via con me ha quella etichetta di “giustizia sociale”, di “lotta per i diritti dei cittadini”, di “grimaldello della verità” che rende la necessità di seguirlo ancora più forte.
Mi fermo qui. Con la consapevolezza che la mia non è, né vuole essere un’analisi esaustiva. Ma soltanto un punto di vista (peraltro parziale). La tv non è e non sarà mai una scienza esatta. E ogni giudizio, commento, sentenza in proposito sarà sempre e comunque un opinione. Più o meno discutibile. Così è, se vi piace. E se non vi pace, basta semplicemente cambiare canale. O no?

17 novembre 2010

Noi ragazzi di seconda classe...

IL BLOG "SECONDA CLASSE" VA IN GIRO PER IL WEB: DAL SITO MALITALIA.IT MI HANNO CHIESTO DI PARLARE DI PRECARIATO... E COSI' HO PENSATO DI RACCONTARE ANCHE A LORO QUALCOSA SU NOI RAGAZZI DI SECONDA CLASSE... DI SEGUITO L'ARTICOLO...

Mi chiamo Nicola Zanfardino, ho quasi trent’anni e sono un creativo.

Potendo scegliere, mi piacerebbe che la mia storia cominciasse così. Creativo, dunque. Che poi significa tutto e niente, lo so. E allora provo a spiegarmi meglio: sono un autore televisivo e radiofonico, uno sceneggiatore teatrale, uno scrittore, un blogger. Beh, sì, sono tutto questo. O almeno ci provo. Quando – e se – me lo permettono. In tempi e modi che quasi mai ho la facoltà di scegliere. Senza preavviso, senza tutele, senza contributi e – spesso e (mal)volentieri – senza una paga adeguata.

Mi chiamo Nicola Zanfardino, ho quasi trent’anni e sono “un uomo precario.” A pensarci bene, la mia storia sarebbe più giusto farla cominciare così. E ho detto “uomo” e non “lavoratore”, perché la precarietà di oggi è talmente pervasiva, da impregnare tutti gli strati della vita quotidiana: amore, lavoro e salute, per dirla con linguaggio di un astrologo alle prese con l’oroscopo del giorno.

Non è, evidentemente, un caso, se ho simbolicamente intitolato il mio blog generazionale “Seconda classe” perché i trentenni di oggi, che disperatamente provano a “viaggiare” verso il futuro, la “prima classe” non possono permettersela. Quasi mai. Non solo quando prendono un treno (o una nave, come diceva De Gregori).

15 novembre 2010

Calma e sesso!

La scrittrice Charlotte Roche (molto popolare in Germania) è pronta a offrire il suo corpo per fermare il nucleare. Il destinatario dell'offerta è il Presidente tedesco Christian Wulff, che potrebbe beneficiare di una notte di sesso con la giovane romanziera, in cambio di un veto al prolungamento dell'attività delle 17 centrali nucleari tedesche.

La proposta indecente ha immediatamente scatenato le reazioni di tutto il mondo politico.

La Commissione Europa prende posizione:
"Protesta immorale, si abbassi il tono."
La Chiesa alza la voce:
"Il corpo della donna non va svilito in questo modo."
Il Governo tedesco guarda oltre confine:
"Ma cosa crede questa Charlotte, di essere in Italia?"
E il Governo italiano non fa tardare la sua replica:
"Quanti anni ha sta tizia? 32? Mmh, troppo vecchia!"

12 novembre 2010

Guerra o pace?

È stato inaugurato a Roma il monumento in memoria dei “caduti civili e militari nel corso delle missioni internazionali di pace”. In breve: un monumento per i caduti di pace. Detta così, devo ammettere che la notizia mi ha piuttosto disorientato, cosa significa caduti di pace? E perché in nome della pace dovrebbero esserci dei caduti?

Così mi sono messo al computer, ho aperto la pagina di Google e ho scritto la parola pace. Il primo link, nemmeno a dirlo, è stato quello a Wikipedia che alla voce pace dice:

condizione sociale, relazionale, politica o legata ad altri contesti caratterizzata da condivisa armonia ed assenza di tensioni e conflitti.

Come prevedevo. Ma non mi sono dato per vinto e mi sono messo alla ricerca di una nuova definizione di pace che fosse anche minimamente coerente con la parola caduti.

Ne ho trovate un bel po’, a spasso per le rete e per i vari dizionari. Ve ne riporto qualcuna, in ordine sparso: situazione di non belligeranza; rapporti normali, senza tensioni particolari; concordia nei rapporti tra persone e nella vita pubblica; accordo, armonia; condizione di tranquillità spirituale o materiale; assenza di preoccupazioni e fastidi; calma, serenità; tregua, requie; assenza di rumori molesti, silenzio; stato di quiete o tranquillità dell'animo umano percepita come assenza di turbamenti e agitazione.

Senza contare le frasi composte con la parola pace. Godere di un po' di pace: interruzione di qualcosa di doloroso o faticoso. Pace sociale: condizione nonviolenta estesa alla collettività. Mettere pace: riconciliare. Lasciare in pace qualcuno: non importunarlo, non infastidirlo. Morire in pace: morire serenamente, senza sofferenza. E ancora: trovare pace, fare pace, portare pace, i cui significati non ammettono equivoci di sorta.

Tutto chiaro, allora. Tutto chiarissimo. O forse no. Perché poi ripenso al monumento ai “caduti di pace” e non mi ci raccapezzo più. Pace: non-guerra. Parola di dizionario. Ma allora perché si muore di pace?

25 ottobre 2010

Battute a parte...

Intervistato sulla questione rifiuti a Napoli, Berlusconi ha risposto di non saperne nulla... pare infatti che nessuno l'avesse ancora informato dell'accaduto e che lui, poverino, continuasse a pensare che Terzigno fosse il nome di una nuova promessa del calcio brasiliano: Robinho, Ronaldinho e, appunto, Terzinho... ma quando il giornalista, con veemenza, l'ha incalzato chiedendogli un parere chiaro e netto sulla gestione dei rifiuti, lui, il Presidente del Consiglio, non ha fatto attendere la sua risposta:
"Cosa vuole che ne sappia, io, di come si gestiscono i "rifiuti", proprio io che di "rifiuti" non ne ricevo mai da nessuno... a me dicono tutti sì."
Intanto cresce l'attesa per la partitissima di stasera tra Napoli e Milan. Migliaia di tifosi napoletani attendono, all'uscita dello stadio, l'eventuale arrivo del Presidente, per salutarlo, fargli i complimenti e lasciargli in omaggio una busta di "spazzatura" di Terzigno...

20 settembre 2010

Il senatore nel... pallone

L’Italia, si sa, è un paese di calciofili. Sono passate solo poche settimane dall'inizio del campionato di serie A e già, pare, che non si riesca a parlare d’altro. C’era davvero bisogno di calcio in Italia, dopo un’estate passata a parlare quasi solo di politica: dalle ire funeste di Fini, alle minacce di nuove elezioni di Berlusconi, il tutto accompagnato da qualche (sempre più) flebile sospiro della sinistra. Ma sì, diciamola tutta, non se ne poteva più di starsene a disquisire su chi avesse ragione tra Silvio e Gianfranco o su chi fosse più scaltro tra Nichy (Vendola) e Pierluigi (Bersani). Meglio parlare di moviola, di rigori dati o non dati, di tattiche di gioco, di grandi prestazioni e di vittorie e sconfitte meritate o meno. Ma tra calcio e politica le differenze sono poi così tante?

Tutto sommato no, direi. Non è certo difficile immaginare i partiti politici come squadre di calcio, ciascuna con le proprie tattiche, i propri schemi, i propri giocatori, inevitabilmente divisi, questi ultimi, tra titolari e riserve, con qualche difficoltà in più, probabilmente, a convincere quelli che stanno in campo, a lasciare il posto a quelli che stanno in panchina. Ma cosa succederebbe se, come in ogni campionato che si rispetti, a fine stagione i giocatori più rappresentativi di ogni squadra si ritrovassero a giocare non più da avversari, ma insieme nella stessa squadra, come in una sorta di grande Nazionale della Politica?

E così, domenica sera, nel mentre di un frenetico zapping tra Controcampo e la Domenica Sportiva, mi è
venuta un’idea suggestiva: fare un elenco dei possibili convocati in questa fantomatica, ma più che mai “onorevole”, Nazionale. Per il ruolo di commissario tecnico, il prescelto, a rigor di logica, dovrebbe essere Giorgio Napolitano, quello, sulla carta, più adatto ad un ruolo super partes. Tuttavia, così come Lippi, ex allenatore della Juve, portò in Nazionale molti giocatori della sua ex squadra, non è da escludere che Napolitano, ex partito comunista, tenderebbe a fidarsi maggiormente di quelli che in passato hanno bazzicato dalle sue parti. Per questo, immagino, che i vari D’Alema, Fassino, Veltroni, Bersani e probabilmente pure Vendola, non farebbero fatica a trovare un posto in squadra. Da Ct, vecchia maniera, poi, Napolitano tenderebbe a scegliere giocatori di esperienza piuttosto che nuove promesse. Per questa ragione, ipotizzo, Marini, Bindi e forse pure Finocchiaro e Chiamparino, avrebbero qualche chance in più di Serracchiani e Renzi. Mentre Rutelli, che ha preferito un ruolo da protagonista in una piccola squadra, piuttosto che uno da gregario in una grande, potrebbe pagare questa scelta con una mancata convocazione. Così come Franceschini, Follini e Cofferati che rischierebbero di rimanere fuori per discontinuità di rendimento. Ancora sotto osservazione: Enrico Letta, Renato Soru e Massimo Cacciari.

Fin qui la sinistra, ma il difficile probabilmente verrebbe a destra.
La mancanza di feeling tra Fini e Berlusconi, costringerebbe Napolitano ad una scelta drastica: rinunciare a uno dei due (o a entrambi) per proteggere la serenità dello spogliatoio o convocarli tutti e due e magari utilizzarli in una staffetta alla Rivera-Mazzola? Inutile dire che la scelta dell’uno o dell’altro influenzerebbe anche altre convocazioni: Bocchino, per esempio, non avrebbe troppe possibilità senza Fini in squadra, mentre la presenza di Berlusconi potrebbe indurre Napolitano a prendere in considerazione un jolly , tipo Capezzone o Rotondi. Non ci sarebbero, in ogni caso, problemi per Gasparri, La Russa (schierato in “Difesa”), Bondi e Tremonti. Quasi certi la Carfagna, Alemanno e Alfano. In forse la Meloni e la Gelmini. Possibili outsider: Michela Vittoria Brambilla e Niccolò Ghedini, utile, quest’ultimo specialmente se si dovesse rendere necessario trattare con gli arbitri per l’eventuale introduzione di nuove regole “ad squadram”.

Non mancherebbe, di certo, un posto in squadra per Di Pietro e nemmeno uno per Casini (a centrocampo, ovviamente), mentre alla grinta di Cesa potrebbe essere preferita la saggezza (tattica) di Rocco Buttiglione. Una chance, a sorpresa, potrebbe avercela, infine, Clemente Mastella, un “ambidestro” come lui, capace di stare in campo sia a destra che a sinistra, con la stessa identica disinvoltura, può tornare sempre utile.

A questo punto resterebbe un’ultima gatta da pelare per Mister Napolitano. Come comportarsi con i “giocatori” della Lega? Calderoli e Castelli, forse resterebbero comunque fuori per indisciplina tattica, Bossi, perchè fuori forma. Ma per Maroni, di certo, un posto in squadra lo si riuscirebbe a trovare. Resta da capire, però, se lui risponderebbe a questa ipotetica fanta-convocazione. Probabilmente sì, ma solo a tre condizioni: la sostituzione della maglia azzurra con una maglia totalmente verde, l’abolizione dell’inno nazionale e della bandiera tricolore, la garanzia che Casini e Di Pietro partano sempre dalla panchina e giochino al massimo per non più di dieci minuti a partita. E mai insieme, ovvio. O no?

2 settembre 2010

Meglio un Robinho oggi che un Fini domani...

Ibrahimovic e Robinho al Milan. È questa, senza alcun margine di dubbio, la novità più importante del prossimo campionato di calcio. Un doppio colpo che il presidente Berlusconi ha, inaspettatamente, messo a segno e che, ne sono certo, nasconde motivazioni ben più profonde della semplice volontà di rafforzare la sua squadra. Sì, ma quali?

Sono ormai due giorni – dalla chiusura ufficiale del calciomercato – che ci penso costantemente. E vi dico, da subito, che non sono ancora riuscito a trovare una risposta certa, ma sono altresì convinto di essere molto vicino alla soluzione. Ma andiamo per ordine.

Da un po’ di tempo, sentivo dire che il Berlusconi, Presidente del Milan, non potesse fare acquisti troppo onerosi per la sua squadra, perché il Berlusconi, Presidente del Consiglio, doveva dare il buon esempio in tempo di crisi e dimostrare a tutti gli Italiani come si potessero ottenere traguardi importanti (magari uno scudetto) pur senza troppi soldi a disposizione. Poi, nelle ultime frenetiche ore di calciomercato, qualcosa è cambiato. Sì, ma cosa?

Delle due l’una, ho pensato: o Berlusconi, fiutata l’aria cattiva che soffia a Palazzo Chigi, si prepara a ritirarsi dalla politica e sta, per questo, concentrando tutte le sue attenzioni sul Milan (ipotesi suggestiva, ma al momento, altamente improbabile) oppure questa improvvisa botta di generosità pecuniaria serve a soddisfare qualche impercettibile bisogno personale. Sì, ma in che modo?

E così che, in un delirio di “onnipotenza intuitiva” (locuzione che ho inventato io all’uopo) ho cominciato a fare le ipotesi più fantasiose sul fine ultimo di questa operazione di mercato.

Ipotesi 1: Berlusconi, venuto a sapere che Robinho, prima un festino, ha chiesto ben 40 preservativi, non avrebbe resistito all’idea di farsi un nuovo compagno di merende (un po’ piu’ costoso di Tarantini, ma evidentemente più allegro).

Ipotesi 2: Berlusconi, dopo aver visto le foto che ritraevano Ibrahimovic in presunti atteggiamenti omosessuali con il compagno di squadra del Barcellona, Pique, avrebbe pensato di acquistarlo per regalarlo a Nichy Vendola, in cambio della sua non-candidatura alle prossime elezioni politiche.

Ipotesi 3: Berlusconi, informato da uno dei suoi settemilacinquecentosessantaquattro sondaggisti, che gran parte dei seguaci di Fini all’interno del PDL sono tifosi del Milan, starebbe provando a convincerli a ritornare all’ovile, dietro la promessa di nuovi scudetti e Champions League.

Ipotesi 4: Berlusconi, in vista di un rifacimento del governo, avrebbe deciso di affiancare al Ministero della Difesa (che resterebbe comunque a La Russa, per la troppa predisposizione agli infortuni di Nesta) anche il Ministero dell’Attacco, che verrebbe quindi affidato alla nuova coppia di acquisti Ibrahimovic e Robinho, papabili ministri, con portafoglio (pieno).

Ho i miei buoni motivi per credere che la quarta ipotesi sia di gran lunga la più accreditata. Resta a questo punto un solo ultimo dubbio da sciogliere: dopo il Ministero della Difesa e quello dell’Attacco, quanto dovremo attendere perché venga istituito anche il (fondamentale) Ministero del Centrocampo?

Probabilmente, almeno fino al prossimo calciomercato di Gennaio. Al momento, infatti, non sembrano esserci potenziali Ministri all’altezza del ruolo: Gattuso non ha dato le necessarie garanzie linguistiche e mettere un “Pirlo” a fare il Ministro, evidentemente, è troppo pure per Berlusconi. O no?

12 agosto 2010

Diversamente normali, normalmente diversi

C’erano una volta gli handicappati. Poi vennero i disabili. Adesso è il turno dei diversamente abili. È questo, in ordine di tempo, l’ultimo termine coniato dall’intellighenzia contemporanea, per definire coloro che, per un motivo o per l’altro, non sono in pieno possesso di tutte le facoltà fisiche e/o mentali.

Diversamente abili, dunque. Che, in fondo, è un po’ come dire diversamente normali. Diversamente normali, allora. Ma siamo proprio certi che questo tentativo di riqualificazione linguistica serva, tout court, a ri-abilitare chi abile, di fatto, non lo è? E aggiungo di più: se, invece, quest’evoluzione lessicale fosse addirittura controproducente?

Mi rendo conto che temi come questo sono delicati da affrontare e so che questa mia provocazione rischia di apparire immorale o inopportuna. E così, per evitare fraintendimenti, vi racconterò un aneddoto…


La storia che vi dicevo è ambientata ai giorni nostri. Precisamente a quest’estate, quando, per una serie di circostanze, ho incrociato uno stabilimento balneare molto particolare. Il lido “Voglia di mare”, a San Felice al Circeo, è uno stabilimento, per definizione, accessibile a tutti. Cioè in grado con le sue strutture, di garantire la “completa balneazione” anche a chi ha impedimenti fisici.

La “struttura” utilizzata è molto più semplice di quanto la complessità del problema possa indurre a pensare: una passerella in cemento che arriva fino ad ogni ombrellone, lettini leggermente rialzati per facilitare il passaggio dalla carrozzella, sedie con ruote larghe che arrivano fino al mare, bagni abbastanza larghi da permettere l’ingresso di una sedia a rotelle. Tutto qui. Nulla, insomma, che richiedesse chissà quale particolare genio creativo o insostenibile investimento. Eppure il risultato è notevole. Mai viste, in vita mia, tante persone, piene di problemi, eppure felici e a loro agio.

Tutto questo mi ha indotto a due tipi di valutazione. La prima, di carattere politico-sanitario, è molto semplice e, credo, condivisibile da tutti: ma è davvero così difficile favorire la diffusione di luoghi come questo? Non dico l’abbattimento, ma perlomeno l’abbassamento delle barriere, è un’impresa così ardua da sostenere? Lascio ai posteri l’ardua sentenza e procedo con la seconda valutazione.

Questa volta l’ambito è quello socio-linguistico. E la riflessione è più profonda. Mi spiego meglio. Il punto di forza dello stabilimento “Voglia di mare” è la creazione di un ambiente “diverso”, all’interno del quale handicap e malattia non vengono nascosti, né rinominati con definizioni meno dure, ma tranquillamente esibiti. E il tutto con la massima dignità. Come dire: non più diversamente abili, ma abilmente diversi. Non più diversamente normali, ma normalmente diversi.

Semplice. O no?